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Personaggi, Vogelmann: il racconto di un figlio della Shoah Opinion leader

Firenze – Sono nato a Firenze il 28 maggio 1948, tre anni dopo la fine della seconda guerra mondiale e quattordici giorni dopo la fondazione dello Stato d’Israele. Si potrebbe dire che in quanto ebreo ho scelto il tempo giusto per nascere, ma… c’è un ma. (Tutta la mia vita è piena di ma). Mio padre, Schulim Vogelmann, era un reduce da Auschwitz, dove aveva perduto la moglie, Anna Disegni, e la figlia di otto anni, Sissel. Nel 1947 si era risposato con la donna che sarebbe diventata mia madre, Albana Mondolfi, vedova di Raffaello Passigli e madre di un bambino di otto anni, Guidobaldo.

Suo marito era morto di malattia pochi giorni prima dell’8 settembre 1943, il tragico inizio dell’invasione tedesca dell’Italia. Mia madre e mio fratello si erano salvati perché furono accolti in un convento di suore. Mio padre, invece (era giunto a Firenze nel 1922 dalla natia Leopoli via Vienna e Palestina), cercò di fuggire in Svizzera con la moglie e la bambina ma al confine furono fermati dalla polizia fascista e rispediti a Firenze. Dopo essere stati internati per circa un mese a Villa La Selva furono portati nel carcere milanese di San Vittore e poi, con il convoglio del 30 gennaio 1944, ad Auschwitz. La moglie e la figlia (si seppe alla fine della guerra) furono subito eliminate nelle camere a gas (anche se c’è ancora chi ne nega o ne ignora l’esistenza), mio padre fu immesso nel campo, e diventò il numero 173484.

“Perché mi sono salvato io e non i miei cari, e non i sei milioni” si domandava spesso mio padre, roso da un ingiustificato senso di colpa, anche se sapeva bene che non c’era un perché. O meglio ce n’erano molti. Mio padre, quando fu internato, aveva quarant’anni, aveva un fisico robusto, conosceva bene il tedesco e lo yiddish e discretamente il polacco, e soprattutto era un Facharbeiter, un operaio specializzato, un tipografo (sappiamo bene che fine facevano gli inutili intellettuali…). Ma la ragione fondamentale ‒ lui lo sapeva bene ‒ aveva un altro nome: una immensa fortuna, il destino…

Così, quando io nacqui, mio padre aveva già quarantacinque anni, una grande tragedia alle spalle e l’urgenza di ricostruirsi una vita. Non c’è quindi da meravigliarsi se quasi tutto il suo tempo era dedicato al lavoro, alla sua tipografia, l’antica e gloriosa Giuntina. Non giocava quindi con me, ma non solo perché era “vecchio” e perché lavorava tutto il giorno… Oggi penso che non poteva permettersi di affezionarsi completamente a me come aveva fatto con Sissel: come avrebbe potuto sopportare un’altra perdita, pur sempre possibile? Anche mia madre non giocava con me, anche se per altre ragioni (del resto anche lei veniva da una esperienza piuttosto drammatica). E anche mio fratello non giocava con me, perché aveva ben nove anni più di me! E poi oggi mi domando: “Che cosa avrà pensato di questo nuovo padre e di questo imprevisto fratellino?”. Per fortuna viveva con noi una cara vecchia tata, l’indimenticabile Gilda. Come mi disse in seguito uno dei miei analisti, è lei che mi ha salvato la vita.

Tornando a quel fatidico giorno di maggio in cui venni al mondo (di otto mesi, e il mese in meno ancora mi manca), penso senza retorica di aver dato allora il meglio di me: la nascita di un nuovo bambino ebreo dopo la Catastrofe deve essere stato per i miei genitori un grande momento.

Quand’è che ho saputo che mio padre non era un normale padre, ma uno dei pochi sopravvissuti alla Shoah, e quindi un eroe? Quand’è che ho saputo di Auschwitz, questa terribile conoscenza che non può non trasformarti definitivamente? Forse quando gli ho visto il numero blu tatuato sul braccio? Probabilmente ho intuito la verità quando alla televisione facevano vedere dei filmati sui campi: allora mio padre (anche su pressante invito di mia madre) si alzava e andava via perché non poteva sopportare di rivedere quelle scene. E in generale non poteva vedere scene di incidenti con gente ferita o moribonda. Evidentemente gli ricordavano il passato. Che come sappiamo non passa mai veramente.

Mio padre parlava poco della sua esperienza ad Auschwitz, forse anche per non turbarmi. Ho saputo quasi per caso che si era salvato perché i nazisti lo avevano impiegato nella stampa di sterline false in quella operazione Bernhard resa ultimamente famosa da un libro e da un film. E solo pochi anni fa, dopo l’uscita di Schindler’s List, ho scoperto che mio padre era poi riuscito a entrare in una lista di Schindler!

Eppure qualcosa entrava silenziosamente in me: la paura del prossimo? il senso dell’assurdo? la gratuità del destino? In una parola, dal momento che a cose normali io non sarei dovuto nascere, che senso aveva la mia vita, che cosa dovevo fare per giustificarla e, soprattutto, che cosa dovevo fare per essere all’altezza di un tale padre?

Non c’è quindi da meravigliarsi se a quattordici anni “decisi” di diventare uno studente modello, il primo della classe. Oltretutto, mio padre non aveva potuto studiare molto, per cui con lo studio l’avrei forse potuto “superare”. Passai quindi gli anni del liceo a studiare come un matto trascurando quasi completamente tutti gli spensierati divertimenti della gioventù. E quindi finii il liceo con il massimo dei voti. Ora dovevo semplicemente scegliere cosa fare nella vita, e qui cominciarono i guai.

Tornarono le vecchie domande sul senso della vita, su che cosa si doveva e poteva fare oltre che sopravvivere, ammesso che dopo la Shoah sopravvivere valesse davvero la pena. Ovviamente, nella mia crisi, che diventava ogni giorno più profonda, pensai anche al suicidio, ma, oltre all’istinto di conservazione, il pensiero di dare a mio padre un ennesimo, grande dolore mi fece accantonare l’idea. Non sapevo cosa fare della mia vita e, non avendo pressanti esigenze economiche, cominciai a non far nulla, cadendo sempre di più in una grave depressione, che mi portò anche all’ospedale. I miei genitori non riuscivano a capire che cosa mi fosse successo tutto a un tratto e perché non potessi vivere normalmente visto che “avevo tutto per essere felice”.

L’unica spiegazione che alla fine si costrinsero ad accettare era che ero malato. E se, in un certo senso, ero indubbiamente malato, qual era la cura? È difficile non pensare (col senno di poi) che anch’io, indirettamente, soffrivo della sindrome del sopravvissuto, con l’aggravante che io ad Auschwitz non c’ero stato e quindi non avevo il “diritto” di star male. Le cure farmacologiche non è che mi aiutarono molto. Tentai anche la psicoterapia, ma in Italia chi poteva capire l’angoscia di un figlio di un sopravvissuto? L’unica consolazione mi veniva dallo scrivere poesie e da leggere i grandi pessimisti, a cominciare da Qohelet. Ma scrivere poesie non è un mestiere… E romanzi, purtroppo, non riuscivo a scriverli.

Poi, per fortuna, incontrai Vanna, la mia futura moglie, che con il suo affetto mi aiutò a resistere. Ma anche in questo caso ci fu un ma… Vanna non era ebrea ‒ vi potete immaginare la reazione di mio padre, che ad Auschwitz aveva perso la fede dei padri con i suoi 613 precetti, ma non aveva nessun dubbio sul cosiddetto 614° precetto: restare sempre e comunque ebrei, avere figli, nipoti e bisnipoti ebrei (se non altro per non dare una vittoria postuma a Hitler). Anche se Vanna era disposta a convertirsi, mio padre non ne voleva sapere, e anche questo non mi aiutò certo a uscire dalla depressione. Poi, il 9 giugno 1974, quando io avevo soltanto ventisei anni, mio padre improvvisamente morì: il suo vecchio cuore malato non aveva più retto. Ma non vi parlerò del mio dolore, che è facilmente intuibile.

A questo punto mia madre, mio fratello e Vanna (che giustamente, dopo essersi convertita, voleva sposarsi e mettere su famiglia) mi costrinsero praticamente a entrare nell’azienda di famiglia, la tipografia. Furono anni bruttissimi perché il mestiere di tipografo, pur nobilissimo, non faceva per me. Confesso che ripensai seriamente al suicidio, ma mi dispiaceva per mia madre, per Vanna e un po’ anche per mio fratello. Allora quella mia disperazione mi aiutò miracolosamente a trovare un compromesso: se non riuscivo a fare lo scrittore, se non sopportavo di fare il tipografo, avrei fatto l’editore. E così, con l’aiuto di mio fratello, fondai la casa editrice Giuntina, specializzandomi subito in opere di argomento ebraico.

Il primo libro della collana “Schulim Vogelmann”, dedicata alla memoria di mio padre, fu La notte di Elie Wiesel, un autore allora sconosciuto in Italia. E non fu un caso, visto che si tratta di una delle più strazianti testimonianze sull’inferno dei campi di sterminio. Oltre a pubblicarla, ebbi anche la soddisfazione di tradurla io stesso in italiano. Il libro ebbe un successo insperato: ancora oggi è il nostro libro più venduto! E così, libro dopo libro, sono arrivato a più di seicento titoli in catalogo!

Nel frattempo, nel 1977, mi ero sposato con Vanna e, inaspettatamente, un anno dopo ci era nato un bambino, che ovviamente chiamai Shulim (come mio padre, ma senza c). Ho scritto “inaspettatamente” perché consciamente non mi sentivo pronto per mettere al mondo un figlio (e chissà se lo sarei mai stato…). La nascita di Shulim fu una vera benedizione: finalmente c’era qualcuno che non pretendeva nulla da me, tranne che essere amato e amarmi. Così, con il matrimonio, la nascita di Shulim e l’inizio dell’attività editoriale, la mia vita cominciava ad assomigliare a una vita normale…

 Dopo La notte, uno dei primi libri che pubblicai fu Figli dell’Olocausto (allora non si diceva ancora Shoah) di Helen Epstein. Scoprii così, non senza una certa sorpresa, che io non ero il solo figlio di un sopravvissuto ad avere seri disturbi psicologici, ma che avevo tanti fratelli e sorelle con i miei stessi problemi, la cosiddetta seconda generazione. Purtroppo erano lontani, negli Stati Uniti o Israele… E poi cosa gli avrei detto? In che modo mi avrebbero potuto aiutare? L’unica cosa che potevamo fare è metterci a piangere insieme… Sì, perché, anche se la mia situazione era molto migliorata, ogni tanto venivo ancora preso da tremende crisi depressive che mi lasciavano tramortito. Solo piuttosto recentemente è nata anche in Italia, grazie al benemerito Marco Szulc, l’associazione Figli della Shoah, che fa un grande lavoro per mantenere viva la memoria del passato. E Dio sa se ce n’è, sempre, bisogno!

In tutti questi anni, per fortuna, non ho mai smesso di dedicarmi ai miei libri, anche se, nei periodi peggiori, solo per poche ore al giorno. Ho tentato di tutto per vincere la depressione, dall’analisi junghiana alla meditazione trascendentale, dallo zen al rebirthing, ma ancora oggi, ad ora incerta, il mostro si riaffaccia… Alcuni anni fa sono anche riuscito a scrivere cinque piccole poesie per Sissel, la sorellina che non mai conosciuto ma a cui penso quasi ogni giorno (le troverete in calce a questo mio scritto). A volte penso che io devo vivere a lungo, per aggiungere ai suoi otto anni i miei ottanta o novanta. E poi? Chi si ricorderà di Sissel e dei sei milioni? Basteranno i libri, i film, l’archivio di Spielberg?

E l’umanità ha imparato qualcosa dalla Shoah? Vengono subito in mente le sconsolate parole di Primo Levi: “È accaduto. Quindi può accadere di nuovo”. Magari, questa volta, non (solo) agli ebrei. La storia del mondo di questi ultimi anni non ci induce certo all’ottimismo…

Comunque, tutto sommato, posso o, meglio, voglio guardare con una certa serenità al tempo che ancora mi resta prima del grande viaggio (ho avuto anche la soddisfazione di ricevere dal Parlamento europeo il premio “Cittadino europeo” per il 2013). Ma soprattutto ho anche la fortuna e la gioia che mio figlio Shulim, dopo aver vissuto sei anni in Israele, dove ha preso un B.A. all’Università Ebraica di Gerusalemme e soprattutto ha imparato bene l’ebraico (cosa fondamentale per un giovane ebreo!), è entrato a lavorare con me in Giuntina.

Poi si è sposato con Ines Buono, una brava economista dell’ufficio studi della Banca d’Italia, anch’essa convertita all’ebraismo (destino dei Vogelmann!), e ora ha due belle bambine: Alma e Shira. Shulim ha anche scritto le sue “memorie israeliane” in un bel libro (Mentre la città bruciava), che, come si suol dire, ha avuto un gran successo di pubblico e di critica, e per la Giuntina ha creato varie collane, a cominciare da “Israeliana”, dedicata appunto agli scrittori israeliani, fra cui figurano autori del calibro di Yehoshua Kenaz, Yoram Kaniuk, Lizzie Doron e Assaf Gavron. E posso sempre contare sull’aiuto indispensabile (da tutti i punti di vista) di mia moglie Vanna, che oltretutto traduce brillantemente dal francese ed è diventata un ottimo editor.

Rileggendo quello che ho scritto finora, mi rendo conto che non ho mai parlato di Dio, anche se in un certo senso era sempre sottinteso (nel bene e nel male). Ma dopo Auschwitz si può ancora credere nel Dio d’Israele, giusto, onnipotente e misericordioso? E se non si può, un ebreo può vivere veramente senza il suo Dio?

E la Shoah ci ha insegnato veramente qualcosa? Riusciamo in qualche modo a capirla? No, non ci riusciamo. Possiamo capire che in certi momenti storici (che spesso si ripresentano in modo simile sulla scena del mondo) il “popolo” è pronto a tutto nella speranza di migliorare la propria situazione (soprattutto economica ma non solo), che ha bisogno di un capro espiatorio a cui dare la colpa della propria miseria, ma le uccisioni di massa, i ghetti, i campi di concentramento e di sterminio resteranno, almeno per me, sempre incomprensibili.

Non mi resta quindi che concludere questa mia breve testimonianza con una frase di Isaac Bashevis Singer: “Forse solo Dio ci darà una risposta nell’aldilà, ammesso che esista e che si curi delle nostre miserabili anime».

 

CINQUE PICCOLE POESIE PER SISSEL

 

Cara sorellina,

tu sei stata uccisa

in un campo di concentramento

tanti anni fa.

Oggi io ti dedico

queste cinque piccole poesie.

 

Come non sperare

nell’immortalità dell’anima?
Potrei incontrare finalmente

la mia sorellina Sissel,

volata in cielo prima che io nascessi.

Mi verrebbe incontro sorridendo

e mi direbbe dolcemente:
“Ah, tu sei Daniel”.

 

 

3.

Muor giovane colui ch’al cielo è caro

                                                         Menandro & Leopardi

 

Dovevi essere davvero cara a Dio

se ti ha voluto così presto con sé.

Ma allora dimmi, tu che forse sai tutto:

noi, non gli siamo cari?

 

Promettimi

che mi darai la mano

il giorno che arriverò da te.

Perché, sai,

un po’ di paura

mi è rimasta…

 

Ora ti saluto, sorellina.

Aiutami a vivere, se puoi.

E anche a morire.

Come ti ho già detto,

spero d’incontrarti un giorno.

E immagino che sarò molto emozionato.

 

Tratto da: 

Daniel Vogelmann, Piccola testimonianza di un cosiddetto figlio della Shoah, a cura di Francesca Nodari, La Compagnia della Stampa Massetti Rodella Editori, Roccafranca (BS) 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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