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Fine dell’era Berlusconi: dalla farsa alla tragedia Opinion leader

Dice Marx, in quel libro famoso, che la storia si presenta sempre due volte: la prima come tragedia e la seconda come farsa.
Silvio Berlusconi, che vede comunisti dappertutto intenti a tramare contro di lui – una volta affermò che pure le scuole superiori rientravano sotto la loro giurisdizione – sarà contento di averla avuta ragione sull’icona principe del comunismo poiché la sua era, cominciata sotto il segno della farsa, sta finendo sotto quello della tragedia; per l’Italia, s’intende. Nessuno avrebbe mai pensato, per quanto le cose nel nostro Paese abbiano una specificità tutta particolare, quanto sta succedendo. Siamo, infatti, alla dimostrazione di come, veramente, la nostra democrazia sia a rischio di italico bonapartismo. Sono i fatti a confermarlo visto che la presidenza del consiglio dei ministri – come ci dice l’incontro di Arcore di lunedì scorso –  è, innanzitutto, un family business perché, alla salvezza dell’Italia viene anteposta quella delle aziende di famiglia. Ora è chiaro quanto la questione del conflitto d’interessi non fosse un accanimento pretestuoso delle opposizioni contro un imprenditore di successo sceso in politica, soprattutto per salvare il proprio impero economico; ora che le borse fanno scendere le quotazioni delle imprese che fanno capo a lui e alla sua famiglia.
A dire il vero, all’inizio della storia, non degna nemmeno delle cosiddette “repubbliche delle banane”, Berlusconi non aveva nascosto il vero motivo della sua discesa in campo: salvare le proprie aziende dalla sinistra; solo che, a metterle in crisi, non è la sinistra, ma lui stesso la cui memoria si sostanzierà del triste primato di essere arrivato a emarginare l’Italia dal contesto europeo e internazionale e, addirittura, aver messo il Paese sotto il rigido controllo di organismi internazionali che oramai dettano l’agenda politica italiana. Dall’indifferenza siamo al discredito dell’opinione pubblica internazionale che mai, e diciamo mai, si era vista così concorde e pure sprezzante nel dargli il benservito con un’insolita invasività nelle nostre questioni interne.
C’è di che vergognarsi, ma gli italiani onesti debbono invece andare fieri di appartenere a un Paese che, pur con tutte le sue pecche, è pieno di energie positive e che forse, un po’ troppo spesso, dimentica di non aver smarrito il senso della dignità nazionale. Certo che il prezzo, morale, economico, finanziario e di credibilità da pagare, sarà salato; a ciò non si sfugge.
Così, mentre Berlusconi deve mollare per colpa dei famigerati “mercati” – espressione impropria, ma l’educazione ci fa mordere la lingua – prima di lui un altro è stato mollato, ma non dai mercati, bensì dal suo movimento: vale a dire Umberto Bossi, contestato da buona parte del suo gruppo dirigente e dalla maggioranza di quelli che lo avevano votato. Non c’è che dire. Ma non si può tacere a coloro che lo avevano presentato come una volpe del gioco politico, pur nella rozzezza del personaggio e nel periodo ipotetico dell’irrealtà nel quale coniugava la sua proposta per cui non solo non è vero che la crisi dell’Italia e dell’euro avrebbero fatto sorgere, novella Minerva dalla testa di Giove, la Padania. Altro che Padania; dobbiamo riconoscere che il detto tante volte ricordato da Giulio Andreotti, secondo il quale, alla fine, tutte le volpi finiscono in pellicceria, calza ancora a pennello.
La crisi, prima che formalizzarsi, si è materializzata. Quali saranno i suoi sviluppi, al momento, non è dato sapere; l’unico punto fermo è il comunicato emesso del Quirinale dopo il colloquio avuto con il presidente sconfitto. 
Nessuno dubita, naturalmente, che Giorgio Napolitano rispetterà alla perfezione il mandato costituzionale. Potrebbe essere che il Parlamento esprima una nuova maggioranza oppure che le rigidità e gli interessi di talune parti impediscano quel governo di intesa unitaria di cui il Paese ha bisogno con urgenza. Ci domandiamo: se le elezioni anticipate apparissero come l’unica strada possibile esse non potrebbero, realisticamente, tenersi prima di febbraio; ma può un Paese in queste condizioni reggere un tale presidente del consiglio per ancora tre mesi buoni? Altro che spread, alla fine l’Europa dovrà cercare un curatore fallimentare! E allora? Ci auguriamo che vi sia al più presto un presidente incaricato di nuovo conio e che questi faccia un governo e si presenti alle Camere. Se non dovesse avere i voti per governare e dovessimo per forza andare alle urne, ci andremmo con un presidente del consiglio diverso. Attenzione perché non è una questione di poco conto. Tanto, per quanto concerne la politica economico-finanziaria, il programma ci è già stato dato; utile e salutare sarebbe, invece, andarci con una nuova legge elettorale lasciando il porcellum di Calderoli nel capitolo allo squallore politico dell’era berlusconian-bossiana.


Paolo  Bagnoli
 

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