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Favolacce: la poesia nasce dalla terra più desolata e disperante Cinema, Opinion leader

Firenze – Un fantasma s’aggira tra le quinte dei vari  David di Donatello, assegnati stasera 11 maggio in diretta RAI , e in quelle dei successivi Nastri d’Argento il 31 maggio: è il fantasma del cinquantaquattrenne regista romano Gabriele Muccino, affermatosi nel 2001 con “L’ultimo bacio”, campione della scuola enfatici italiani, piacione anche in certe produzioni Usa; Muccino, in giuria di premio, si straccia le vesti, abbandona la giuria, non essendo stato considerato nel suo film in concorso Gli Anni più belli (al di fuori della nomination per la canzone originale, scritta e cantata da Baglioni) scagliandosi contro Favolacce (“non sono riuscito  nemmeno a finirlo…”), candidato a tutti i premi più rilevanti (miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura, migliori attrice e attore non protagonisti, miglior produttore, miglior scenografia, miglior suono).

Muccino si scaglia anche e soprattutto contro l’associazione esercenti delle sale italiane (ANICA per i David), e contro l’associazione critici cinematografici (che assegna i Nastri d’argento); e invoca il giudizio del “pubblico sovrano” (come nei reality), in una situazione surreale e paradossale, dove il pubblico non può proprio esserci in sala da un anno per il Covid.

Grida al complotto, sudditanza, degrado dei valori di un premio che, asserisce, dopo gli Oscar, è il più importante per tradizione e qualità. Parrebbe, secondo Muccino, che i soggetti chiamati in causa siano tutti impazziti, nell’ordine: a) il Festival di Berlino che ha assegnato l’anno scorso l’Orso per la regia a Favolacce; b) l’Associazione sale italiane; c) l’associazione critici italiani; d) e, a proposito di pubblico, la giuria nazionale di studenti degli ultimi due anni di scuole superiori, prima del lockdown ha fatto in tempo a votarlo per il David Giovani.

La miccia è stata accesa da una settimana e già divampa nella stampa nazionale, tra editorialisti di punta delle stesse prestigiose testate, nei media, nei social. Approfondiremo in altre occasioni  i vari aspetti di  una posta in gioco non riducibile a una querelle da anni 60-70 tra gusti cinefili opposti, ma nasconde e poi rivela, nella nostra società e cultura, un mutamento in atto profondo sulle rappresentazioni del nostro immaginario e simbolico collettivo, spesso conflittuali e non indolori. In questa sede è d’obbligo intanto iniziare ad esplorare, con cauti primi passi, almeno alcuni tratti di Favolacce e dei suoi autori, i gemelli Fabio e Damiano D’innocenzo : 31enni outsider al loro secondo film, alla base del presunto c.d. “grande complotto” operato dai c.d. “grandi vecchi” dei c.d. “poteri forti” del cinema e della cultura italiana.

E in effetti, seppur in sordina per il vasto pubblico, i gemelli D’Innocenzo irrompono nel cinema italiano (preannunciati tre anni fa dal loro già perturbante La terra dell’abbastanza) con una creatura del tutto aliena  rispetto agli standard non solo italiani, ma internazionali. E ben se ne sono accorti anche a Berlino, riconoscendo loro l’Orso d’ Argento.

In verità questi due trentunenni degli alieni lo sembrano per molti versi, allotropi a tutti i cliché dei loro coetanei: nessun tatuaggio, pallidi al naturale, lineamenti delicati, da bravi ragazzi, prosaica discriminatura a sinistra, capelli castani di lunghezza e taglio moderati, barbetta curata, neppure un’increspatura maudit, né iperboli-ruote-pavoni-guru; invece camicioni anni 70 su pancette incipienti, jeans, scarpe di gomma,due fidanzatine-acqua-e-sapone : se vogliamo sfruculiare c’è forse da dire che si lasciano dietro pure quell’inquietante scia delle coppie gemellari dai molti talenti: gesti di moderata simbiosi, impenetrabilità seriosa di sguardo, concentrazione monotematica da “animali tutto cinema”, mentre si rigirano tra le mani l’Orso d’argento appena ricevuto.

Nessuna scuola istituzionale  di cinema, non figli d’arte, niente rendite d’alcun genere, o famiglia-tipo-ceto-medio-riflessivo, nessuna lagna sulle origini di periferia, e – lungi da pasolineggiarci sopra –  asseriscono con orgoglio quieto e autoironico: “Guarda, che noi  veniamo da Tor Bella Monaca, ma la nostra era la Oxford della periferia”, attacca Fabio ; “ sì , a  casa nostra era come se fossimo a Oxford», rinforza Damiano. «Siamo cresciuti tra i libri, tra gli scrittori, nella cultura; veniamo dal principato di Tor Bella, e quel principato era la nostra famiglia».

Sono in effetti cresciuti come strani fiori selvatici maturati misteriosamente nel litorale tra Anzio, Nettuno e Lavinio, seguendo il padre pescatore. Ma a spegnere sul nascere una qualsivoglia idea di malavogliana epica delle radici , ecco notificarci subito che il genitore ha di suo sempre scritto soggetti e sceneggiature, ben guardandosi dal divulgarle. Mentre la madre casalinga, componeva a getto continuo poesie, anche lei refrattaria a diffonderle. Niente studi classici alle spalle, ma un modesto alberghiero, da cui dicono non aver tratto la pur minima disposizione alla buona cucina. Sono un rebus, aperto a noi sempre dalla pagina sbagliata. Il loro immaginario, stimolato da mamma e papà ( (forse intelligenti fricchettoni , pieni di fantasia  e spirito di ricerca) si è nutrito di una cultura bulimica di tutto ciò che è romanzo, fumetto, messa in scena, fotogrammi e ologrammi, scenari (Peynuts, Simpson), prima B movie ,ma poi grande cinema di serie A ( Lynch, Altman, i classici italiani e dei cinque continenti  di ieri e di oggi, e tanta grande letteratura; e così  hanno preso anche loro a disegnare e a scrivere storie. A farsele prima raccontare, e poi a raccontarsele l’un l’altro. Hanno sviluppato un spirito di corpo da amalgama gemellare ben riuscito, e probabilmente si sono retti vicendevolmente l’inconscio, nel mare inquieto che tocca a ogni  infante e adolescente. Alla famiglia d’Innocenzo  di sicuro non è mai scarseggiata la miccia della creatività, e quella sana follia esaltata di costruire sempre nuovi mondi. I due figli poi, a differenza dei genitori, hanno sentito l’urgenza e il sano narcisismo di cercare di farsi leggere e guardare in quel che creavano.

A 19 anni avevano già scritto il cuore de La terra dell’abbastanza e di Favolacce: “Abbiamo poi girato gli stessi film che avevamo in mente a quell’età, e forse, chi lo sa, a girarli a quell’età sarebbero stati anche più belli» “…Andavamo a scuola con il pigiama sotto i jeans. E quando tornavamo a casa, ci toglievamo i jeans, ci buttavamo sul letto e cominciavamo a disegnare e a scrivere con la televisione in sottofondo: mettevamo Italia1, e guardavamo I Simpson”.  «Esprimerci. Eravamo consapevoli che la comunicazione verbale era limitante e limitata; volevamo comunicare con le persone a cui volevamo bene con i nostri disegni. Volevamo dire ai nostri genitori quanto gli volessimo bene, e ci riuscivamo solo così».

La passione divorante e totalizzante – nuova sottospecie evoluta d’homo cinephilus post sapiens allo stato  puro –  ha trovato  alimento nei “maestri” a loro più consoni : “abbiamo chiesto asilo creativo a chi il cinema lo faceva sul serio e bene: Mimmo Calopresti, Alex Infascelli, Daniele Luchetti e Massimo Gaudioso ci hanno ‘adottato’ con generosità e ci hanno  fatto collaborare con loro”.

Poi l’incontro con Garrone, idolo cercato, agognato, ammaliati da Primo amore, inseguito fino a casa, infine anche per sfinimento conquistato dalla loro “magnifica ossessione”, così da  coinvolgerli poi  nella sceneggiatura di Dogman; poi  anche PT Anderson , tutor in Grecia per il trattamento finale allo script del loro western al Sundance Festival.

Ora con  Favolacce Damiano e Fabio fanno una scommessa col pubblico molto coraggiosa, da triplo volo carpiato, senza rete : quella di provare ad abbattere “la  quarta parete” con lo spettatore, ma al loro modo  unico.  “Quando leggo che siamo dei registi mi pare assurdo. Noi, in realtà, siamo spettatori. I soldi che facciamo ci servono solo a pagare il biglietto per andare al cinema. A noi i film ci hanno salvato la vita”.

Ma il loro  modo è opposto a quello degli effettacci usati normalmente per épater le bourgeois, attraverso  suoni, musiche, inquadrature ad hoc, primi piani clamorosi , dettagli truculenti. No,  loro li eliminano proprio tutti questi  ferri del mestiere.

Le inquadrature, il montaggio, la recitazione, i dialoghi sono ridotti al minimo, tutto è stilizzato, in sottrazione, sommesso. Ma niente a che fare con Dogma e protocolli rigidi di danese memoria, niente a che fare con un’operazione intellettualistica da cinema- verità, poi  rivelatosi così tanto costruito da mostrare cigolanti i  meccanismi  dei congegni sottostanti.

In altre parole, la scommessa estetica dei D’ Innocento’s Bros è quella di coinvolgere lo spettatore in un flusso di coscienza polisensoriale e ipnotico , da cui fare emergere alla fine un modo più attivo di interagire col film, un modo che disattende tutte le aspettative di routine . Tutto è giocato per sottrazione, per dissimulazioni. Se il cinema di Muccino è enfatico al massimo, con  protagonisti urlanti  tutti assieme concitati,  musica  hip hop soverchiante, sospiri, ansiti, arrochimenti di rinforzo, in Favolacce ( come già si prefigurava ne La terra dell’abbastanza) in luogo dell’enfatico, tutto è invece fatico il più possibile,  la comunicazione verbale ridotta all’osso e quella degli adulti a puri conati aggressivi o stereotipi, mentre quella dei bambini, semplice, limpida, ha accenti stentorei , anche nella loro autodissoluzione.

Il gioco e la scommessa sono quelli di esprimere pura felicità e invenzione cinematografica, anche attraverso una favola nerissima, agghiacciante, ma che diventa poi alla fine  incantamento e a un certo punto catarsi per lo spettatore che vuole salire su questo carro. Per scenderne in ultimo con una consapevolezza più empatica di far parte di una comune specie nella quale o ci si salva tutti assieme o si affoga tutti assieme. A partire dalla voce fuori campo che stravolge la funzione di questo espediente spesso abusato anche dai migliori autori : è completamente dissonante con quello che introduce , più pacata nei toni, e riflessiva rispetto alla ferinità verbale e rozzezza degli adulti.

M’è capitata una cosa che mi ha fatto pensare. Nel cassonetto dei rifiuti ho trovato il diario d’una bambina…Ho iniziato a leggerlo nella sua grafia acerba e sognante… Poi all’improvviso, a un certo punto il diario s’interrompe, così senza preavviso, e senza scrivere che non l’avrebbe più scritto.. Io ho continuato a scriverlo questo diario per immaginare come andava a finire la storia… Quanto segue è ispirato a una storia vera, la storia vera è ispirata a una storia falsa, e la storia falsa non è molto ispirata”.

Questa voce fuori campo, arbitraria rispetto ai cliché, mette lo spettatore anche lui “fuori campo”, produce nella sua percezione uno scarto che lo proietta subito  in un punto di vista più altro e privilegiato . E sottolinea intanto l’esistenza di una realtà presente ma reticente, E infatti le prime immagini scaturiscono fluide dalle parole, e mostrano  una realtà che è visibile solo al microscopio: il primo piano delle formiche che scorrono sul muretto, puro ricamo prezioso su una tela, denota fin da subito l’asciutta  poetica dei  D’Inn.Bros.

Tra questo film e La terra dell’abbastanza, ci sono molte differenze. Damiano: «Se La terra dell’abbastanza è stata girata con la macchina a mano, perché avevamo bisogno di respirare, in Favolacce ci sono movimenti sinuosi e scelte di regia più chiare”.

Il modo poi con cui più avanti è ripresa  la scena dello strozzamento del figlio di Germano, per un pezzo di salsiccia  andato storto, da un barbecue in giardino, denota questo raffreddamento e coinvolgimento diverso dello spettatore. Invece di stranguglioni espliciti in primo piano , col volto del bimbo congestionato e del pathos corale della famiglia sconvolta, la scena è ripresa in campo lungo dall’alto, quasi sfocata, silenziosa, non si capisce subito ciò che sta accadendo, semplicemente si sente un tossire soffocato del bambino, l’urlo di Elio Germano, il suo afferrare il figlio e metterlo a testa in giù, e sempre a giusta distanza di spalle, Germano che impreca  (“Nemmeno un cazzo di  barbecue in santa pace uno se po’ magnà!”),  la moglie anaffettiva  che rimbrotta il bimbo ( “vedi cosa hai combinato? hai fatto piangere tuo padre!”) , contrappuntato dal pianto irrefrenabile della sorellina.

Ecco così squadernata, pronta per  l’uso, una famiglia Addams delle villette a schiera di una lumpen-middle-class del litorale romano, vividamente offerta in un suo momento di ordinaria follia:  un’umanità depauperata nell’anima e che si avvicina ai consumi senza mediazioni sociali e culturali, senza orizzonti, né progetti d’alcun genere.

Altro momento di questo ceto medio lumpen, brutto (spesso)- sporco  (meno)- e cattivo (molto),  radicatosi nel litorale come erbacce tra crepe di pareti sempre più sottili ed esposte ai peggior umori, incarognite, avide  e malmostose, è rappresentato dalla piscina gonfiabile  di Elio Germano/ Bruno ; questo “lusso” diventa status symbol, e riferimento delle famiglie accanto, coi figli dei vicini che vi sguazzano dentro tutti assieme. Ma dietro l’angolo, il vicino “amichevole” Pietro rosica il pane dell’invidia con la moglie, disprezza la precarietà del lavoro di Germano, rispetto al suo più posizionato, e Germano in convivio con Pietro &Co, poco prima, per controbilanciare la sua frustrazione rispetto alle vanterie dell’altro, si concede una rozza rivalsa “culturale”, chiamando i due suoi figlioli  Dennis e Alessia a  declamare le loro pagelle  tutte dieci, rispetto a Viola , la figlia di Pietro, che invece ha non poche difficoltà a scuola.

Percependo l’invidia di Pietro, Bruno /Germano, una sera, per dispetto, anche autolesionista, squarcia con un coltello il gommone, allegando il giardino e il nymby contiguo dei vicini.

Wilma, è invece una ragazza in stato avanzato di gravidanza, che ha un ragazzo senz’arte né parte, né di affetto per la puerpera, né d’attesa per il  nascituro. Diverranno un comune fatto di cronaca nera recitato alla tv, di “due giovanissimi genitori che, dopo aver annegata la neonata nella vasca da bagno, si suicidano gettandosi dal balcone”.

Eppure da  questo letame d’una condizione sociale di degrado morale e psicologico , i D’Inn.Bros, recuperano frammenti di diamante, scintille di bellezza e poesia, emozioni cinematografiche assieme aspre e delicate, e un senso di pietas e partecipazione : non si avverte  mai  un estetismo manierato, né una crudeltà inesorabile alla Hanecke.

L’acqua pervade  significatamene il film in più valenze : i giochi con l’acqua  sono  resi dai D’Innocenzo Bros,  con uso elegante e leggero di sovraimpressioni, dissolvenze,  ralenti , lavorando anche sulla luce tra filtrata e naturale, con movimenti fluidi e sinuosi: e d’incanto si  trasfigurano i bimbi e le bimbe in  gioiose ninfette e satirelli scherzosi; di contro l’acqua della pseudopiscina svuotata, scorre ormai sporca e inerte nel terreno, e  infine l’acqua di pioggia sferza impietosa e coglie smarriti i due figli di Bruno, che smascherati nei loro propositi omicidi, vengono sbattuti in solitudine in una gita fuori porta dove la bellezza del paesaggio e dei colori, stride maledettamente con l’angoscia opprimente del  paesaggio interiore del fratello e sorella così simbiotici. Fino alla loro ultima determinazione in cucina, la notte, col sorriso dolcissimo e disperato con cui Alessia accarezza la mano del fratellino Dennis ripreso di nuca, e beve assieme a lui la pozione letale, prima di addormentarsi entrambi uniti  più che mai, solitari nell’indifferenza dei genitori, col capo abbandonato sul tavolo.

Ma in questa desolazione c’è spazio ancora per la speranza e per gesti di lievi carezze tra i due bimbi più indifesi e impacciati: l’autistico Geremia e la ritardata Viola, un bacio sognato/ mimato, un lampo di sorriso complice e una sorpresina da niente, sugellano che una corrente d’amore è passata tra i loro pianeti stranieri, e così  tra Geremia e suo padre Amelio, rozzo e gutturale, ma pieno di affetto pulsante e presente sempre per suo figlio.

E la voce fuori campo ( un ispirato Max Tortora) definisce alla fine la cifra più autentica del film:  dalla condizione disperante più nera può nascere l’impulso e la determinazione per “ricominciare da zero” a coltivare il fiore della speranza e della mutua compassione: “ In fondo a questo mio scritto , sento parecchio rimorso per avervi raccontato una storia insensata, amara e anche pessimista: vi meritavate qualcosa di più realistico, una storia normale, di quelle che accadono tutti i giorni, e non lo sfogo di un annoiato dalla vita. Vi chiedo scusa: ricominciamo da zero”.

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