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Fiorentina, qualche consiglio utile per battere gli altri bianconeri Sport

Firenze – Tre a zero. Contento, certo; eppure non riesco a quietare un dubbio che si insinua, fastidioso, anche nei momenti di esultanza e di soddisfazione. Ogni tanto mi dico che è la solita irrequietezza di noi fiorentini, ipercritici, mai appagati, troppo abituati, nel calcio, a restare delusi. Poi però rivedo mentalmente le azioni della partita di ieri, vedo anche gli highlights in TV, e mi si parano davanti le solite ombre, indistinte, ma ombre. E allora cerco di oggettivare.

La Fiorentina dà spettacolo, offre momenti di grande calcio. Ieri, se paragonata a Lazio-Juve di venerdì, la sua è parsa una partita sontuosamente “europea”. Poi però analizzo e non posso non giudicare che il risultato si è consolidato col solito gollonzo, il solito rigore (quest’anno, se non altro, trasformato) e un terzo gol da corner; mentre agli avversari sono state concesse occasioni di troppo e le altre nostre, costruite con tecnica e movimenti perfetti, sono state sistematicamente sprecate. E poi il gioco. Scorrevole, a momenti esaltante per certe giocate in velocità e in finezza, con colpi di tacco e controlli funambolici; ma anche con pause, con incertezze difensive, con palle perse male, e soprattutto con giocatori che spesso faticano a recuperare le posizioni, soprattutto in fase di non possesso.

Per esempio, mi resta difficile rassegnarmi alla posizione di Bernardeschi, anche ieri molto bravo, ma palpabilmente a disagio sulla destra. Quando Ilicic, in contropiede, gli ha pennellato un pallone da calciare di prima in corsa verso la porta, d’istinto lo ha controllato di sinistro, perdendo il tempo della giocata, non proteggendolo adeguatamente dal recupero del difensore. Anche le altre volte che ha scatenato la sua furia sulla fascia, ha poi sterzato ed è rientrato sul sinistro, il suo piede, perdendo progressivamente in imprevedibilità e in incisività. E allora continuo a chiedermi perché, almeno in uno spezzone di partita, Sousa non restituisca questo conclamato campioncino alla sua zona prediletta di campo, dietro la punta, con libertà di spaziare secondo estro. Certo, così facendo Sousa dovrebbe convertirsi alla banalità del 4-3-2-1, riallineando anche Borja Valero agli altri due centrocampisti, ma io continuo a pensare che ne varrebbe la pena.

Perché è vero che quest’anno la squadra verticalizza di più, è meno ammassata a centrocampo e ha i reparti meno statici (tranne, virtuosamente, la difesa) e più votati a creare spazi vitali; ma è anche vero che si sono perse prerogative importanti, come quella del possesso palla sicuro, della difesa che comincia a metà campo con fasi di palleggio orizzontale e dettando i tempi della partita, dei giocatori che occupano ognuno la sua posizione naturale (e lo dico anche per Badelj, che non mi rassegno a vedere come mediano da corsa). E a che pro si sono perdute quelle prerogative? Per avere una squadra più offensiva? Per attaccare meglio? Sulla carta e a logica dovrebbe essere così.

Eppure quest’anno, nel paragone (per quello che può valere) con le partite giocate contro le stesse squadre lo scorso campionato, la Fiorentina non solo ha fatto un punto in meno, ma ha tirato molto meno in porta e molti risultati li ha ottenuti da calci piazzati, o da situazioni di superiorità numerica, senza che il collettivo risultasse mai pienamente convincente con quel centrocampo a due e con Borja avanzato a far pressing sui difensori avversari. Oltretutto temo che questo gioco sia molto dispendioso, anche mentalmente, per le caratteristiche dei nostri giocatori.

E alla fine mi accorgo del perché di queste mie riflessioni e di questi miei tormenti: perché ieri vedevo la Viola contro i bianconeri di Udine, ma già mi figuravo in campo i bianconeri di domenica prossima, con i ben altri rischi che quella fatal partita comporterà. Non c’è dubbio che la giocheremo alla pari. Siamo superiori e più in forma a centrocampo, abbiamo una difesa attenta e collaudata, e sicuramente più frecce all’attacco di quanto al momento non ne abbia la Juve, molto compassata (necessariamente, date le assenze importanti) e forse troppo dybaladipendente. Ma quello che temo è di regalare alla Juve quello che abbiamo regalato a Roma e Napoli, con errori evitabili, anche da parte di Sousa (quel Berna esterno sinistro a rincorrere Gervinho e Salah non me lo posso dimenticare).

Sabato, a Lucca, ho partecipato alla presentazione di un bel libro (Il senso del gioco, La casa Usher) di Francesco D’Arrigo, ex-calciatore e allenatore, e ora docente nel Settore Tecnico della FIGC. Ricordiamo tutti (e io con libidine) che D’Arrigo fu l’allenatore di quel Pietrasanta che batté la Nazionale di Sacchi alla vigilia del mondiale americano. La sua ricetta, per un calcio migliore, è lavorare sull’imprevedibilità e la costruzione dal basso degli schemi, valorizzando il più possibile le abilità di giocatori liberi da imposizioni troppo rigide e da “coazioni a ripetere”.

Domenica mi piacerebbe che Sousa, dopo aver schierato le riserve giovedì contro il Belenenses, ci stupisse con una squadra più “normale” nella disposizione e spontanea nei gesti dei singoli, che non si vergognasse di rinunciare al modulo nuovo e “rivoluzionario” e giocasse una…contropartita. Perché, come insegna D’Arrigo, imporre il proprio gioco può voler dire anche impedire che gli altri facciano il loro. Pur di non limitarsi a distruggere e pur di non calare i propri assi nella mano sbagliata.

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