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Festival dei Popoli: dalla Loira al Paraguay, la natura violentata Ambiente, Cinema

Firenze – La quinta giornata del ricchissimo programma del cinquantanovesimo Festival dei Popoli ha presentato due opere, La ligne de partage des eaux di Dominique Marchais e Chaco di Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini, che denunciano entrambe il dilagante disastro ecologico nel pianeta: il primo film analizza il caso del fiume Loira in Francia, l’altro quello della grande foresta del Chaco in Paraguay.

Il festival ha dedicato una retrospettiva al cineasta francese Dominique Marchais, che ieri sera era presente nella sala dell’Istituto Francese per introdurre insieme al curatore Daniele Dottorini e al professor Francesco Ferrini, dell’Istituto di Agraria, il film La ligne de partage des eaux, seconda fondamentale tappa di una trilogia che vuole analizzare la relazione tra paesaggio e politica.

Si tratta di un’inchiesta documentaria che è iniziata con il film Le temps des grâces, un viaggio nella campagna francese contemporanea, trasformata e deteriorata dalla società industriale. Dominique Marchais, che è nato nella campagna della Francia del Nord, ha quindi proseguito il suo percorso con il film La ligne de partage des eaux, un’indagine approfondita sui dissesti dell’ecosistema lungo il fiume Loira ed è approdato a Nul homme est une île, che propone di valorizzare le esperienze locali alternative in Europa, come ad esempio l’agricoltura ecologica di un’associazione in Sicilia o l’esperienza di architettura ecologica in Austria.

La ligne de partage des eaux attraversa il territorio del bacino idrografico della Loira, dal parco naturale di Millevaches nel Limousin fino all’estuario. L’ecosistema del fiume è alterato, come ci viene raccontato dagli esperti intervistati: le dighe che sono state costruite nel corso del XX secolo creano delle discontinuità nell’acqua del fiume, delle cosiddette acque morte, che causano la scomparsa di pesci come i salmoni o le ostriche perlifere.

Lungo il fiume e i suoi affluenti incontriamo paesaggisti, agricoltori, politici, rappresentanti di associazioni, che ci mostrano il conflitto in atto tra chi vuole salvaguardare un ecosistema e difendere l’ambiente e chi invece persegue una politica di distruzione massiccia della natura e del paesaggio in nome dell’urbanizzazione selvaggia e dei poteri industriali. Si deve sottolineare che sono soprattutto i politici, in particolare i sindaci di piccole città che avallano le logiche della lottizzazione, creando così delle periferie fondate sul trinomio autostrada-zona industriale-villette.

La terra coltivata e la natura vengono calpestate dallo stato francese che, come viene ben rappresentato nel film, fa passare la decisione politica attraverso una logica amministrativa. Il dissenso politico viene frenato attraverso il canale burocratico che amministra il territorio deformandone il volto: la campagna, il paesaggio e la natura vengono gradualmente devastati.

Una storia urbanistica, quella francese che, dagli anni settanta ad oggi, ha creato una metropoli come Parigi, una città che ha perso una dimensione umana, divorata dallo smog e da un’architettura neoliberale: una minoranza di ricchi vivono nella city e i poveri possono sopravvivere nelle banlieues dell’Ile de France.

Dominique Marchais invita così a riflettere sulla storia di un paese che ha una tradizione agricola plurisecolare e che non può e non deve perdere la sua natura, la terra e i suoi pascoli, la vita dei suoi laghi e fiumi. Gli allevatori della campagna di Nantes, i geografi, gli abitanti che vivono lungo la Loira denunciano questo graduale processo di devastazione ecologica, l’uso dei pesticidi e l’inquinamento chimico del territorio.

Questo inquietante tema è presente anche nel documentario Chaco di Daniele Incalcaterra e Fausta Quattrini. Daniele Incalcaterra racconta una vicenda autobiografica: lui, romano, eredita dal padre, funzionario in varie ambasciate italiane all’estero, 5.000 ettari di foresta nel Chaco, in Paraguay.

Il cineasta vuole destinare la sua terra ai nativi Guaranì Nandevas e impedire la deforestazione funzionale alla coltivazione industriale di carne e soia transgenici. Incalcaterra diventa così il protagonista del suo film. Viene ritratto dalla compagna e coregista Fausta Quattrini nella rocambolesca ed estenuante ricerca di difendere il suo appezzamento da un presunto proprietario illegittimo.

L’ex presidente del Paraguay, Fernando Lugo, aveva emanato un decreto per creare una riserva naturale chiamata Arcadia e un osservatorio scientifico. Incalcaterra sperava che questo decreto potesse garantire la salvaguardia del suo appezzamento, ma il decreto non viene rispettato. La riserva naturale, Arcadia, viene quotidianamente aggredita dai trattori che conducono una devastante deforestazione. Incalcaterra incontra alcuni rappresentanti istituzionali del governo paraguaiano per cercare una soluzione legislativa. Servirebbe forse un ulteriore decreto o una legge di maggiore tutela della foresta Arcadia, ma prima i governanti devono accertarsi della legittimità del titolo di proprietà presentato dal proprietario in concorrenza con Incalcaterra.

Il cineasta è riuscito a far vedere il film a Papa Francesco, attraverso l’aiuto del fratello, alto funzionario delle Nazioni Unite. Il Papa gli ha risposto, via email, dandogli un’analisi precisa delle tematiche descritte nel film. Questa relazione inattesa, via email, tra il cineasta e il Papa è stata inserita nella narrazione del film, in cui si vede Incalcaterra che, vista l’email del Papa, decide però di non leggerla ad alta voce.

Il Papa ha fatto un viaggio apostolico in Paraguay, tenendo dei discorsi aperti alla cittadinanza nella città di Asunción, non distante dalla casa del regista. Questo evento viene mostrato nel film. Nei suoi discorsi il Papa ricorda la violenza e l’ingiustizia perpetrata nel corso della storia da parte del colonialismo che, anche in nome di Dio, a partire dalla scoperta dell’America nel 1492, ha depredato l’America Latina.

Chaco è l’ultimo coraggioso viaggio di un cineasta indipendente che ha raccontato le atrocità della dittatura argentina nel documentario Tierra de Avellaneda (1996) e narrato un capitolo fondamentale della storia politica italiana con il film Repubblica nostra, da Mani pulite a Berlusconi (1995). Incalcaterra, prima studente poi docente agli Ateliers Varan di Parigi, aveva già affrontato nel film El Impenetrable (2012) la storia del recupero dell’eredità del padre in Paraguay, ma allora non poteva immaginare che quest’odissea potesse continuare, tanto da dover creare un secondo capitolo di questa vicenda autobiografica incredibile e inquietante, il film Chaco, appunto.

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