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Femicidi: il problema non è produrre altre leggi, è fare gli Italiani. Opinion leader

Molte di queste morti sono troppo spesso delitti annunciati, preceduti da anni di percosse e maltrattamenti, si compiono nel luogo più sicuro, la propria abitazione, lontano da occhi che non vogliono vedere, troppo spesso coperti dal silenzio e dalla complicità della famiglia, dei vicini di casa, dei colleghi.

In questi giorni è in corso una forte mobilitazione civile ed in molti stanno firmando l’appello al Governo ed al Parlamento italiano per chiedere l’immediata convocazione degli Stati generali contro la violenza. Non ho tutti gli strumenti per capire dove possiamo trovare le radici di questa violenza, ma temo che sia profonda e radicata nella nostra cultura. Per capire un popolo dobbiamo conoscere la sua storia ed anche la storia del diritto, è difficile in poche righe analizzare una materia così complessa, ma possiamo provare a farlo scorrendo alcune date.

Mentre una moltitudine silenziosa di donne lavorava, amava, cresceva i figli, per lo più gli uomini scrivevano le leggi. La radice della violenza di oggi forse va cercata nelle pagine dei nostri codici, tra le righe delle nostre raccolte normative. Se fosse così allora è profonda è radicata nella storia, più difficile da combattere se non si alleano il sistema scolastico, le famiglie, le istituzioni, i mezzi d’informazione.

Proviamo allora a fissare alcune date di un tempo recente: il 31 gennaio del 1945 con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 veniva riconosciuto il diritto di voto alle donne, che il 2 giugno 1946 votano per il referendum istituzionale.
Nel 1956 la Corte di Cassazione con sentenza del 22 febbraio, disattendendo l’orientamento consolidato, stabiliva che al marito non spetta il potere correttivo nei confronti della moglie.

Fino al 1968 l’adulterio era reato, la Corte costituzionale, con sentenza n. 126 ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del primo e del secondo comma dell'art. 559 del codice penale.
Il 18 dicembre 1970 entra in vigore la legge n. 898 sul divorzio e dobbiamo aspettare fino al 1975 per vedere la promulgazione del nuovo diritto di famiglia che ha abolito la potestà maritale, ha stabilito la parità tra i coniugi riconoscendo ad entrambi uguali doveri e diritti.

Il 1978 è l’anno in cui viene approvata la legge 194 sulla tutela sociale della maternità ed interruzione volontaria della gravidanza. La legge abroga le norme del codice penali che prevedono la reclusione per la donna che ha consentito l’aborto.
Con la legge n. 442 del 1981 viene abrogato l’art. 587 del codice penale che prevedeva una pena da tre a sette anni per colui che cagionava la morte del coniuge, della figlia o della sorella “nell'atto in cui ne scopre l’illegittima relazione carnale e nello stato d'ira determinato dall'offesa recata all'onor suo o della famiglia”.

Le date sono già molte e molte ancora ne potrei elencare, ma una in particolare merita menzione. Stavo preparando la prova scritta dell’esame di abilitazione per l’esercizio della professione forense, correva l’anno 1996, quindi passato prossimo, ed il legislatore approvava la legge n. 66 “Norme contro la violenza sessuale” che finalmente riconosceva la violenza contro le donne come un reato contro la persona e non più contro la morale.

Aggiungo, provocatoriamente, l’ultima data: nel 2008 Giuliano Ferrara lancia una proposta di moratoria contro l’aborto e si presenta alle elezioni politiche di quello stesso anno con la lista “Aborto? No, grazie”. Fortunatamente è una debacle.

In fondo sono anni che riguardano le nostre vite, nel 1945 potrebbero essere nati i nostri genitori, negli anni ‘60/’70 magari si sono sposati, poco dopo siamo nati noi, le nostre sorelle ed i nostri fratelli; ho quasi 45 anni, quindi questa parte di storia mi appartiene, ed è più facile comprendere la storia contemporanea se proviamo a leggerla a coordinarla con la nostra.

Tanto ci basta per comprendere che quello che dobbiamo affrontare non è un problema maschile, gli uomini hanno mamme e sorelle e cugine, il lavoro da fare è più profondo più difficile. L’analisi, la discussione, la revisione, il cambiamento riguarda la famiglia nel suo complesso, la società nel suo insieme, gli uomini e le donne insieme.

Aggiungo solo un’ultima riflessione, partendo sempre dalla cronaca. Ogni volta che un delitto viene compiuto all’interno di un gruppo, in una chiesa per esempio e penso ad Elisa Claps, in una caserma, dentro l’ospedale di un carcere e penso a Stefano Cucchi, è più difficile intercettare la verità.

Il gruppo si chiude, non ha gli anticorpi per “espellere” l’individuo che ha sbagliato, quindi “i corpi, le gerarchie, le strutture, le famiglie” non sanno difendere il debole, la vittima, la persona che ha subito il torto.
Non so che questa dinamica caratterizza solo il nostro paese, ma non è forse anche questa una dinamica perversa, la sterile difesa della struttura, del nucleo sociale a cui si sente di appartenere, dimenticandosi così di far parte di un mondo più ampio. Forse gli italiani prima di sentirsi cittadini di uno stato si sentono altro, quindi le leggi di tutti vengono dopo!

Allora il problema non è produrre altre leggi è fare gli Italiani.

Marzia Bonagiusa

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