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Filippo Legnaioli, presidente Cia Firenze: “Il futuro? Antichi saperi e innovazione” Economia

Firenze – Se i numeri danno per certo che l’agricoltura toscana sta vivendo un momento di particolare attenzione che riguarda anche il turismo, aiutata da un export di tutto rispetto che vede i prodotti toscani apprezzati nel mondo, tuttavia questo non esime dal dovere di fare un punto della situazione, di mettere in luce i punti di debolezza e di forza della nostra agricoltura, di cercare di individuare le prospettive future e le richieste che provengono dal mondo agricolo per incrementare le chances di successo nei prossimi anni.

Il presidente di Cia Area Metropolitana Firenze Prato Filippo Legnaioli parte da questi assunti, insieme al responsabile area imprese della Confederazione Italiana Agricoltori Lapo Baldini.  Il quadro che esce dell’agricoltura toscana e del suo futuro riceve, insieme ad alcune conferme, anche nuovi spunti di riflessione per lo sviluppo. Con un’attenzione particolare che riguarda un settore particolarmente in crescita del panorama agricolo: la produzione biologica.

Iniziando proprio dalle scelte “bio” che inquadrano un metodo di produzione e trasformazione particolarmente sensibile al rispetto dell’ambiente e del consumatore, la Cia, come ricorda Legnaioli, ha da tempo affrontato la questione “scegliendo di creare un’associazione interna dedicata, Anabio, che raggruppa le aziende agricole della Cia hanno scelto di condurre produzione e trasformazione secondo il metodo e i dettami del biologico. Un modo che permette di condividere agli agricoltori che si sono dati questa scelta di condividere esperienze, comunicazioni, modi di far “lobby””. Un metodo, quello “bio” che tuttavia non si ferma a una sola definizione ma possiede varie sfumature, dal metodo biodinamico a quello della lotta integrata passando appunto per il biologico. E che, come precisa il presidente della Cia fiorentina, “non può essere ritenuta la sola scelta compatibile con il rispetto dell’ambiente e del consumatore. I prodotti toscani in generale seguono spesso regole di eccellenza e qualità sia nel campo che nella trasformazione. Basti pensare alle molte doc o Igp che troviamo in regione. Anche se, come ben si rileva dalla situazione di sofferenza generalizzata delle imprese agricole, comprese anche quelle bio, il meccanismo si “inceppa” quando si arriva al mercato, vale a dire alla distribuzione, sia essa grande, media o piccola, passaggio in cui la fatica è pesante per tutti”. E’ anche vero, inoltre, che se il biologico rappresenta un’ulteriore distinzione e sfumatura nel quadro dell’eccellenza toscana, n0n bisogna dimenticare che il prodotto bio si differenzia anche in merito alla natura stessa del prodotto, come spiega Lapo Baldini. “La differenza si ritrova nell’impatto anche emotivo del prodotto rispetto al consumatore – dice il tecnico della Cia – per fare un esempio, l’appeal del grano biologico (o dei grani biologici) è diverso rispetto a quello del vino. dal momento che il primo rappresenta, nell’immaginario collettivo europeo e non solo toscano, un cibo primario come il pane e una tecnica primaria come la panificazione, mentre il vino comunque trascina con se’ una connotazione diversa, anche di lusso se vogliamo”. Del resto, la vera questione è che ancora, nell’ambito del biologico, una linea di certificazione su certi prodotti particolari che s’affacci su l mercato per ora non esiste. “Si tratta di una difficoltà di massa critica” conclude Baldini. Insomma, a un marchio famoso come il Brunello non corrisponde un’altrettanto famoso e riconoscibile “segno” biologico.

E tuttavia, esperimenti anche importanti e positivi sono stati fatti. “Per fare un esempio di cosa potrebbe diventare un “marchio” un’indicazione di provenienza di un territorio bio, si può pensare alla sperimentazione del biodistretto fortemente sostenuto dall’ex-sindaco di Greve in Chianti, Bencistà. Coinvolgendo anche altri comuni in un’area che si pone a cavallo di Greve, Panzano e altri territorio del Chianti, al di là dei confini amministrativi, il biodistretto diventa un discorso molto interessante a livello agricolo, in quanto crea un’area con una precisa identità agronomica”, dice Legnaioli. Aspetti negativi? “Crea vincoli pesanti per gli agricoltori”.  

Ma c’è anche un altro aspetto che di solito viene sottovalutato, che fa presente Baldini. “In realtà un cambiamento nell’approccio dell’uso di fiotfarmaci si è avuto nel tempo, tenendo presente che l’agricoltura integrata unisce due aspetti, il rispetto per l’ambiente  e il rispetto per il portafoglio. Il fatto che con il tempo l’approccio sia mutato per quanto riguarda l’agricoltura in generale, lo si vede ad esempio dal trattamento del ragnetto rosso della vite, che prima era propinato tre volte l’anno, mentre ora lo si mette in atto davanti a precisi casi di infestazione”.

Infine, per quanto riguarda il futuro dell’agricoltura toscana, le idee sono chiare. Intanto, c’è da affrontare il cambiamento climatico in atto. Al di là di facili esagerazioni, sul territorio, come spiega Baldini, “il cambiamento climatico viene osservato soprattutto sulla mutazione di insetti o funghi, come è stato dimostrato dall’esplosione avvenuta anno scorso per quanto riguarda la mosca olearia, dovuta a una ragione puramente climatica. Allo stesso modo altri insetti e patogeni con cicli vitali legati a parametri climatici rischiano i esplodere, e altri di ridursi fino all’insignificanza”. 

Dunque, con la consapevolezza di questa spada di Damocle difficilmente prevedibile, si passa a un altro, importante punto: la qualità, per la Toscana, da strategia è diventata obbligo. Le ragioni sono legate alla natura pedoclimatica della Toscana, per cui “non siamo pronti e non possiamo giocare la battaglia sulla quantità”. 

ciatoscana_filippolegnaioli_400x400O riusciamo a perseguire certificazione, qualità, territorio in modo intelligente o rischiamo di perdere una grande occasione Il brand che abbiamo è prestigioso, un vero e proprio patrimonio da custodire con una gestione che deve essere accurata per evitare che diventi un boomerang – dice Legnaioli – l’importante è difendere questa impostazione: territorialità, evitare l’utilizzo di un brand solo mercantile tanto più che noi possediamo vere tradizioni, veri saperi, vere eccellenze. E’ così che possiamo trasfomrare le nostre debolezze in punti di forza: è vero che il nostro territorio produce meno olive, ma in compenso rispetto ad esempio alle cinque cultivar spagnole, noi ne abbiamo 60, ognuna con la sua caratteristica, la sua dose di profumo e particolarità verso cui è necessario usare intelligenza, ricerca, innovazione”. Insomma tutto il contrario di ciò che succede a Livorno, dove la Regione ha dato il suo “appoggio” (finanziamento) a un Pif (progetto di filiera integrata) che vede 30 ha di terreno coltivato con olive di cultivar spagnole in modalità superintensiva. Risorse , quelle regionali, che dovrebbero invece “andare verso la ricerca sui nostri prodotti – dice Baldini – la cosa migliore è lavorare su ciò che si ha”. Che, tra l’altro , è prezioso.

Infine, non c’è futuro senza il prezioso sapere del passato. “E’ tempo che rivalutiamo antichi saperi, antiche cultivar, modalità della sapienza contadina “passandoli” attraverso il valore aggiunto della ricerca, dell’innovazione, sia tecnologica che di modalità  – conclude Legnaioli – tutto ciò non è solo narrazione, brand commerciale, ma è la concreta ricchezza di questa terra toscana”. E anche il suo futuro.

 

 

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