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Fiorentina: rischio mercato senza capo né coda Opinion leader

Firenze – Al termine dell’annata 2014-2015 la Fiorentina era quarta in campionato, aveva giocato le semifinali di Coppa Italia e di Europa League, era classificata ottava nel ranking europeo per i risultati complessivi ottenuti nelle varie competizioni. Eppure era stata penalizzata da un record di infortuni e di assenze, soprattutto nel reparto d’attacco, e solo nella parte finale del campionato (cinque vittorie su cinque, tre reti a partita) era riuscita a trovare continuità e assetto equilibrato.

Va anche ricordato che, nonostante le tante assenze patite (in campionato a Napoli, per esempio, la Viola fu costretta a giocare con Ilicic e Vargas punte perché mancavano tutti: Rossi, Gomez, Berna, Baba…), se la Fiorentina non avesse sbagliato sette rigori sarebbe stata con pieno merito in Champions. E va anche aggiunto un altro particolare non trascurabile: la squadra, per la terza volta, finiva l’annata in freschezza, con tutti i giocatori della rosa valorizzati e con un gioco apprezzato in tutta Europa, dove la Fiorentina divertiva e vinceva anche quando schierava tutte le “riserve”.

A quel punto l’imprevisto. La proprietà si dichiara offesa dal tecnico Montella (ancora nessuno sa di che), lo licenzia e dichiara d’autorità “finito un ciclo”. Per dimostrare quanto e come quel ciclo fosse finito, assume un tecnico che profetizza un gioco completamente diverso da quello del suo predecessore e rivoluziona anche lo staff tecnico, con volti nuovi e nuove responsabilità. Uno alla volta se ne vanno quelli più vicini a Montella, da Macia a Pradè, e vengono sostituiti da figure più “affidabili”, su tutti il signorsì Corvino.

A distanza di un anno, però, nessuno ha ancora capito in che cosa consiste il nuovo corso e perché nel nuovo corso ha avuto una parte preponderante una vera e propria (quanto innecessaria) “rivoluzione” tecnica; come se la Juventus, liquidato Conte e assunto Allegri, avesse dichiarato che era finito un ciclo e avesse rivoluzionato squadra e società…Di contenuti si parla poco. Si sa solo che Sousa e Corvino si sono trovati perfettamente d’accordo, ma non si sa su che. Si sa anche (ma questo lo si sapeva da sempre) che nel rinnovamento l’esigenza prima è quella del bilancio.

Ma poi non si sa altro; non si sa se questo vuol dire smantellare la squadra cedendo per fare plusvalenze, o se vuol dire confermare l’assetto titolare (che poi è rimasto quello della squadra di Montella) con ritocchi non costosi e mirati a ringiovanire e a completare la rosa. Difficile capire. Ora la società si sta muovendo in ritardo sul mercato, e con grande incertezza, e non ci consente di capire di più. Se si fa il nome del difensore mancante (da due anni) si fa prima quello eternamente ricorrente di Lisandro Lopez e subito dopo si fa quello di Ferrari del Crotone.

E ovviamente i due non sono la stessa cosa, e rappresentano ognuno una soluzione che comporta una “metafisica” profondamente diversa. Lo stesso per il portiere. Tata sarà confermato (anche perché, dopo le papere dell’Europeo, chi se lo piglia!?), ma prima si parla di Sirigu, poi di Gollini e alla fine si compra, come sembra, Dragowski, un diciottenne polacco. E anche qui si finisce per non cogliere la strategia.

Ma la cosa più allarmante, e sulla quale mi pare che in pochi si soffermino con la dovuta attenzione (e preoccupazione), sono le ricorrenti affermazione di Corvino & C quando si chiede loro se resta Rossi, che si fa di Gomez, se si vende Badelj o se si riscatta Tello: “dipende dal gioco che vuol fare Sousa!” Ahi, ahi! Ora si che mi dispero! È vero che nessuno è in grado ancora di sapere quanto nella campagna acquisti dello scorso anno è farina del sacco di Sousa o di Angeleri o di Rogg o di Cognigni o di Pradé; ma è anche vero che quella campagna acquisti è stata fallimentare proprio perché è stata penalizzata dalla cocciuta insistenza da parte del tecnico su un solo modulo di gioco.

E quel gioco non tollerava Suarez, per esempio; non tollerava Basanta (anche senza averlo provato, solo per “esperimento mentale”), non tollerava Kuba (poco veloce) e neppure Mati, che ha giocato solo come tappabuchi. Alla fine non si sapeva neanche se quel gioco avrebbe tollerato Berna nel suo ruolo, o lo avrebbe costretto a trasformarsi in ala tornante; e non si è capito neanche se Ilicic, nonostante i suoi gol e i suoi assist, fosse un pezzo giusto del puzzle.

Una cosa però era chiara: tutti d’accordo, in società, che Mister Sousa immolasse un patrimonio di giocatori e di gioco sull’altare del suo credo. E qui mi fermo, perché sono sicuro che i responsabili tecnici della squadra avranno appurato, avvertendo Sousa, che il suo gioco non si è mai visto l’anno scorso a Firenze per le inadeguatezze dei giocatori a interpretarlo al meglio; e gli avranno anche detto che per fortuna non lo si è visto, perché quel gioco (all’inglese, alla Tottenham, tutto velocità, squadra larga e schemi offensivi che prevedono sempre almeno quattro o cinque giocatori davanti alla linea del pallone) è una gioco dimostratamente perdente che oggi non fa più nessuno, o quasi, neanche in Inghilterra.

Ahimè, anche il corrente Europeo, se non bastassero le coppe per club appena concluse, dimostra che il gioco vincente è quello “alla spagnola” (proprio quello che giocava, interpretandolo nel modo più adatto al nostro calcio, Montella), e non quello utopicamente vagheggiato da Sousa. E allora Sousa ce lo dica quale gioco vuol fare. Perché sarà solo allora che si capirà perché, tra i possibili giocatori da riscattare, si privilegia Tello su Kuba (che vale tre volte il giovane spagnolo).

Ma sono costretto desolatamente a concludere che qualsiasi sia il gioco che vuol fare Sousa rimarrò egualmente deluso, perché saprò che quello sarà un solo gioco, e che Sousa non è un tecnico moderno e duttile, che non è un aziendalista, che non è uno che trae il meglio dai giocatori che ha, ma è un tecnico che vuol solo dimostrare un teorema che ha in mente. E saprò anche che questo servirà ai DV per non assumersi le responsabilità di una evidente dissipazione di valori. Dissipazione che comunque è cominciata da quell’ineffabile pronunciamento: che alla Fiorentina “è finito un ciclo”!

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