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Finanza “rischiatutto”, ma si può gestire. Con la conoscenza Economia

E’ con un esperto, consulente finanziario d’impresa indipendente impegnato da decenni nel settore e che ha visto la rivoluzione di un mondo intero, il dottor Efisio Pinna, che Stamp è andato a parlare per capire fino in fondo come sia stato possibile, per centinaia di risparmiatori, perdere tutto ciò che possedevano nel tempo di un amen. Al di là del caso al centro della cronaca, le 4 banche di cui una non solo toscana ma anche con addentellati nel vivo della politica nazionale, Stamp tenta di spiegare, con l’aiuto qualificato del dottor Pinna, come si svolge il meccanismo infernale che agli occhi della gente “rapina” risparmi dalle tasche di cittadini comuni, per lo più pensionati. Anche perché, come conclude la “chiacchierata” il dottor Pinna, “non è finita, anzi. E’ solo cominciata”.

Firenze – Da dove si parte? La materia è sconfinata, e si può dire ostica. Ma è lo stesso dottor Efisio Pinna a prendere il bandolo della matassa: “Il primo problema, quello imprescindibile, quello che sta alle radici di tutto quello che è capitato finora e, ahimè, che capiterà se non vi si pone rimedio, è la mancanza di conoscenza, o, meglio ancora, la mancanza di cultura finanziaria”. In soldoni, ecco cosa significa: un risparmiatore “medio” viene più facilmente convinto da “persona di fiducia” (dipendente allo sportello che si conosce da anni, direttore amico, il figlio del vicino) a mettere i suoi risparmi nell’acquisto, ad esempio, delle azioni della Banca di Chieti piuttosto, per esempio, che in quelle di Google. Perchè no quelle di Google, che è infinitamente più grande, controllabile, solido di una piccola banca del territorio? “Perché è rischioso”, risponde, quasi sempre, convinto, il risparmiatore.

E dunque, il primo step, dice il dottor Pinna, è il seguente: quando il risparmiatore decide di entrare in una banca e si siede davanti allo sportello, davanti a un qualsiasi dipendente, “davanti ai suoi occhi è rappresentato un oggettivo conflitto di interessi”. Quale? “E’ ovvio che colui che siede davanti a me presenterà solo i suoi prodotti. E il prodotto proposto può non essere il migliore sul mercato”. Dunque, primo consiglio: allargare gli orizzonti. Guardare al di là della propria banca e delle proposte avanzate da essa. Cosa non facile per chi non è avvezzo e magari non ne ha la formazione; ma indispensabile, come vedremo nel prosieguo del discorso. Questo “conflitto d’interessi” oggettivo in chi deve proporre all’investitore il meglio, ma d’altro canto è “costretto” a restare nell’ambito dell’istituto di credito cui appartiene, è anche la molla della richiesta da parte dei promotori finanziari “indipendenti” dell’istituzione di un proprio albo presso lo Stato.

Dunque, in Italia, l’unico strumento sicuro per non incappare in rischi troppo elevati, o , meglio, per non incapparci inconsapevolmente, è la formazione. Non solo in Italia manca cultura finanziaria, ma quel poco che si sa spesso è distorto e non esatto. Spesso non corrisponde alla verità. Ma su questo punto, commenta Pinna, dovrebbe essere lo stesso Stato italiano che, in vista in particolare delle novità introdotte dall’Europa, dovrebbe “pianificare” una formazione diffusa che riguardi la finanza. Anzi, aggiunge Pinna, “avrebbe già dovuto partire, dal momento che le “novità” che prenderanno corpo dal 1 gennaio 2016 sono già state preannunciate dall’Europa ai paesi membri anni fa”.

Ma è possibile che uno Stato si prenda “la briga” di insegnare almeno le basi dell’economia finanziaria ai suoi cittadini?Non solo è possibile – dice Pinna – ma è auspicabile anche in previsione dell’enorme costo sociale che potrebbe comportare il non farlo”. E i cui prodromi si sono visti proprio in questi giorni, con le migliaia di persone che hanno perduto chi tutti, chi in parte, chi quasi tutti i loro risparmi e gli investimenti che avrebbero dovuto assicurare una vecchiaia serena. Tanto più che altri governi hanno pensato a colmare il gap che l’accelerazione finanziaria degli ultimi anni ha imposto al mondo dell’economia e soprattutto del risparmio rispetto ai modelli tradizionali. Uno degli esempi più noti è quello della Neozelanda, il cui governo, due anni fa, ha pianificato l’educazione dei cittadini alla formazione finanziaria.

Un ritardo pazzesco, quello dell’Italia, che rischia di diventare rovinoso a breve, quando il 1 gennaio del prossimo anno il bail-in codificato dall’Europa diventerà la via comune di soluzione delle crisi bancarie. Cosa significa? In soldoni, si tratta di uno strumento che serve per la soluzione delle crisi della banca attraverso, in prima battuta, le azioni sottoscritte dai propri azionisti. Ma non solo: nell’ordine, azionisti, obbligazioni subordinate, obbligazioni e altre passività ammissibili e depositi oltre centomila euro. Un salvataggio “dall’interno”, come indica il nome.

Di fatto, il principio nudo e crudo è, come spiega Pinna, “che le banche, che si sono trasformate in spa, devono seguire le modalità proprie alle società per azioni. E il meccanismo è quello ben conosciuto: se una spa è in crisi, i soldi che le servono li “mangia” ai suoi azionisti. Perché? Perché sono loro coloro che scientemente hanno deciso di investire i loro danari nel rischio d’azienda. Un rendimento che si fa più alto in relazione al rischio. Più rischi, più guadagni, secondo lo stesso buonsenso popolare. Ma se tutto salta, i cocci sono di chi ha puntato più alto. Almeno in prima battuta”.

Una sorta di “scommessa” dunque, come ben spiegato nella teoria dei giochi. Sì, ma il nocciolo è tutto nell’avverbio: “scientemente”. Nel senso che è giusto tutelare, spiega Pinna, “chi non sapeva, non conosceva non per sua colpa, o ancora di più è stato indotto o non ha ricevuto una rappresentazione sufficientemente reale per essere in grado di valutare il rischio”. Di fatto, spiega Pinna, “la regola tutela la collettività”, che non correrà con i suoi soldi a riparare le “buche” della banca. Che tuttavia a questo punto, per amor di logica, “deve anche esser soggetta a fallimento”. Stop dunque al vecchio adagio italico “la banca non fallisce mai”. Niente airbag-soldi pubblici, tutto viene lanciato sul mercato e senza paracadute. E l’unica risorsa che rimane ad un risparmiatore che voglia mettersi in gioco è quella della comprensione delle regole. Si torna così “ a bomba” al nostro primo punto: è necessario, per contenere i costi sociali ma anche per l’equità e la trasparenza del “gioco” finanziario, che i soggetti conoscano e sappiano ciò che stanno facendo.

Dunque, riprende Pinna, “il rischio si bilancia col rendimento. La vera domanda perciò che un investitore deve farsi, in prima battuta, non è “quanto rende?”, bensì “quanto rischio?”. Il gioco, se vogliamo chiamarlo così, di colui che possiamo definire malpagatore è questo: rischio altissimo, altissimo rendimento, per invogliare l’investitore che altrimenti non ci penserebbe certo a mettere …. a rischio (appunto) i suoi soldi. “E fin qui – prosegue il consulente finanziario – è tutto razionale e scoperto. Il punto è: quanto è giustamente remunerato il rischio, da un lato, dall’altro, quello di non cedere, da parte dell’investitore, alla tentazione di investire “tutto” su un solo prodotto (il consiglio, differenziare sempre). Senza tornare a dire che il rischio è “falsato” quando qualcuno induce all’investimento, o non capisco ciò che sto facendo”.

 

A questo punto, si arriva alla considerazione esemplificativa di ciò che è successo in questi giorni, vale a dire, del meccanismo messo in moto ad esempio da Banca Etruria. I fatti sono noti: nell‘aprile del 2012 Banca Etruria emette obbligazioni subordinate al tasso 5,00 %; a luglio 2102, guarda caso, anche Carichieti emette un bond subordinato allo stesso tasso. Nello stesso giorno, sul mercato c’è anche lo stesso prodotto emesso da Unicredit, che paga però il 7,21% di rendimento. “In quel caso – spiega il consulente finanziario – si trattava in buona sostanza di obbligazioni subordinate cui l’istituto bancario Etruria dava “aria” di piccolo rischio, con rendimento 5%. Il rendimento era minore rispetto alla stessa tipologia di investimento proposto da Unicredit, che nello stesso giorno dava invece un rendimento (sempre per le subordinate), di 7, 21% . Questo poteva essere un campanello d’allarme sul rischio che si assumeva l’investitore, in quanto come detto, più alto è il rischio, più si alza il rendimento per rendere appetibile il prodotto al mercato degli investitori. In questo caso dunque l’inganno è stato doppio: da un lato, la mancata trasparenza sul rischio, dall’altro, la mancata remunerazione rispetto al mercato. Senza contare che Unicredit, che dava un rendimento di circa 2 punti superiore a Banca Etruria sullo stesso prodotto, poteva anche vantare la maggiore solidità dell’istituto”. In soldoni: chi compra subordinate Banca Etruria, ha un titolo a rischio alto, che viene pagato meno ed è meno “solido” dello stesso prodotto targato Unicredit.

Ma non è finita. Nella vicenda delle 4 banche, entra anche il ruolo di Ficht, una delle agenzie di rating che dettano le regole al mondo della finanza internazionale. Per quanto riguarda Banca Etruria, l’agenzia di rating mette in moto un meccanismo perverso quando sistema l’istituto di credito nella categoria BB+, un declassamento che pone Banca Etruria a “junk”, “spazzatura”. (Segnaliamo, en passant, che tre giorni fa Ficht ha bollato con BB+ il Brasile, fra l’indifferenza generale ….).

Spiega Pinna: “Quei prodotti di cui sopra, in particolare le obbligazioni subordinate, sono in buona sostanza destinate a investitori istituzionali. La motivazione è semplice: nella diversificazione degli investimenti, una piccola percentuale (fino al 5% diciamo) del capitale a rischio è ben accetto agli investitori istituzionali, che lo mettono in portafoglio perché ha un rendimento alto. Ma dal momento che Ficht mette un istituto bancario sotto scacco con il BB+, per legge gli investitori istituzionali non possono più comprare quei titoli. E qui scatta il problema: l’istituto bancario in buona parte si finanzia con quei titoli. E allora che fa, visto che li ha già emessi? Li piazza sul mercato retail, chiamato, in ambiente finanziario, “mass market””.

Cos’è il retail, pardon, mercato di massa? “Il settore del mercato che comprende tutta la fascia di clientela sotto i 100mila euro circa. Per questo – ribadisce Pinna – questi meccanismi vanno conosciuti e serve la formazione finanziaria”. L’unica che forse darebbe strumenti veri di tutela agli investitori.

E non è finita. E’ di questi giorni la notizia riportata dal Sole24ore, che altre banche si dibattono nelle difficoltà, in particolare nel Nord Est, nel Veneto del miracolo economico frustato dalla crisi. La slavina dunque è appena partita, e prenderà velocità quando, a gennaio, il bail-in diventerà il normale strumento di soluzione delle crisi bancarie. La conoscenza diventerà l’unica tutela reale, anche da parte dei dipendenti delle banche, che giacciono, come è stato scritto su vari quotidiani, in cattive acque: da un lato, hanno coinvolto in questi investimenti anche i famigliari, dall’altro sono visti dalla platea dei risparmiatori come veri e propri agenti delle banche per indurre i clienti a compiere investimenti rivelatisi disastrosi. “Certo – dice Pinna sul punto – è vero che la formazione va fatta anche al dipendente allo sportello. Però è anche vero che se un medico prescrive un farmaco sbagliato, anche se non totalmente consapevole della sua nocività, deve risponderne … è il concetto di assunzione di Responsabilità. Vedi Fromm su Responsabilità: “Essere pronti e capaci di rispondere in qualsiasi situazione””. 

Intanto, che sta succedendo? Che il mercato delle obbligazioni subordinate sta riprendendo corpo. Perché? La risposta alla prossima puntata.

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