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Festa dell’Unità, Orfini: “Pd pensi di più al Paese e meno alle questioni interne” Politica

Firenze – Le premesse, a sentire le persone che pazientemente se ne stanno sedute sotto il tendone  alla Festa dell’Unità fiorentina in attesa di Elisa Simoni, Simona Bonafè e del presidente del partito Matteo Orfini, non sono certo incoraggianti. Prima fila esclusa, a partire dalla seconda sono molti che nell’attesa si confidano le proprie perplessità, da chi dice “siamo qui a perdere un po’ di tempo, mi hanno deluso tutti” a chi ribatte “Nessuno rinuncia ai propri privilegi, è una cosa tragica”, fino a quando il battibecco si scalda sulla questione migranti. E’ uno spaccato della base di un partito disorientato ma presente: infatti i posti a sedere, sotto l’ampio tendone del palco centrale, sono tutti esauriti, e qualcuno assiste al dibattito in piedi. Ed ecco, l’applauso, un po’ fiacco per la verità, annuncia la comparsa dei primattori.

“Il partito che vogliamo: i democratici, la sinistra e la grande sfida delle riforme” il titolo del dibattito. Insomma, il vero tema della serata è il futuro del partito, questo Pd che , almeno a chi guarda da fuori, sembra più un campo di scontro che un partito vero. Con sempre il dubbio che la famosa “fusione a freddo” si sia rivelata una mossa forse necessaria, di sicuro non pacifica.

volontari unità con simoniUn tema che offre tre grandi snodi da risolvere: prima di tutti, il referendum; in secondo luogo, il risultato delle amministrative; in terzo luogo, le questioni sociali. Questioni che in realtà si sovrappongono, come ha occasione di affermare la deputata Elisa Simoni, che ha nel suo curriculum un ‘esperienza molto forte come assessore alla Provincia di Firenze proprio nel campo del lavoro e nella giunta Renzi. “Riforma istituzionale e lavoro sono questioni non contrapposte – dice – dal momento che il malessere sociale può travalicare nel referendum istituzionale”. Insomma il rischio, avverte Simoni, potrebbe essere questo: la gente vive un disagio forte, la crisi ancora morde nonostante si parli di segnali di ripresa, e tutto ciò potrebbe portare a un voto sulla riforma che vada contro il governo a prescindere. Senza che ci siano cioè valutazioni nel merito dei cambiamenti proposti. La questione ovviamente ne tira un’altra con se’: forse il Pd non è più avvertito come il partito della sinistra? Questione antica come si ricorderà, cui Simoni risponde ponendo perlomeno il dubbio: forse questo Pd ha deluso sotto il segno della risposta all’ingiustizia sociale. Insomma proprio su uno degli elementi che connotano e fanno la differenza fra sinistra e destra. Del resto, l’ultimo libro di Elisa Simoni ha messo il dito nella piaga. Titolo: “Oltre il jobs act: eresie per una sinistra nell’era digitale”, si tratta di un tentativo di ripensare la sinistra nell’era digitale, alle prese con la modernità, il progresso e le nuove tecnologie senza snaturare la sua natura, quella, precisa Simoni, “di combattere le disuguaglianze”.

Premesso che sul palco sono tutti per il sì, in ogni caso le posizioni sembrano meno omogenee di quanto appaia in prima battuta. L’europarlamentare Simona Bonafè non ha dubbi: l’Italia che fino a due anni e mezzo fa in Europa era poco considerata, ha guadagnato credibilità e rispetto in quanto capace non solo di parlare, ma anche di mettere in atto le riforme. Dal Jobs Act alla riforma della scuola, ora è importante che riesca a portare a casa anche la riforma costituzionale per definire stabilmente il suo ruolo di grande paese europeo, che giocherà una partita importante per rifondare l’Europa, operazione necessaria dopo la Brexit. Il merito fondamentale della nuova riforma costituzionale, dice Bonafè, è il superamento del bicameralismo perfetto. Se vince il No si perde dunque una grandissima occasione per l’Italia, che rimane un Paese bloccato. D’altro canto, per l’europarlamentare renziana, “non c’è alternativa”. Non solo. L’eurodeputata coglie anche l’occasione per inviare un messaggio alla sinistra bersaniana che com’è noto non ha ancora risolto i suoi dubbi sulla riforma: “Non è che la riforma cali dall’alto, è parte di un lungo processo che ha visto anche la sinistra protagonista. Nel Pd la faccia ce la mettiamo tutti. Non è che c’è una parte che gioca un’altra partita”. Insomma se cadiamo noi, sul referendum, cade tutto il partito. Va da se’ che dopo questa riflessione, ha poco senso chiedersi se Renzi ha sbagliato o no a personalizzare, almeno in prima battuta, lo scontro fra Sì e No.

orfini e bnafè al biliardinoInfine, che la questione referendum sia fondamentale per il futuro del partito, emerge evidente dall’intervento articolato di Orfini. Intanto, corregge il tiro: non bisogna dire cosa farà il Pd se perderà il referendum, dice, ma come il Pdf finisce la legislatura dopo che ha vinto il referendum. Un modo per scacciare nefasti pensieri o sistema mutuato dal leader maximo per non essere etichettati come “gufi”? …

In ogni caso, ragiona Orfini, portata a casa la riforma istituzionale si apre una fase nuova nel partito. Infatti, fatte le riforme, sembra di capire che il primo passo sia quello di “comprendere come vivere le nostre differenze”. Se infatti è stata Elisa Simoni a dire, poco prima, che il Pd “è nato per pacificare”, è il presidente del partito ora a porsi e a porre ai “compagni” il quesito di come pacificare le varie posizioni. E c’è da scommettere che in un partito che, dice Orfini, “la prima preoccupazione dopo l’elezione del segretario è stata quella di organizzarsi per farlo cadere”, non sembra cosa di poco conto.

Ma c’è anche qualcosa di più e riguarda il Paese. Qualcosa che è emerso dopo la batosta delle ultime amministrative, su cui è tornata, chiedendo di “guardare in faccia” il problema, proprio Simoni. qualcosa che ha a che fare con quello che qualcuno, proprio sulle pagine di Stamp, ha definito la trasformazione del Pd da partito agganciato al territorio a partito “romano”, con ciò intendendo la perdita di un radicamento che era sempre stata la ricchezza del più grande partito della sinistra. Ma per fare questo, ritornare insomma a riorganizzarsi, serve, secondo il presidente Orfini, smettere di considerarsi in perenne clima congressuale. Fuor di metafora, ripete ancora Orfini che già aveva rilasciato queste dichiarazioni in un’intervista all’Huffington Post, è forse necessario sciogliere le correnti, “anche la mia”, ma soprattutto costituendo una “vera classe dirigente”, seguendo il “consiglio” di padri fondatori del livello di Emanuele Macaluso. “Non perché manchi una classe dirigente a questo partito – precisa Orfini – ma perché forse non è attrezzata”. E non c’entra neppure, secondo il presidente del Pd, capacità o altro: serve invece “liberare” il gruppo dirigente per concedergli il tempo di “fare il gruppo dirigente”. Insomma,  meno discussioni interne, più attenzione al Paese reale. Anche perché, avverte Orfini, “il riformismo calato dall’alto non funziona”.

 

 

 

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