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Fidelio al Maggio: Florestan si salva anche dallo sciopero Spettacoli

Firenze – Al Maggio vincono il buon senso e la professionalità di Zubin Mehta, della compagine orchestrale, del coro e di tutti  gli uomini e le donne di buona volontà che hanno scongiurato la cancellazione della serata inaugurale. Dunque il Fidelio, unica opera composta da Beethoven, tre volte rimaneggiato e con ben quattro Ouverture composte nell’arco di 10 anni ( di cui anche qui è stata eseguita come da prassi,  la Leonore n.3 prima del Finale), è andato in scena così come da programma.

Mancavano i cambi di scena e di luci, i soprattitoli e le immagini proiettate ma il fondale  e i  costumi si sono salvati, così da dare almeno il senso di un’atmosfera, un periodo storico, una profondità spazio-temporale che ha permesso agli interpreti  di muoversi e recitare come da tradizione. La musica, a volte, da queste privazioni, ne esce rafforzata. E di forza nel Fidelio ce n’è davvero tanta.

L’anelito di libertà e di eroico coraggio della sposa che si finge uomo e riesce a penetrare da secondino fin nell’angolo più tetro e nascosto dell’infame prigione per liberare il suo uomo, ha un significato universale che tocca le corde più intime della coscienza individuale. Zubin Mehta, sul podio, imprime sin dalle prime battute un’energia e un vigore che è quello dello stile eroico beethoveniano, un esito naturale se si pensa che  l’opera è imparentata temporalmente con la Quinta Sinfonia che Beethoven componeva proprio negli anni tra il 1807-1808 .

Con la sensibilità che gli è consona, il Maestro ha fatto salvo lo squarcio da commedia borghese proprio dei primi tre quadri del primo atto. Qui  la vicenda ruota tutta intorno all’equivoco ruolo en-travesti di Fidelio –Leonore di cui Marzelline si è incautamente invaghita e la musica disegna un ambiente casalingo di futuri e inattuabili progetti matrimoniali. Anna Virovlansky è una trepidante Marzelline e lo Jaquino di Karl Michael Ebner  con altrettanti  buoni esiti vocali,  interpreta il personaggio con misurata rassegnazione , riuscendo anche a conferirgli un carattere buffo, quasi da commedia settecentesca.

È però con l’arrivo sulla scena di Fidelio che l’opera sterza immediatamente sul versante drammatico acquisendo anche un più profondo spessore sinfonico. Il soprano  Ausrine Stundyte, scelta dallo stesso Mehta  come Fidelio,  dispone di mezzi vocali all’altezza del ruolo, ha una bella voce e canta con intensità d’accenti. Bella e brava nel tratteggiare un personaggio investito da  un compito quanto mai drammatico, sembra tuttavia poco incline ad incarnare quella pietas cui gioverebbero  maggiori  sfumature di fraseggio  che un poco difettano anche nell’Invocazione alla speranza,  culmine espressivo del Primo atto.

Tutto di livello anche il restante cast al maschile, l’assennato Rocco di Manfred Hemm, l’intrepido e pugnace  Don Pizzarro di Evgeny Nikitin  e il patetico ma orgogliosamente dignitoso Florestan di Burkhard Fritz. Quello che però più commuove nel Fidelio e che ricorderemo di questa edizione, sono le mirabili pagine d’insieme, dei quartetti, terzetti, sestetti vocali e la  toccante malinconia del coro dei prigionieri che di Beethoven fanno quell’immortale cantore di valori universali quale egli è.

Repliche: 30 aprile, 5 maggio ore 20.30,  3 maggio, ore 15,30k
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