energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Film Middle East Now: popoli e società a confronto Spettacoli

Sono i problemi della vita quotidiana, , la difficile condizione della donna e la comune aspirazione alla pace, i temi forti che legano con inedite corrispondenze i 30 film provenienti da 13 paesi dell’area mediorientale, dimostrando come, pur nelle diverse identità, il modo di sentire sia molto affine.
Il film simbolo che meglio rappresenta le contraddizioni dell’attuale situazione nella tormentata area medio-orientale è non a caso quello che è stato messo in apertura di festival, The reluctant revolutionary (12 aprile ore 21, Odeon), recentemente presentato nella sezione Panorama del festival di Berlino. Il documentario di Sean McAllister racconta la poco conosciuta rivoluzione disarmata dello Yemen, un paese che detiene un’altissima concentrazione di armi per persona, ma dove le uniche armi in piazza sono state quelle della repressione governativa. Di delusioni post-rivoluzionarie parla invece Back to the Square di Petr Lom, in cui cinque persone di ambiti sociali diversi esprimono la loro opinione sull’anno trascorso dopo gli entusiasmi di Piazza Tahir, in Egitto. Carico di attesa è anche l’arrivo a Firenze, in anteprima mondiale di #Syria, che il regista Hamza El-Abdulla sta ultimando in queste ore e che racconta la rivoluzione siriana attraverso i social network.
Grande attenzione è riservata, nella sezione, ai film che hanno per protagonisti i più deboli della società, come i sette ragazzi che scontano la pena in un riformatorio di Teheran (The last days of winter di Mehrdad Oskouei), i 32 bambini ospiti dell’orfanotrofio del coraggioso Husham, nel quartiere più pericoloso di Baghdad (In my mother’s arms di Atia e Mohamed Al Daradji) e il piccolo Mir, cresciuto in un villaggio afgano vicino ai celebri Buddha di Bamiyan (The boy Mir di Phil Grabsky). Ma è lo sguardo fiero delle donne a colpire attraverso l’immagine del manifesto del festival, tratta dalla mostra Listen dell’artista iraniana Newsha Tavakolian, e sono dedicati alle donne due dei più drammatici e toccanti film del festival, I am Nasrine di Tina Gharavi, su una giovane iraniana costretta a rifugiarsi in Inghilterra per il suo carattere anticonformista, e The other side of Burka di Mehrdad Oskouei, sulla difficile vita delle donne in una piccola isola del Golfo Persico che detiene un triste record di suicidi femminili.

Barbara Corsi

Foto. Sean McAllister

Print Friendly, PDF & Email
Condividi

Film Middle East Now: popoli e società a confronto Cinema, Middle East Now

Sono i problemi della vita quotidiana, , la difficile condizione della donna e la comune aspirazione alla pace, i temi forti che legano con inedite corrispondenze i 30 film provenienti da 13 paesi dell’area mediorientale, dimostrando come, pur nelle diverse identità, il modo di sentire sia molto affine.
Il film simbolo che meglio rappresenta le contraddizioni dell’attuale situazione nella tormentata area medio-orientale è non a caso quello che è stato messo in apertura di festival, The reluctant revolutionary (12 aprile ore 21, Odeon), recentemente presentato nella sezione Panorama del festival di Berlino. Il documentario di Sean McAllister racconta la poco conosciuta rivoluzione disarmata dello Yemen, un paese che detiene un’altissima concentrazione di armi per persona, ma dove le uniche armi in piazza sono state quelle della repressione governativa. Di delusioni post-rivoluzionarie parla invece Back to the Square di Petr Lom, in cui cinque persone di ambiti sociali diversi esprimono la loro opinione sull’anno trascorso dopo gli entusiasmi di Piazza Tahir, in Egitto. Carico di attesa è anche l’arrivo a Firenze, in anteprima mondiale di #Syria, che il regista Hamza El-Abdulla sta ultimando in queste ore e che racconta la rivoluzione siriana attraverso i social network.
Grande attenzione è riservata, nella sezione, ai film che hanno per protagonisti i più deboli della società, come i sette ragazzi che scontano la pena in un riformatorio di Teheran (The last days of winter di Mehrdad Oskouei), i 32 bambini ospiti dell’orfanotrofio del coraggioso Husham, nel quartiere più pericoloso di Baghdad (In my mother’s arms di Atia e Mohamed Al Daradji) e il piccolo Mir, cresciuto in un villaggio afgano vicino ai celebri Buddha di Bamiyan (The boy Mir di Phil Grabsky). Ma è lo sguardo fiero delle donne a colpire attraverso l’immagine del manifesto del festival, tratta dalla mostra Listen dell’artista iraniana Newsha Tavakolian, e sono dedicati alle donne due dei più drammatici e toccanti film del festival, I am Nasrine di Tina Gharavi, su una giovane iraniana costretta a rifugiarsi in Inghilterra per il suo carattere anticonformista, e The other side of Burka di Mehrdad Oskouei, sulla difficile vita delle donne in una piccola isola del Golfo Persico che detiene un triste record di suicidi femminili.

Barbara Corsi

Foto. Sean McAllister

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »