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Festival dei Popoli: Minervini, scene di ordinaria violenza razzista Cinema

Firenze – La cinquantanovesima edizione del Festival dei Popoli si è aperta con un sorprendente documentario del regista marchigiano Roberto Minervini, dal titolo emblematico What you gonna do when the world’s on fire? Il direttore del Festival dei Popoli Alberto Lastrucci e il presidente Vittorio Iervese hanno introdotto la serata presentando al pubblico, foltissimo, il regista, a cui è stata dedicata una retrospettiva a cura di Alessandro Stellino.

Minervini, dopo un’originale e intensa inchiesta antropologica sulle contraddizioni e i disagi della cultura americana, ben rappresentata dalla trilogia texana e dal film Louisiana, compie un ritratto in bianco e nero della comunità afroamericana di Baton Rouge in Louisiana, aggredita in questi ultimi anni da brutali uccisioni da parte della polizia. Con tre storie differenti, il cineasta vuole dare voce a una comunità che è da sempre discriminata.

Il documentario narra la vicenda di Judy Hall, ex tossica, alle prese con la difficile gestione di un bar. La seconda storia ci fa conoscere da vicino due bambini, Ronaldo e Titus, che vivono con la mamma mentre il padre è in prigione. Infine, Minervini mostra l’attività politica di un gruppo di Black Panters che lottano contro le violenze della polizia.

What you gonna do when the world’s on fire?, titolo ripreso dal verso di un gospel, ci immerge in una realtà sociale complessa senza alcuna pretesa di essere un’inchiesta giornalistica. Nel luglio 2016 a Baton Rouge un giovane nero, Alton Sterling, è stato ucciso dalla polizia in circostanze controverse. Alcuni video provano che Sterling non era aggressivo o pericoloso al momento in cui è stato ucciso. Questo fatto di cronaca ha provocato una escalation di violenza tra il movimento delle Black Panters e la polizia.

Il clima di violenza nei confronti della comunità nera americana non si è mai veramente arrestato come purtroppo mostrano le statistiche ufficiali. La polizia e l’FBI e il Ku Klux Klan, fin dalla nascita degli Stati Uniti, con modalità differenti, hanno schiacciato gli afroamericani con violenze, soprusi, assassini premeditati. Da Martin Luther King, il grande leader pacifista assassinato nel 1968, alle innumerevoli vittime afroamericane, il popolo black continua ad essere il bersaglio di gravissime aggressioni, non trovando un adeguato spazio per ottenere giustizia e difendere i propri diritti.

Il cineasta marchigiano, che vive da anni negli Stati Uniti, crea un mosaico di storie vere dopo aver effettuato un lunghissimo training, innanzitutto umano, poi cinematografico, per ascoltare, come ha raccontato ieri sera in sala, persone travagliate da percorsi di vita terribili, tra violenze domestiche e pubbliche, che a stento sopravvivono in un contesto sociale che, non solo non li aiuta, ma li aggredisce per motivi razziali.

Minervini ha scelto di filmare in bianco e nero perché, come ci ha raccontato ieri sera, il film possa restituire un’ iconografia, un immaginario sociale, della storia degli afroamericani. Gli spettatori attraverso questa scelta visiva possono immediatamente comprendere che ciò che vedono appartiene alla storia di una comunità che dalla schiavitù ad oggi è sempre stata sotto l’assedio dello sguardo razzista dei bianchi. Il colore avrebbe garantito un’estetica occidentale e reso ambigua la relazione tra il filmaker e il soggetto filmato. Il cineasta, con una fotografia in bianco e nero nel momento di massima empatia, rivela una relazione antropologica partecipata che non lascia spazio a un’immagine, e a un immaginario, global, oggi imperante.

Cosa fare quando il mondo è in fiamme? Judy Hill, Ronaldo e Titus, e i giovani attivi nelle Black Panters rappresentano un universo sociale indifeso che, come abbiamo detto, non ha mai trovato un’adeguata risposta giuridica e sociale da parte dello stato americano. L’America di Trump miete razzismo e violenza e rilancia la logica del Far West. Il mercato libero delle armi permette a chi è aggredito di autodifendersi pensando di rispondere secondo una logica di vendetta e non di giustizia. Questo sistema Made in Usa crea una spirale molto pericolosa in uno stato democratico in cui le armi sono a portata di mano di tutti. Lo stato di diritto è delegittimato, per molti la cittadinanza è svuotata di senso.

Questo imbarbarimento sociale rischia proprio in questi giorni di diventare anche il nostro, come dimostra la proposta legislativa dell’attuale governo italiano in materia di legittima difesa, che potrebbe farci approdare, come gli Usa, ad una società fondata sul principio homo homini lupus.

Cosa fare allora quando il mondo è in fiamme? Una possibile risposta è nel testamento spirituale e politico dei grandi leader come Martin Luther King o Nelson Mandela: una lotta non violenta per imporre i diritti civili e una difesa penale che renda giustizia alle vittime di razzismo. I diseredatati, i giovani black e tutte le vittime di razzismo possono essere difese da una rete antirazzista internazionale che protegga i diritti umani e civili.

Foto: l’immagine della locandina del film  di Minervini

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