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Firenze fra Otto e Novecento, dalla Fortezza a piazza della Libertà Ambiente, Breaking news, Cultura

Firenze – Continuano in compagnia del professor Mario Bencivenni le passeggiate fiorentine di Stamptoscana, alla ricerca di ciò che è rimasto della Firenze a cavallo fra Otto e Novecento, un periodo estremamente importante perché vide la grande e breve fase di Firenze Capitale, di cui protagonista indiscusso fu il Poggi coadiuvato dal grande giardiniere Attilio Pucci. Se queste sono le basi, è interessante ripercorrere nelle parole dello studioso dei giardini e del verde storico Bencivenni, l’evoluzione della città in un periodo troppo spesso e ingiustamente dimenticato. Oggi percorreremo il tratto di viale Lavagnini fino a piazza della Libertà, includendo uno spazio collaterale ma molto importante nello sviluppo  dell’idea poggesca di riorganizzazione della città, che è piazza della Vittoria.

“Ricordiamo che fino al secondo dopoguerra l’impianto dei viali cittadini era arrivato più o meno nelle condizioni in cui l’aveva concepito il Poggi – dice Bencivenni – in viale Lavagnini si ritrova un episodio di intervento dell’amministrazione comunale degli inizi anni ’90 del secolo passato piuttosto interessante, che permette di capire come si poteva intervenire su un viale storico tenendo fermo il punto del recupero dell’idea del Poggi anche se non riproducendola perfettamente, dal momento che i tempi sono cambiati. Questo episodio ha interessato solo 300 metri di un lato del viale senza altri sviluppi. Ma prima di occuparcene, facciamo una piccola passeggiata in piazza della Vittoria”.

Infatti, secondo quanto spiega il professor Bencivenni, la strutturazione del viale Lavagnini e piazza della Vittoria sono interventi strettamente collegati. “Va detto però che, mentre il viale Spartaco Lavagnini ex Principessa Margherita (tutto il sistema dei viali aveva nomi di regnanti e principi di Casa Savoia) appartiene comunque al nucleo dei lavori realizzati per Firenze Capitale che furono consegnati nel 1875 al Comune perché li amministrasse come giardini e passeggi pubblici, gli episodi di espansione edilizia cui appartiene piazza della Vittoria, a causa della crisi causata dal trasferimento della capitale a Roma, furono realizzati successivamente con il piano Bellincioni, che è un piano di attuazione del progetto Poggi, e quindi anche tutte le sistemazioni a verde di via dello Statuto e di piazza della Vittoria risalgono agli inizi del Novecento, primo ventennio circa”.

Via dello Statuto ad oggi

Attuazione del piano del Poggi, dunque, ma anche riattualizzazione. “La caratteristica nuova, che era un’idea innovativa rispetto all’impianto del Poggi, è che in una strada come via dello Statuto, che è di luce più piccola rispetto ai viali (si pensi che viale Lavagnini è oltre 40 metri solo di luce stradale) è quella di optare, invece di una doppia alberatura verso le case, per un unico filare di lecci posti in un’aiuola spartitraffico centrale”. Una scelta arborea motivata: “Il leccio, a differenza delle alberature che si impiantano generalmente e che sono caducifoglie, perché arrecano ombra nel periodo estivo ma d’inverno non devono togliere luce, è un sempreverde, fa una bella chioma, non si spoglia d’inverno con indubbio vantaggio estetico, e soprattutto, essendo centrale, non serve si spogli delle foglie in quanto non toglie luce”.

Un ragionamento che viene messo fuori gioco, almeno in parte, con la realizzazione della tramvia, che com’è noto invade lo spazio centrale degli ormai defunti lecci. “In questo tratto stradale infatti per garantire la possibilità di lasciare due corsie per gli autoveicoli i binari sono stati distanziati e si è realizzata un’unica pensilina al centro dei due binari creando così per quasi tutto il tratta della via un’aiuola centrale di circa tre metri- sottolinea Bencivenni – dove si è scelto di ripiantare prima e dopo la fermata un filare di alberi”.

“Il caso della sistemazione a verde di via dello Statuto è clamoroso – sottolinea il professore – Infatti lo storico filare spartitraffico di lecci è stato sostituito con Carpini Bianchi piramidali-fastigiati. Questa varietà, peraltro caducifoglia, non assolverà mai alla funzione che dovrebbe avere un filare di piante ornamentali posto al centro di una strada. La scelta di modifica delle alberature di una strada storica è qui determinata sostanzialmente dall’infrastruttura realizzata che ha fatto mettere da parte gli aspetti estetici e ambientali espressi dalle alberature originarie. Infatti la rete aerea dei due binari di treni che gli passano accanto non possono avere rami grossi di alberature che se cadessero interromperebbero il servizio. La cosa incredibile è che si usa un’aiuola di circa tre metri di larghezza che avrebbe permesso un impianto di alberature ornamentali di prima grandezza tradizionali, per impiantare invece alberature di tipo piramidale e fastigiato”.

Procedendo per via della Cernaia, eccoci in piazza della Vittoria. Lo spettacolo è desolante: nonostante la strenua difesa dei pini sopravvissuti alle intemperanze climatiche, alle malattie e soprattutto all’uomo per quasi cento anni, solo un gruppetto di sopravvissuti (circa 13 pini) si stringe insieme in fondo alla piazza, come giganti spauriti di un enorme gregge che si stringe all’apparire delle belve. Per il resto, si procede mettendo al sole cocente una buona parte di quella che, fino a non molto tempo fa, era conosciuta come la pineta di Firenze, e che niente, pareri tecnici, rivolte dei residenti, proposte e controproposte, persino una levata di scudi dei ragazzi del liceo ha potuto fermare. E se i reimpianti promessi, sempre di pini, riporteranno numerosi alberi in piazza, il problema è sempre lo stesso: abbattere un pino di 70-80 anni è abbattere un mondo, che prima si ricostituisca deve vedere ripassare….. un secolo.

Piazza della Vittoria, 16 maggio 2020

“Piazza della Vittoria è una piazza storica che nel 2017 doveva essere cancellata da un progetto di riqualificazione allora approvato ed andato quasi in esecutivo, che ridisegnava tutta la piazza, che era nata come un grande spazio diviso in 4 aiuole alberata a pini (tant’è vero che era conosciuta come la pineta di Firenze) – ricorda il professore –  Il posto si prestava magnificamente perché le aiuole erano tutte molto ampie ed erbate, ci si trovava lontani dalle case e quindi non c’erano problemi fra alberi ed edifici. Nel 2017 dunque spunta questo progetto di riqualificazione che prevede il rifacimento completo della piazza, sia nelle forme delle aiole sia nelle essenze, a partire da aceri al posto dei pini  e mille altre essenze”. Scatta la prima sollevazione dei cittadini e riesce a bloccare il progetto. Vari incontri e la sensibilità dell’assessore d’allora Bettini, che recepì queste critiche prendendo in considerazione i progetti alternativi che erano stati messi in campo, il progetto fu stoppato quando era ormai in esecutivo”.  Il progetto di restauro presentato per conto del Coordinemento Cittadino Tutela Alberi e Italia Nostra era firmato non solo dal professor Mario Bencivenni, ma dall’architetto Massimo De Vico Fallani, uno dei maggiori esponenti nazionali nel campo della progettazione e del restauro di giardini. Il contenuto del progetto dimostrava come fosse possibile ripristinare la pineta originaria, mantenendo i pini sopravvissuti, 37, che non avevano problemi da abbattimento immediato, e ripiantando giovani piante che nell’insieme ricostituissero il patrimonio semplice, mantenendo lo spartito della piazza a 120 pini, vale a dire il numero originario, leggermente per difetto. In un rilievo del 1994, un botanico fece una relazione che documentava l’esistenza di 124 pini, con la scheda botanica di ciascuno di essi. “Relazione botanica redatta da un professionista ed allegata ad una richiesta di concessione edilizia per un parcheggio interrato regolarmente presentata e depositata presso gli uffici comunali, mai consultata dall’amministrazione”, dice Bencivenni. Dopo le intemperie che colpirono la piazza negli anni seguenti e vari interventi, i pini rimasti sani si ridussero a 37. Il suggerimento era metterne altre 80, trenta per aiola, ritornando così alla vecchia immagine storica della pineta. “I lavori sarebbero dovuti, secondo il progetto, limitarsi alla sostituzione dell’ormai obsoleta pavimentazione di asfalto – continua il professore – sostituendola con una nuova in conglomerato artistico meno impattante”. Sei mesi di incontri, produssero un risultato comunque positivo, perché la piazza originaria non fu completamente cancellata, ma “i tecnici comunali hanno optato per un azzeramento della piazza nel senso di abbattimenti dei pini sopravvissuti per reimpiantare 68 pini giovani, modificando la griglia originaria che c’era e si vedeva”. Un esempio di come sarebbe possibile, con attenzione e sensibilità, mantenere un tesoro semisconosciuto come quello dell’immagine estetica e funzionale della città a cavallo fra Ottocento e Novecento.

Viale Lavagnini come appare oggi

Lasciando piazza della Vittoria, si ritorna sul grande viale Spartaco Lavagnini, già Principessa Margherita. Un viale che il Poggi pensò di respiro europeo, un viale che “nemmeno a Parigi trovi con queste dimensioni”. Per raggiungerlo, si scavalca il Mugnone, attraversando la zona che venne messa in esecuzione, secondo le idee del Poggi, col piano Bellincioni, quando cominciò lo sviluppo della zona industriale di Rifredi. Di fatto, il piano di espansione edilizia che il Poggi aveva progettato solo sulla carta a causa del ritorno della capitale a Roma, venne attuato nel primo ventennio del Novecento spinto dalla nascita della nuova zona industriale a Rifredi. “C’è una continuità con la sistemazione del Poggi – dice il professore – dall’episodio principale dell’abbattimento delle mura e dalla realizzazione dell’anello di verde, alle nuove zone di residenza che via via vengono costruite”.

Il viale Lavagnini, che fa parte dell’originaria sistemazione ottocentesca, è un viale importante, che dà veramente l’idea del carattere europeo che il Poggi dava a Firenze. Ecco le dimensioni: lunghezza di m. 695 circa, larghezza di m. 46,20, compresi i marciapiedi di m. 8,12 ciascuno.

Per gli alberi di questo viale furono prescelti i tigli, come racconta il figlio di Attilio, Angiolo Pucci, che qui citiamo: ” Vi fu qualcuno che suggeri ed insistette nel suo suggerimento, che si piantassero degli Eucalyptus. Mio padre fortemente si oppose, sia perché nel clima di Firenze l’Eucalyptus non può considerarsi come un albero perfettamente rustico, sia per il suo portamento irregolare e tale da non potersi considerare come albero veramente ornativo per un viale; inoltre gli Eucalyptus danno pochissima ombra. I tigli che ombreggiano questo viale sono centocinquantaquattro”. Si ricordi anche che, “nel tracciare il nuovo viale Principessa Margherita presso la fortezza da Basso, fu scoperto un sepolcreto romano. La disposizione delle tombe, le monete, le iscrizioni ed altri piccoli oggetti ivi ritrovati fecero giudicare al prof. Francesco Gamurrini trattarsi d’un sepolcreto dei primi tempi dell’Impero, precisandone l’epoca da Giulio Cesare a Tiberio”.

 

Purtroppo, come sottolinea Bencivenni, i grandi tigli ottocenteschi sono stati spesso abbattuti e sostituiti con altri tigli che hanno avuto uno sviluppo minore. “Il tratto che collega piazza della Libertà (ex piazza Cavour) con la Fortezza da Basso è uno snodo importante nella sistemazione della città e fa capire la grandezza di Poggi, che si trova di fronte a un problema ancora maggiore rispetto a quello incontrato in piazza Beccaria o al Cimitero degli Inglesi: deve biforcare il viale attorno a una piazza (l’attuale piazza della Libertà) dove il compito non è solo quello di inglobare una Porta, vale a dire Porta San Gallo, ma anche l’Arco di Trionfo dei Lorena verso l’originario parterre di San Gallo. La sistemazione di questo nodo richiese una progettazione estremamente complessa. Poggi riesce a risolvere molto bene il problema, e misura anche l’importanza di viale Lavagnini. Qui si ha la massima sezione dei viali, di oltre 40 metri, più i marciapiedi. L’impianto originario si scorge ancora molto bene, alberature da entrambi i lati, che originariamente dovevano essere doppie su ciascun lato ma che rimasero monofilari per ragioni di economia, strada centrale dedicata a carrozze, cavalli e carretti, zona dei controviali, più larghissimi marciapiedi”. La caratteristica di questo viale è che quasi tutti gli edifici sono di residenza, non commerciali, il che richiede larghi marciapiedi per l’entrata e l’uscita e la sosta della persone.

L’esperimento Malin

Sul lato a destra rispetto alla Fortezza da Basso, prima di entrare in piazza della Libertà, c’è anche un interessante esperimento. “L’area del controviale pedonale, che svolgeva la funzione di passeggiata pubblica, è stata recuperata da area di parcheggio per realizzare una pista ciclabile, andando incontro a una esigenza dei nostri tempi. E da qui si scorge l’episodio a cui abbiamo accennato in precedenza. All’inizio degli anni ’90, in occasione dei lavori, l’allora direttore del servizio giardini Giovanni Malin, riprogettò una sistemazione delle alberature del viale con questa nuova soluzione, in parte diversa da quella del Poggi”. Uno dei motivi per cui Malin cercò di escogitare un altro sistema, trovandolo e purtroppo potendolo applicare solo per circa 300 metri, era la difficoltà che affliggeva lo sviluppo degli alberi. Infatti i tigli erano stati circondati da un ‘aiola di rispetto, che tuttavia, con il crescere del cemento attorno, non era riuscita a salvaguardare lo spazio vitale per la crescita dell’albero. Un problema che si collegava strettamente a quello della costipazione del terreno attorno al colletto degli alberi già rilevata da Angiolo Pucci, il figlio di Attilio.

“In viale Lavagnini si assiste ad una grave incapacità di affrontare un recupero del viale alle sue funzioni, ripristinando i suoi elementi costitutivi ( sesto e varietà d’impianto) nonostante il primo tentativo attuato per circa 300 metri da piazza della Libertà verso via Nazionale sul lato sud del viale: vero monumento al velleitarismo e alla incapacità di sviluppare progetti veramente innovativi e all’altezza dei compiti – ricorda Bencivenni –  rispetto al restauro del valore storico monumentale del viale si è preferito privilegiare le automobili sia nei loro flussi di tipo autostradale sia nella sosta, in quella zona dei controviali che per costituzione doveva essere riservata al passeggio, agli uomini e agli animali.  L’esempio abbandonato nel tratto iniziale cercava di risolvere in termini nuovi il problema del terreno da riservare alle alberature per una crescita armonica e buona e al grave problema del costipamento della terra nella cosiddetta area di rispetto”.

La ciclabile di viale Lavagnini

Ed ecco ciò che fa Malin trent’anni fa: progetta e fa costruire una sorta di vasca circondata da un rilevato in cemento che costituisce un’aiola di 5 metri di larghezza, continua, bordata verso la pista ciclabile con una siepe di alloro che protegge chi va in bicicletta da rumori e inquinamento, ma soprattutto mette gli alberi in una condizione tale da ricevere aria, acqua, luce. “Un modo che recuperava i viali alla loro funzione originaria. Il mistero è perché questa soluzione non sia stata estesa a tutto il viale, in tutti e due i lati. Sicuramente è prevalsa la scelta di non sacrificare i parcheggi che insistono ai lati, parcheggi che d’altro canto richiedono asfaltature, andando a costipare pesantemente l’albero e le radici”, dice ancora Bencivenni.

Sul costipamento è interessante ricordare ancora cosa dice Angiolo Pucci, figlio di Attilio che aveva realizzato la piantagione e accudito al mantenimento delle alberature dei viali, (siamo nel 1920 circa cioè 50 anni dopo la realizzazione dei viali).

“Sara bene che io faccia osservare subito un fatto comune che si è verificato per gli alberi di tutti i viali circondari. Tutti gli alberi che li fiancheggiano, data l’epoca della loro piantagione, dovrebbero aver raggiunto uno sviluppo maggiore.

Qual è stata la causa di questo lento e quasi contrastato accrescimento?

Le piante fino dalla loro piantata, erano in consegna dell’Amministrazione dei pubblici giardini, la quale, nel piantarli, aveva intorno al loro fusto lasciata una formella, recinta di piccola scogliera, quasi a fior di terra, onde la terra della formella potesse esser tenuta smossa e permeabile all’acqua della pioggia. Pero il piano stradale era mantenuto dall’Uffizio tecnico municipale e non so se per il dualismo esistito sempre fra i due uffizi, o per incuria o per ignoranza dei bisogni delle piante, i cantonieri, spazzando i viali, conducevano la polvere, ai lati del viale, cuoprendo in massima parte le anzidette formelle delle piante e formando intorno e lungo di esse con la polvere molto calcarea uno strato quasi di smalto che impedisce all’aria ed all’acqua di penetrare nel terreno a benefizio degli alberi, trattenendo cosi il loro sollecito sviluppo. Ora che sui Viali è cambiata sostanzialmente la superficie e quindi ha cessato la polvere calcarea sarebbe bene che il Comune rimediasse al vecchio inconveniente circa gli alberi riaprendo le formelle al loro piede e vigilando sulla loro zappettatura facendo risentire agli alberi stessi il benefizio della pioggia“.(Da A.Pucci, I giardini di Firenze, vol. II, Olschki 2015, pp. 220-221.)

Ma c’è qualcosa che potrebbe mettere seriamente in crisi la bellezza di questo viale, già piuttosto maltrattato nei secoli. La botta finale, dice lo storico, “potrebbe venire proprio dalla tramvia, che se fatta con i pali della luce, l’elettrificazione aerea eccetera, diventa incompatibile con piante che, distanti otto metri dalle case, possono sviluppare una chioma che arriva a 16 metri di larghezza”. E a soccombere sappiamo già chi sarebbe.

Piazza Libertà, da Angiolo Pucci, vol. II

Lasciando viale Lavagnini si entra in piazza della Libertà, ex piazza Cavour. Partendo dalla piantagione perimetrale, continuando a citare Angiolo Pucci, “furono piantati cinquantasette tigli in corona al perimetro del piazzale e nell’interno di questo lungo il marciapiede dei Prunus caroliniana, che poi furono sostituiti da trentotto Ligustrum lucidum ad alberetto, come si vede tuttora. Terminati tutti i lavori della piazza, nella consegna al Comune dei lavori eseguiti dal Poggi il piazzale centrale di essa piazza passo all’Amministrazione dei pubblici giardini il 31 dicembre 1875”.

In piazza della Libertà si torna anche al tema della capitozzatura delle piante: i doppi filari di tigli recano infatti le tracce delle pesanti potature. Si tratta di una piazza modificata nel tempo, dove il Poggi rivela ancora una volta il suo genio. Oltre a salvare Porta San Gallo, deve infatti inglobare l’arco trionfale dei Lorena. “Le sistemazioni interne sono cambiate nel tempo, della sistemazione originaria è rimasto il primo anello a tigli sull’esterno, l’anello interno è stato ripiantato a lecci. il parterre interno, con le aiole e la sistemazione della vasca ha avuto varie vicende, anche se l’impianto generale lo aveva dato il Poggi con i suoi disegni. E’ una delle piazze più belle ma anche più trascurate dalla manutenzione”, spiega Bencivenni.

Piazza Libertà, scorcio con l’arco dei Lorena

“Si tratta tuttavia di un altro episodio ancora rispettoso del disegno originario che, se adeguatamente manutenuto, potrebbe essere una delle più belle aree verdi della cinta dei viali. Bisogna anche ricordare – continua il professore – che la piazza prospetta sull’area verde del parterre, che fu ridimensionato in epoca fascista con la costruzione degli edifici per la Mostra dell’Artigianato. La parte verso il Mugnone era rimasta però a verde. La zona fu massacrata negli anni ’70-’80 con il parcheggio interrato, creando una sorta di snodo autostradale per gli ingressi al parcheggio”.

Da qui parte un altro viale storico, viale Don Minzoni. Sul viale, ex del Pallone poi dal 1888 della  Regina Vittoria, il professor Bencivenni ricorda un episodio curioso, narrato sempre da Angiolo Pucci. Attilio Pucci infatti piantò in doppia fila delle Paulownie, “volendo mio padre cambiare per quanto era possibile i generi di alberi.  Pero le Paulownie, sia per le condizioni del sottosuolo, sia per la superficie del terreno, fecero cattivissima prova, venendo su stentatamente tanto che mano mano che venivano quasi a morire furono sostituite con centotrentaquattro Celtis”. Anche in questo caso, conclude il professor Bencivenni, se viene realizzato il progetto della tramvia, in cui si prevede una fermata in viale Don Minzoni, “questo sistema di Celtis sopravvissuto al traffico e finora agli uomini, potrebbe vedere la parola fine”.

 

 

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