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Firenze fra Otto e Novecento, da piazza della Libertà a Lungarno del Tempio /1 Breaking news, Cultura

Firenze – La quinta passeggiata alla scoperta della Firenze ottocentesca e dei primi anni del Novecento in compagnia dello storico dei giardini professor Mario Bencivenni, continua e nella sua quinta tappa vede la partenza da piazza della Libertà, per poi procedere  fino al lungarno del Tempio.

Piazza della Libertà può essere considerata il baricentro di tutti i viali perché vi arriva la Bolognese e se si guarda la pianta del perimetro delle mura si trovava più o meno al centro, anche perché  l’asse principale antico di ingresso da Nord era via San Gallo, che arrivava al vertice della città romana, in piazza Duomo – spiega Bencivenni – una metà importante che purtroppo è messa a rischio dalle nuove prospettive di cambiamento della mobilità cittadina. Intanto è ridotta piuttosto male per i motivi già sottolineati altre volte: i viali di circonvallazione erano stati pensati dal Poggi come passeggiata urbana per le carrozze ma soprattutto per i pedoni, oltre ad avere una funzione di servizio ai palazzi di residenza che si affacciavano su di essi. E’ diventata ora una sorta di arteria autostradale in riva destra d’Arno. Non bastasse questo, si starebbe per aggiungere la terza linea della tramvia che si sovrappone a questa già forte presenza veicolare, che non viene cancellata dalla tramvia, al limite verrà spalmata ai lati. Il tema è emerso perché, nell’annuncio della realizzazione di questo braccio , il Comune aveva avviato una procedura di non assoggettamento a valutazione di impatto ambientale, dal momento che riteneva che, avendolo già fatto con le due linee precedenti, non servissero ulteriori valutazioni”. Invece sul tema sono state fatte 3 osservazioni consistenti, una dell’Università, una di Mario Razzanelli e una di Italia Nostra con il Coordinamento Ferma Tranvie.

Piazza Savonarola Firenze

In quest’ultima osservazione non si diceva no tout court alla tramvia, ma si chiedeva la valutazione di impatto ambientale, “che, per un’opera di questo genere – dice il professor Bencivenni – non è possibile evitare. Anche la Soprintendenza in sede di conferenza di servizio relativa a questo stesso tratto ha avanzato osservazioni riguardanti non solo le testimonianze archeologiche che possono trovarsi nel sedime interessato dalla nuova infrastruttura, ma anche  le alberature,  parte integrante dei viali sottoposti a vincolo monumentale. In conferenza dei servizi il Comune non ha avuto ancora né l’autorizzazione della Soprintendenza né dell’Arpat, che a sua volta ha posto seri problemi per l’impatto dell’opera. La vicenda del coronavirus inoltre ha posto un’altra grande questione. Con la realizzazione di queste nuove tratte, il Comune di Firenze si ritrova con un impiego di spesa nel bilancio triennale pari al 60% del bilancio stesso. In altre parole, nel bilancio triennale la realizzazione delle infrastrutture tranviarie incide per il 60% del bilancio totale. Un elemento ancora più inquietante è che i dati del 2019, quindi prima della pandemia, dimostrano che questo sistema non è riuscito a rispettare ciò che era previsto nel piano finanziario, vale a dire raggiungere almeno la sostenibilità finanziaria, in quanto l contratto di concessione con validità fino al 2046 firmato dal Comune di Firenze vede l’impegno a garantire 40 milioni annui di passeggeri. Nel 2019,, in pieno turismo di massa, si sono registrati 35 milioni di passeggeri. Quindi il Comune ha dovuto pagare 5 milioni di passeggeri “mancanti” a Gest, il gestore della tramvia, per onorare il contratto di concessione firmato con la società”.

Con la pandemia, di cui tra l’altro non si conosce ancora termini temporali, e conseguente contrazione dei passeggeri, cosa succederà? “Perché non ripensare tutta l’operazione, visti gli scenari che si prospettano,  invece di confermare tutto il previsto compreso il prolungamento piazza Libertà –Via Cavour, o addirittura nuovi tracciati fino allo Stadio e a Coverciano ?”.

Il problema denunciato dal professor Bencivenni si evidenzia qualora si vadano a prendere gli studi tecnici della tramvia, che parlano di valorizzazione e implementazione dell’aspetto storico-naturalistico dei viali e dei giardini che caratterizzano Firenze, tranne ammettere l’introduzione di nuove specie che da un lato siano più agevoli per manutenzione introducano aspetti coloristici. “Dimenticando – dice il professore – che le alberature scelte dalla coppia Poggi-Pucci risponde a una logica ben precisa. Ogni sezione del viale ha una specie che la caratterizza”. Platani nella forbice che si diparte da piazza della Zecca (viale Giovane Italia e Amendola), dove oggi purtroppo non c’è quello che il Poggi aveva previsto, ovvero un grande stabilimento balneare per i fiorentini, dove invece ora c’è  la caserma dei carabinieri e l’Archivio di Stato, dopo piazza Beccaria che non è sistemata a verde per questioni di espropri, che impedirono al Poggi di creare una cortina arborea ai piedi dei palazzi creando continuità con le alberature dei viali. Della questione tuttavia il Poggi non si fece troppo cruccio, in quanto nel triangolo di viale Amendola e viale Giovine Italia, c’era il grande pratone chiamato della Zecca, su cui Poggi immagina un grande bagno balneare pubblico verso l’Arno sistemando a parterre e a giardino tutta l’area dall’Arno a piazza Beccaria. Piazza Beccaria diventava dunque una sorta di esedra finale del triangolo scenografico verde. Una soluzione che con le nuove espansioni edilizie previste , il Poggi riteneva necessaria per far “respirare” la città. Idea profondamente tradita quando in quell’area si costruì la caserma al posto dello stabilimento balneare e nel 33-34, nel rimanente triangolo verde, venne costruita la casa della GIL, comunque un’ interessante architettura razionalista con impianti sportivi e culturali attorno ad un ampio cortile, distrutta negli anni ’90 per costruirvi qualcosa di ancora più compatto e chiuso come l’Archivio di Stato”.

Dopo piazza Beccaria, il viale Gramsci aveva un’altra caratteristica importante. Il Poggi lo pensa e lo progetta come viale con quattro filari di alberature. E’ infatti forse il tratto più grande dei viali, in totale 50 metri di luce. Il Poggi pensava di ridurre un po’ i marciapiedi, che sono di 8 metri, piantare un filare di alberature vicino al marciapiede delle residenze, i controviali pedonali, un altro filare di alto fusto, più alti e sempreverdi, ai lati dello stradone centrale. Il progetto non fu compiuto in questi termini per motivi di spesa. Il tratto Gramsci, piazzale Donatello, cimitero degli Inglesi è tutto a celtis australis. “Si tratta di una delle prime introduzioni del celtis, ovvero bagolaro, compiuto da Attilio Pucci. In realtà, aveva in mente gli olmi, ma erano aggrediti da malattia e prevalsero i celtis, simili per portamento. L’ultimo tratto, verso piazza della Libertà, platani. Un tipo di impianto chiarissimo, che doveva solo essere, secondo il professor Bencivenni mantenuto. “Ciò che si sarebbe dovuto fare – dice il professore – era di impiantare un altro cerchio di circonvallazione cittadino esterno, che contenesse la città ottocentesca soddisfacendo le nuove esigenze di mobilità, in maniera da recuperare i viali, evitando la loro trasformazione in corsie autostradali. Con la tramvia ciò viene aggravato, dal momento che le auto in parte continueranno a intasare i viali di lato alla tranvia e le altre si spanderanno in tutte le strade limitrofe”.

Camminando, si arriva al Torrino del Maglio, che era una struttura delle mura che conteneva una sorta di ghiacciaia, mentre dietro c’era tutto il podere del Maglio che era la zona verde verso le mura dei conventi della zona a cavallo dell’attuale via Lamarmora. “Se si guardano le immagini antecedenti all’abbattimento delle mura, l’interno della città era pieno di orti e di zone naturali. Con Firenze Capitale, saturando questa zona, l’idea dei viali era quella di un parco lineare che dava respiro alla nuova città che si stava edificando. Fra l’altro, Poggi aveva imposto che i giardini privati avessero l’affaccio sui viali attraverso muri bassi e ringhiere artistiche per fare dialogare il verde privato quello pubblico. Nella parte verso nord, l’idea di piazza Savonarola e di altre piazzette serviva a dare questa dimensione di verde della città, che aveva funzione sia di decoro che di salubrità. Ciò che è incredibile è che la saturazione della città prevista dal Poggi era molto meno intensa di quella avvenuta poi nel dopoguerra dei due conflitti mondiali.

Ci troviamo in viale Matteotti, caratterizzato dai platani. “Questo tema delle alberature monospecie per tratto è il tema costitutivo del viale. Quando si parla di reimpianto di altre specie, bisogna tenere conto che il Poggi puntava su grandi piante di alto fusto con una presenza molto importante, caducifoglie perché c’è il problema dei palazzi che d’inverno devono avere sole, mentre d’estate devono essere ombreggiati e raffrescati. Una delle grandi scommesse dell’oggi dovrebbe essere quella di eliminare i parcheggi di superficie ricreandoli in un modo che permettano alla terra di respirare, con sistemi che ad oggi lo permettono, oppure ripensare i sottoservizi in maniera che portino gli alberi a non soffrire. Rispetto ai tempi del Poggi, la situazione dei sottoservizi è estremamente più complicata”.

Piazza del Lungo come appariva ai tempi del Poggi

La piazzetta Isidoro del Lungo, è una creazione recente. “Al suo posto si trovava un bellissimo villino, il villino del Volpi, che occupava tutto lo spazio con un bellissimo giardino che arrivava fino a via Capponi. “Nel dopoguerra, con i danni avvenuti, si è perso il giardino ma al suo posto è stata creata questa piazzetta che poi è diventata un parcheggio”.

 

Limitrofa al viale, piazza Savonarola, tappa importante per la nuova città di impianto poggiano, che rappresenta il passo d’avvio per lo sviluppo di Firenze verso l’esterno. La piazza, ai tempi del Poggi un semplice campo, viene portata alla sua funzione attuale verso gli anni ’20 del Novecento. “ Lungo il perimetro c’erano 38 ippocastani – dice il professore – che sono stati ripiantati ex novo di recente. Fu fatto anche un parcheggio interrato, negli anni ’90. Poggi la progetta come square. Oggi si è impoverita molto assomigliando più ad un parterre. Inizialmente fu lasciata  a pratone, non sistemato. L’unica cosa fatta negli anni ’80, il filare di ippocastani nel perimetro esterno, mentre all’interno furono create delle aiole con pini, in parte sopravvissuti, tigli, tre cedri, cipressi”. Più qualche cespuglio di melograno. La piazza dunque a square, con grande prato erbato, secondo le previsioni del Poggi, doveva vedere al centro una vasca interna con zone a verde. Negli anni ’80, 1880, misero qualche albero. Nel 1901 sistemarono l’aiola centrale. In seguito, altre aiole, negli anni’20 e  si decise di mettere al centro della piazza la scultura di Enrico Pazzi, uno scultore ravennate, rappresentante il Savonarola.

Purtroppo ai nostri giorni l’aspetto della piazza è abbastanza desolante: i nuovi ippocastani, che ormai hanno dieci anni, vedono ancora i pali di tutoraggio agganciati, nonostante ormai le piante siano forti, tant’è vero che gli alberi se li stanno tirando via con la crescita. Qualche traccia di spiaggette, piante adulte a confronto con piante ripiantate di recente che non riescono a rafforzarsi, in buona parte per incuria. In estate, è una piazza quasi invivibile. Per fortuna, sono stati risparmiati i pini.

Eppure le caratteristiche compositive originarie erano arrivate fino agli anni ‘90: all’esterno, gli ippocastani; all’interno i tigli, nel mezzo pini domestici, cedri, cipressi e spiaggette con arbusti. Dell’ impostazione del Poggi rimangono i grandi sedili in pietra. Poco è rimasto della siepe di alloro di Trebisonda che intervallava gli ippocastani (continua)

Foto: copertina, Sephora japonica, particolare del tronco

 

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