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Firenze 1523, gli artisti al tempo della peste Cultura

Firenze – Nel corso dei secoli le epidemie hanno afflitto l’umanità, segnando il destino di intere popolazioni e le loro attività. L’Europa fu percorsa ciclicamente dal morbo della peste di cui conosciamo numerose testimonianze attraverso l’opera di scrittori e documentazioni storiche di studiosi e ricercatori.

Firenze, universalmente riconosciuta come musa generatrice del Rinascimento, stagione culturale tra le più floride per le arti e la letteratura, ha attraversato momenti bui legati alle pestilenze, con la rarefazione delle relazioni sociali, la clausura forzata, la vita lavorativa ridotta e rischiosa.

Il 1523 segna una delle peggiori pestilenze, quando Firenze, dopo un governo guidato dal Soderini subisce una forte trasformazione culturale, divenne il centro del mondo per le notevoli doti delle figure artistiche e dei personaggi che qui vivevano e operavano. Artisti provenienti da molto lontano, come il Berruguete, erano richiamati dalla forte energia che agitava le botteghe di quel tempo.

Antonio Natali, direttore della Galleria degli Uffizi dal 2006 al 2015 e storico dell’arte con una profonda conoscenza di Firenze e di quel periodo, descrive con grande abbondanza di particolari l’ambiente culturale che dominava la città nel primo Cinquecento e durante l’epidemia del 1523.

I primi tre decenni del Cinquecento sono fra i più fecondi e lirici di tutta la storia dell’arte fiorentina. Il primo decennio, poi, reputo sia irripetibile. Nella stagione della repubblica di Pier Soderini (1502-1512) Firenze è una nuova Atene. Per le sue strade girano in contemporanea Leonardo, Michelangelo e il giovane Raffaello. Raffaello era nel 1504 venuto in riva d’Arno, al pari di tanti altri forestieri, per studiare i grandi maestri del passato insieme alle novità che qui nascevano e maturavano. Quando sul finire del 1522 arriva la peste, chi può lascia la città. Jacopo Pontormo è fra quelli che partono, ma si ferma nei dintorni immediati. Si rifugia alla Certosa del Galluzzo, dove – lui che era insidiato dal male d’esistere – vive il periodo più sereno che gli sia toccato in sorte. Affresca nel Chiostro Grande “Storie della Passione”, oggi esposte nel salone della Certosa destinato a museo. Vasari attacca violentemente quel ciclo perché troppo condizionato dalle stampe di Dürer, arrivate a Firenze sulla metà del secondo decennio e subito ammirate dagli artisti fiorentini. A Vasari quegli affreschi, esemplati sulle stampe düreriane della Passione, appaiono come una violenza alla lingua nostrana e non perdona al Pontormo d’averla così inquinata”.

Era in compagnia del Bronzino

“Jacopo era andato a lavorare alla Certosa col Bronzino, che di lui non era solo allievo, ma amico, fratello e quasi padre, sempre pronto a soccorrerlo nei momenti di crisi per le sue fobie. Quel soggiorno forzato fu per Jacopo una specie di Paradiso: quiete, solitudine, libertà. Tant’è vero che, passata la peste, tornerà in quell’isola di pace; dove su commissione dei certosini dipingerà la lirica Cena in Emmaus  del 1525, oggi agli Uffizi”.

Il Pontormo è un protagonista della pittura nella “maniera moderna”…

A Firenze chi intendesse educarsi all’arte aveva luoghi obbligati di formazione: le cappelle di Giotto in Santa Croce e la cappella Brancacci al Carmine con gli affreschi di Masaccio. Erano quei due patriarchi a battere la strada a chi volesse imparare: in quelle cappelle si disegnava e si copiavano le prove di quei grandi. In loro era la matrice del naturalismo fiorentino, di quell’attenzione al dato reale che nella Firenze del Cinquecento ha i suoi rappresentanti più alti nel Pontormo e nel Bronzino, ma soprattutto in colui che di quella generazione fu il capostipite: Andrea del Sarto”.

Anche Andrea del Sarto cercò rifugio lontano da Firenze per scampare alla peste…

Andrea del Sarto è il maestro degli artefici più spregiudicati, eccentrici e anticonformisti della “maniera moderna”, dai più conosciuti con l’epiteto di “manieristi”. Il Rosso Fiorentino, il Pontormo, il Bachiacca, tutti quegli artisti che, nati nell’ultimo decennio del Quattrocento, si erano formati nel clima di libertà intellettuale e culturale della repubblica di Soderini. Ma Andrea è nel contempo il maestro dei pittori che lavorarono nel clima della controriforma e che aspiravano a un’espressione semplice, chiara e accattivante. Due modi di dipingere apparentemente distanti, eppure entrambi indissolubilmente legati ad Andrea.

Andrea del Sarto per la peste del 1522-1523 sfolla in Mugello e per il monastero di Luco dipinge una pala d’altare che è fra le sue creazioni di più elevato tenore qualitativo. In quella tavola il corpo di Cristo morto è nudo e giace su un lenzuolo bianco che copre la pietra sepolcrale. Subito sotto il corpo esanime di Gesù è dipinto un calice da messa coperto da una patena, su cui sta ritta l’ostia consacrata. Non ci sarebbe stata maniera più lampante per comunicare il concetto, fondamentale per la Chiesa di Roma, della reale presenza del corpo e del sangue di Cristo nella particola eucaristica. Concetto fondamentale che la riforma d’oltralpe veniva in parte a incrinare. Per questo, dietro la scena del compianto si ergono i santi Pietro e Paolo, fondamenti della Chiesa di Roma: stanno lì a ribadire il diritto della Chiesa cattolica di rinnovare il sacrificio eucaristico a ogni ripetersi di messa. Una pala così pianamente comprensibile era auspicata in quei tempi turbati, ma fu anche modello imprescindibile per i pittori della controriforma. Andrea Del Sarto scampò alla peste del ’23 ma proprio di peste morì nel 1530”.

Foto in alto: Antonio Natali

al centro: Pontormo, Orazione, Certosa

 

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