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Fabrizio Gifuni, il mestiere delle parole Spettacoli

Cerca la voce, Fabrizio Gifuni. La voce per dire un volto, uno sguardo, una camminata. Sul copione quella voce non c’è. Deve trovarla negli spazi bianchi tra una riga e l’altra. Arpiona gli occhi al foglio. Con la mano sinistra ritaglia nell’aria paesaggi che hanno la concretezza di un soffio. Presto si farà maschera pubblica, ma per adesso la sua è una costruzione intima, quasi privata. Ci troviamo al cinema teatro Odeon di Firenze, per le ultime prove de La noche española,
recital sui viaggi italiani di scrittori di lingua spagnola, da Cervantes a Borges a Javier Marías, ospitato all’interno del Festival degli scrittori nella serata del 14 giugno. Sul palco, insieme a Gifuni, la stella nascente del cinema iberico: Ruth Gabriel, che sostituisce Marisa Paredes, infortunata ad una caviglia. Voce narrante Ernesto Ferrero, regia di Volker Schlöndorff. In un momento di pausa, riusciamo a catturare l’attenzione dell’attore romano, alfiere della “meglio gioventù” di celluloide. Benevola, Giuditta Ciani, la volontaria del festival che accompagna Gifuni nella sua giornata fiorentina, controlla sull’orologio che non abusiamo troppo del tempo concesso. Fuori, agli Europei in Polonia, l’Italia ha segnato il primo goal contro la Croazia. L’esplosione del tifo arriva fino in teatro. L’amaro pareggio era ancora soltanto un timore.

Nel Festival degli scrittori di quest’anno si può rintracciare un filo che lega e intreccia scrittori e libri: il potere salvifico della parola. Che rapporto ha l’attore Fabrizio Gifuni con le parole?

“Un rapporto quotidiano, molto vivo, molto vigile. Le parole sono il materiale di base con cui è fatto il nostro lavoro, insieme al corpo e alla voce. Poi, un’occasione come questa di confronto e lettura ad alta voce di testi, alcuni dei quali non conoscevo, è un’esperienza bellissima, una scoperta felice”.

Un attore è abituato ad impersonare le storie che racconta. Che difficoltà affronta nel far immaginare al pubblico un racconto con il solo aiuto della voce?

“Credo che la lettura ad alta voce sia una cosa bellissima, dovrebbe essere praticata di più. La parola va suonata e anche in forma di lettura c’è la possibilità per un attore di aprire degli spazi all’immaginazione molto vasti e interessanti. Mi piace molto anche ascoltare chi legge ad alta voce.  C’è la possibilità, come dicevamo prima, da un lato di immaginare di più, dall’altro di concentrarsi di più sul mistero del suono e su come un suono o un timbro di voce possono riuscire a evocare un rapporto anche musicale con la parola”.

Un Festival questo che non la vede in gara, ma semplicemente come ospite. Che effetto le fa non vivere l’ansia di vittoria?

“Bé, è un premio letterario, quindi, sia io che Ruth Gabriel siamo ospiti di questa serata. E siamo molto felici di esserci. Io poi non ho un rapporto molto stimolante con la competizione, in generale. Il momento dei premi, ogni anno, non è che mi appassiona molto. I premi fanno sempre piacere quando arrivano, certo. Sono un po’ come una pacca sulla spalla. Un incitamento ad andare avanti. Ma non gli attribuirei troppo valore. E’ difficile, comunque, generalizzare. Ci sono premi e premi, manifestazioni e manifestazioni”.

A teatro ha portato Pasolini con «‘Na specie de cadavere lunghissimo» e Gadda in «L’ingegner Gadda va alla guerra». Al cinema è stato un mimetico Aldo Moro nel film «Romanzo di una strage» di Marco Tullio Giordana. Progetti, suggestioni future?

“Il prossimo anno riprenderò lo spettacolo su Pasolini, non quello su Gadda, perché lo sto facendo da tre stagioni e il mio corpo comincia ad essere un po’ affaticato. Parallelamente a Pasolini porterò in giro altri due spettacoli in forma di concerto, che sono “Il Piccolo Principe”, con Sonia Bergamasco ed un bravissimo percussionista che si chiama Rodolfo Rossi e un recital sulle poesie di Attilio Bertolucci intrecciate a quelle di Pasolini. E’ una drammaturgia originale che abbiamo creato per far rivivere il rapporto speciale che c’era tra questi due grandissimi poeti, che per un periodo hanno abitato a Roma, nello stesso palazzo, stranieri tutti e due, venendo uno dall’Emilia e l’altro dal Friuli”.

Di nuovo la parola al centro del suo lavoro. Parola intesa come capacità di risvegliare le coscienze.

“La parola contiene sicuramente anche questo. A me personalmente piace che contenga anche questo. Tutti e due gli spettacoli, quello su Pasolini e quello su Gadda, partivano da un presupposto di questo tipo: il desiderio di organizzare un grande racconto sulla trasformazione della nostra società e del nostro Paese. In un momento di profondo malessere per l’oscenità dei tempi in cui siamo stati costretti a vivere da vent’anni a questa parte. Il teatro come luogo di incontro, come piazza aperta alla realtà può servire anche a questo, a vedere come si sta, a confrontarsi. Un teatro delle idee oltre che della poesia. Poi, è bene ogni tanto far volare la poesia per conto suo”.

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