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Fanfani e Renzi: se l’allievo vuole superare il maestro Opinion leader

Firenze – Corsi e ricorsi della storia. A capo del governo c’è un giovane uomo politico, Matteo Renzi, che è anche il segretario nazionale del suo partito, il Pd. Anche in un’altra circostanza il Paese fu guidato da una personalità che riassumeva in sé il grande potere di essere a capo dell’esecutivo e di dettarne la politica come leader della forza di maggioranza con l’obiettivo di cambiare l’Italia.

Non fu Massimo D’Alema, per esempio, che lasciò la guida dei Ds a Valter Veltroni dopo aver preso il posto di Romano Prodi nel 1998. Bettino Craxi rimase il leader socialista, ma il suo potere dipendeva dalla Dc. Ciriaco De Mita fu sostituito poco dopo alla segreteria del partito da Arnaldo Forlani. Insomma nessuno finora è riuscito a cumulare le due cariche se non per periodi  brevi, se si esclude il fenomeno del decennio di Silvio Berlusconi, l’uomo che si inventò un partito e lo portò al potere.

Il ricorso storico riguarda uno dei “cavalli di razza” della Dc, Amintore Fanfani,  nel 1958, dopo il successo elettorale, divenne presidente del Consiglio mentre era segretario democristiano. Anche lui durò poco: la maggioranza del suo partito non voleva che uno di loro concentrasse su di sé così tanto potere. Entrarono in campo i “franchi tiratori” che lo costrinsero alle dimissioni prima da palazzo Chigi e poi, dopo poche settimane, da Piazza del Gesù per lasciare il campo libero ai congiurati di Santa Dorotea.

Poco più di mezzo secolo dopo, la situazione politica romana mostra analogie interessanti. Intanto Renzi non è lontano dal modello culturale e politico di Fanfani, di cui nel presentarsi in Parlamento imitò anche la retorica con la mano in tasca, postura che fu prontamente abbandonata perché molti gli fecero presente che la sensibilità degli interlocutori era cambiata. La concentrazione di potere che ha raccolto nelle sue mani e lo stile molto determinato possono essere paragonati a quelli di Fanfani, così come la reazione degli amici-compagni che non glielo vogliono lasciare.

La differenza essenziale sta nel fatto che i “franchi tiratori” operano a volto scoperto in un clima politico difficile, nel quale l’opinione pubblica è stanca di lotte fratricide e pretende fatti, riforme, miglioramenti, interventi, semplificazioni etc.  Cosa che avvantaggia il concentratore che ha l’opportunità di condurre in porto il suo programma politico.

Amintore Fanfani è tornato di attualità grazie a un incontro organizzato il 19 gennaio dal Centro di Studi Storici Economici e Sociali che porta il suo nome e il cui Comitato scientifico è presieduto da Piero Roggi, economista, studioso del contributo che alla storia economica e politica del Paese hanno dato esponenti della sinistra Dc come la Pira e, appunto, Fanfani.  Fra gli interventi, anche quelli Marino Biondi e Zeffiro Ciuffoletti dell’Università di Firenze, Antonio Magliulo dell’Università degli Studi internazionali di Roma e Angelo Moioli dell’Università Cattolica sacro Cuore di Milano. Gli studiosi hanno discusso sul testamento politico dello statista aretino partendo dai Diari che tenne fra gli anni Ottanta e Novanta (morì nel 1999) e da uno scritto inedito (“Dall’Eden alla Terza Guerra mondiale”) pubblicato dal Centro in collaborazione con il Senato della Repubblica (Polistampa).

Foto: www.senato.archivioluce.it

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