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Fiorentina e Sousa: non tutti i tifosi sono credenti Opinion leader

Firenze – “I giocatori ci credono”, e a detta di Sousa, “ci credono anche i tifosi”, tutti toto corde con la squadra. Questa è un’altra delle frasi oracolari che Sousa ripete dall’inizio dell’anno insieme a altre misticheggianti sul “lavoro” e sul voler “vincere sempre”. Ma in che cosa credono? E come dovrebbero dimostrare, semmai, che non credono? Chi non ha creduto, o chi non l’ha dimostrato, non c’è più.

Qualcuno, come Basanta per esempio, non c’è più senza aver potuto nemmeno far vedere se ci credeva o no. Più o meno come Suarez. Altri, come Mati, sono tollerati di malavoglia, in attesa di esser convertiti. Ma il mistero della fede ora ci sconcerta tutti. Noi miscredenti e volgarmente pragmatici, che siamo disposti a credere solo in quello che vediamo, ci stiamo chiedendo come si fa a credere nel gioco di Sousa.

Che ieri sera, tra l’altro, abbiamo capito che non è un’idea di gioco definita, ma un “processo”: che, aristotelicamente, vale come tale, come cammino che in sé redime e realizza (il che tornerebbe con quell’etica del lavoro continuamente allusa), come qualcosa che è nel suo farsi, e non come una vera e propria meta. Ma dove l’hanno trovato un tecnico così, che parla come Peter Sellers in Oltre il giardino, che ieri sera in conferenza stampa, come ogni buon profeta, non ha fatto neanche mancare un richiamo al “diluvio” come segno divino, che infinocchia tutti con sorrisetti educati e parole insensate, mentre sta impunemente disfacendo una squadra e fa ancora credere a qualcuno che la sta costruendo?

Quello che accade a Firenze quest’anno ha del tragicomico. La fiera del dilettantismo, aperta alla grande dalla società con il caso Salah e approdata alla pagliacciata del caso Mammana, si corona oggi con le due espulsioni di seguito subite dal nostro tecnico che evidentemente legge troppo i Libri Sacri e poco i regolamenti. Ma quello che importa di più a noi spettatori profani è sapere cosa c’è scritto in quei Libri. Perché la netta sensazione è che qui si stia impunemente perpetrando la distruzione di una squadra, e non sappiamo in nome di che.

Lo ripeto da mesi. Il gioco di Sousa, nella migliore delle ipotesi, è una bella teoria da praticare altrove, non in Italia; dove ad ogni partita bisogna essere più realisti del re, conoscere le possibili contromosse degli avversari, saperne i punti deboli e i punti di forza, regolarsi di conseguenza. Non c’è tecnico vincente nel nostro calcio che non si adegui alle caratteristiche dei propri giocatori e alle loro capacità e che non sappia applicare almeno due o tre moduli diversi. In passato i nostri avevano dimostrato di avere prerogative uniche, nel palleggio, nella padronanza tecnica e nel possesso palla, ovviamente a ritmi “spagnoli”, date anche le caratteristiche fisiche dei soggetti.

Oggi si chiede loro velocità, corsa e rincorsa, e soprattutto si pretende che sappiano giocare fuori ruolo, tanto che ora si appalesa anche l’idea zemaniana delle ali invertite, il Kuba destripede a sinistra e il Berna sinistro a destra. A che pro? La Fiorentina sta giocando un gioco d’attacco ormai imparato a memoria anche dai raccattapalle, che frutta, nell’arco di una partita, una media di uno massimo due tiri in porta, che concede ripartenze da brivido agli avversari in quantità industriale, che per ora ha come unico esito di sfiancare i giocatori in un lavoro inutile e improduttivo.

Ma lui, il profeta, imperterrito, chiede pazienza, applicazione, lavoro. Ed è qui che il mistero si infittisce. Quale gioco al mondo richiede mesi (forse anni?) e tanti sacrifici umani per essere assimilato? E perché dovremmo credere, noi e i giocatori, in un gioco che di partita in partita dà risultati sempre più penosi? Non eravamo noi, poveri ma belli, i primi esteti a dire che  il risultato contava meno del gioco, soprattutto quest’anno che volevamo far ripartire il “progetto”? Ma poi: ce ne rendiamo conto come otteniamo quei risultati?

Scusate lo sfogo, ma bisognerà pur farglielo sapere a Sousa che non tutti i tifosi ci credono. Aspetto con ansia un ravvedimento, che so che non ci sarà, perché quel tecnico è lì non per la Fiorentina, ma per se stesso e per il suo gioco griffato (da esportare in Albione). Un ravvedimento però me lo aspetto dalla proprietà e dalla dirigenza. Ha ragione Calabrese a scrivere su Repubblica che qualcuno deve rispondere se non degli errori (dal momento che per ora non si ammette che sono tali) almeno delle incoerenze e delle ipocrisie.

Che almeno Pradè o chi per lui traduca nel linguaggio del senso comune (e speriamo anche del buon senso) i proferimenti misteriologici del tecnico e anche quelli della società (sì, perché anche la società ci ha ammaliato con i suoi “mister X” e con le sue ineffabili indignazioni regolarmente seguite a misfatti che però restano inesplicati, dal licenziamento di Montella ai flop del mercato). Se non ci date gioco e se non riuscite nemmeno a farci sognare quando ci sarebbero tutte le premesse per non svegliarci delusi, diteci almeno chiara e tonda la verità. 

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