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Festival dei PopolI: Pentcho, la nave che salvò 500 ebrei Cinema

Firenze – Il festival dei popoli ha presentato ieri sera allo Spazio Alfieri, in prima mondiale, Pentcho, il magnifico documentario del regista parmigiano Stefano Cattini.

Pentcho è il nome di un battello che durante la seconda guerra mondiale cerca di trasportare 520 ebrei in fuga dal nazismo verso Israele, senza riuscirci. Il Pentcho parte da Bratislava nel maggio del 1940, iniziando un viaggio pieno di peripezie e incontrando difficoltà di ogni tipo. Il battello attraversa il mar nero, gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli, per poi raggiungere il mar Egeo dove si arena per avaria ed è costretto a fermarsi su un isolotto greco disabitato.

Siamo nell’ottobre del 1940, dopo alcune settimane di resistenza nell’isolotto, i naufraghi vengono tratti in salvo dalla marina militare italiana che li trasporterà prima nell’isola di Rodi e poi in un campo di internamento italiano, a Ferramonti di Tarsia in Calabria. Quasi tutti i passeggeri della nave riusciranno a salvarsi. Dal campo Ferramonti gli ebrei non furono infatti deportati nei lager nazisti.

Il Pentcho, la nave battello, non riuscirà ad arrivare in Israele, ma molti dei suoi passeggeri vi andranno a vivere dopo l’olocausto. Il cineasta Stefano Cattini, nel 2017, è riuscito a mettersi in contatto con alcuni dei passeggeri, ancora vivi e ha deciso di creare un mosaico di interviste per raccontare per la prima volta al cinema l’incredibile storia del Pentcho.

Cattini ha così incontrato Karl, Dina e tanti altri testimoni, che oggi vivono tra Israele e l’Occidente, desiderosi di rievocare una vicenda personale e storica. Karl ha anche consegnato al cineasta un prezioso materiale filmico che contiene lunghe testimonianze dei protagonisti del viaggio del Pentcho. Questo filmato è inserito come fonte audiovisiva nel documentario di Cattini e ci permette di ascoltare una testimonianza significativa, quella di Alexander Citron, organizzatore e stratega dell’intero progetto di fuga dall’Europa nazista.

Karl, nella sua casa in Israele, ricorda l’arrivo degli inglesi quando liberarono nel 1943 il campo di Ferramonti di Tarsia e gli chiesero di fare da traduttore perché conosceva l’inglese. Nel ricco mosaico di testimonianze ricordiamo Dina, che oggi vive in Israele, mentre, in una scena del film, porta delle fotografie nel museo della memoria, istituito nell’ex campo di internamento Ferramonti a Tarsia.

Il cineasta, come ha dichiarato ieri allo Spazio Alfieri, non ha voluto proporre una visione storiografica che ponesse Benito Mussolini come salvatore degli ebrei, facendo apparire così il regime fascista non pienamente coinvolto nell’alleanza con i nazisti. Cattini non vuol fare passare il messaggio “Italiani brava gente”, che spesso i media italiani propugnano per far dimenticare le colpe gravissime dell’Italia di Mussolini nel secondo conflitto mondiale. Ricordiamo ad esempio che proprio dalla Grecia, dall’isola di Rodi, dopo la disfatta dell’Italia e la caduta del fascismo nel 1943, vi fu una deportazione della comunità ebraica nei lager nazisti da parte dei soldati tedeschi. Se i 520 ebrei del Pentcho sono riusciti a trovare salvezza è in nome, come testimoniano i protagonisti, di alcune persone comuni e del loro grande coraggio.

Il cineasta torna in alcuni luoghi del percorso della nave Pentcho, mostrando il mare e i porti dell’Europa dell’est di oggi. Da qui nasce il racconto di una vicenda storica che invita lo spettatore ad immaginare ascoltando la rievocazione dei testimoni, un viaggio per non dimenticare ogni singola storia che appartiene all’olocausto e per ricordare che sono i 520 ebrei gli eroi da ascoltare e ammirare.

Segnaliamo, per un maggiore approfondimento su questa avvincente e incredibile vicenda storica che non è molto conosciuta, i volumi “Il viaggio del Pentcho. Le anime salvate” e “Il Kaddish a Ferramonti. Le anime ritrovate” de La libreria della Shoah. Inoltre, di particolare interesse sono i libri di John Bierman (Odyssey) e di Alexander Citron (Habaita). Per conoscere più da vicino l’esperienza del campo di internamento di Ferramonti di Tarsia, si può vedere il documentario “Ferramonti: il campo sospeso” di Cristian Calabretta (2013) e leggere il volume di C.S. Capogreco, “Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista 1940-1945” (Giuntina 1987).

 

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