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Fiorentina: i misteri dell’alta velocità Della Val di Sousa Sport

Firenze – Il “sousismo”, è una minaccia o una promessa? E per ora, c’è una Fiorentina di Sousa? Mi faccio queste due domande sapendo che non è facile rispondere, ma che è importante cercare di farlo per giudicare meglio. E lo faccio anche per una mia idiosincrasia metodologica: da filosofo, prediligo le chiarificazioni concettuali, mi piace sapere di che cosa parlo prima di parlarne, e non c’è dubbio che la Fiorentina dei DV mi dà più di un’occasione per un esercizio del genere, dal momento che i concetti fuzzy, alla Viola, non mancano.

Il primo è il concetto di “progetto”, che ho già provato a esplicare, ma con dubbi esiti; perché a un certo punto avevo capito che il progetto, quest’anno, consisteva nel ricominciare da capo, nel ringiovanire la squadra mantenendo l’alto profilo di un bilancio accorto che per i nostri patròn ammonta tout court a moralità. Ma nessuno mi ha fatto capire se questo è un mezzo per arrivare ad un fine o se è il fine esso stesso.

Perché se è il fine esso stesso, allora non somiglia a quel progetto cui ci avevano fatto credere comprando Gomez, investendo su Pepito e andando a scovare campioni troppo presto dimenticati come Pizarro, Gonzalo e Joaquin. Quello sembrava il progetto di una squadra che puntava dritto a vincere, ad andare in Champions, a migliorarsi di anno in anno. Poi l’improvviso apparente pentimento e il radicale rinnovamento, comprensivo di un nuovo tecnico, straniero (e si sa cosa significa, in Italia), con passaporto portoghese, anche nei metodi, e fama di “innovatore”, come avrebbe detto Sacchi.

Con la mèta del progetto che dunque pareva doversi allontanare nel tempo, comportando una crescita, un’assuefazione al nuovo, una scrematura di valori. E invece no. Dopo un paio di successi in amichevoli di lusso e un pragmatico inizio di campionato, vengo a sapere che il coronamento del progetto viola era proprio il “sousismo”: da sempre Sousa era nel cuore e nella mente della dirigenza, e dunque è con lui che si realizza il progetto, con le sue idee, con la sua esperienza internazionale, con il “suo” Kalinic. Macché giocatori e campioni! Il profeta Sousa basta e avanza.

A questo punto, mi dedico al concetto di “sousismo”, e qui il lavoro è tutto empirico: osservazione, un po’ di storia e nessun aiuto dal vocabolario. Si parte però da un proclama, perché esiste una sorta di autodefinizione del sousismo. Intanto il sousismo si presenta come cosa nuova, poi come cosa d’attacco, in seguito come anti-tiqui taca, e in generale come applicazione cinica di un modulo che prevede un centrocampo a due, molto pressing, una difesa più bloccata e molti attaccanti in campo.

Questo è il dire. Ma poi il fare mostra una squadra spesso ripiegata su se stessa (attaccanti compresi a far legna), attenta più alla fase difensiva che a quella offensiva, con tutti i mezzi (incluso quell’asfissiante possesso palla che, quando lo faceva Montella, aveva annoiato tutti. I dati ci dicono di una Fiorentina che è tornata al tasso di possesso palla di tre anni fa: ieri, addirittura più del 70%). E anche il dire di un centrocampo a due sembra un mero inganno sui numeri, perché si annuncia un 3-4-2-1 e poi si gioca il classico 3-5-2 collaudato da Montella, con Badelj nel mezzo a Vecino e Borja Valero.

O per meglio dire: il centrocampo a due è stato davvero provato, nella partite peggiori giocate dalla Fiorentina, alcune vinte di gollonzo, altre, come a Torino, perse con l’umiliazione di vedere Borja asfaltato nel tentativo di arginare da solo il centrocampo altrui, e poi è diventato espediente nominale per nascondere un ripensamento. Intendiamoci: tutto questo va a merito di Sousa e di chi lo consiglia, perché non è frequente trovare tecnici che sappiano fare ammenda.

Ma a questo punto il mio esercizio logico-filologico si arena, perché non so più cosa vuol dire sousismo. Forse vuol dire solo saggezza e praticità, ma bisognerebbe togliere quell’enfasi sul “nuovo”, perché di nuovo, in questa Fiorentina, si vede ben poco. Se non una cosa: l’attacco. Finalmente la Fiorentina riesce a mettere in campo degli attaccanti, uno dei quali sembra proprio buono. Ma per il gioco…Ho cercato diverse volte di far osservare che Montella da due anni aveva abbandonato, o cercato di abbandonare, il cosiddetto tiqui taca.

L’anno scorso aveva fatto comprare Badelj e Kurtic (che doveva essere, ma non lo è stato, il Vecino di cui ora dispone Sousa). Ora Sousa ha un Badelj che Montella ha difeso e strutturato in quel ruolo resistendo alle critiche di tutti (“Badelj non sarà mai Pizarro!”, sentenziavano con sprezzo i soloni); ha un Ilicic che si guadagna ogni volta la medaglia di migliore in campo e che Montella, contro tutti, ha voluto tenere e far giocare; ha un Vecino che grazie a Sarri (e a Montella che lo ha comprato e lo ha mandato a farsi le ossa a Empoli) promette di essere la rivelazione dell’anno; e soprattutto ha giocatori che sanno giocare a memoria il gioco orizzontale e corto, di possesso e di tecnica, di pressing alto e di lettura propositiva delle partite.

I grandi meriti di Sousa consisterebbero nell’aver fatto “rinascere” Borja Valero (ma quando era morto?) e nel far giocar bene la difesa (il che è vero, ma non ci si dovrebbe dimenticare che la difesa di Montella prendeva gol perché Montella faceva salire sempre i difensori in attacco, a supplire alle carenze offensive della squadra). E allora non ci capisco più nulla. Forse sousismo vuol dire soltanto saper raccogliere umilmente il meglio del lavoro altrui, aggiungendoci un po’ di buona sorte e di sorridente ottimismo. Allora mi torna, e riesco a capire meglio perché questa Fiorentina, nel bene e nel male, mi somiglia tanto a un deja vu. E non sarebbe poco!

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