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Firenze, il Mediterraneo, un incontro fra città Opinion leader

Firenze – «Gli stati passano, ma le città restano», diceva Giorgio La Pira. La città, rispetto al carattere «artificiale» e mutevole di regimi e frontiere erano, per lui, una sorta di comunità naturale. «Non si possono distruggere le città» ribadiva, quando convocava a Firenze, per la pace, sindaci di ogni parte del mondo.  Sono parole e immagini di cui risalta la forza in un momento in cui sull’Europa tornano a soffiare i venti di una guerra. E che vengono, spontanee, alla mente alla vigilia del grande Convegno che si terrà a Firenze per parlare della pace e del destino del Mediterraneo.

Ci saranno sindaci e vescovi. Cioè, rappresentanti di territori e di città. E poi, è atteso il papa. Che è anche, e forse prima di tutto, il vescovo di Roma. Tornando a La Pira, fu proprio in occasione del gemellaggio del capoluogo della Toscana con la città marocchina di Fez che il «sindaco santo» ripropose l’antico invito francescano ad essere fratelli tutti. Papa Bergoglio, che al poverello di Assisi si è ispirato fin dalla scelta del nome, ne ha fatto, come è noto, il titolo (e la sostanza) di un’enciclica.

Nella strategia lapiriana della «diplomazia dal basso» (con i territori e le comunità locali che si parlano direttamente fra loro), i gemellaggi (non solo i gradi ritrovi e i convegni) avevano un’evidente importanza. Non erano un fatto formale. Rappresentavano momenti di conoscenza, di scambio, di superamento di stereotipi e pregiudizi. Un’intuizione di cui, in maniera solo apparentemente paradossale, nell’età dell’interdipendenza e del «mondo globale» risalta ancora più l’attualità.

È una riflessione non nuova. In un momento in cui gli stati nazionali (che, con l’emergenza-pandemia, sembrano avere, temporaneamente, riacquistato importanza) devono ripensare comunque il loro ruolo (e ricercare più ampie aggregazioni), acquista importanza l’idea-forza di realtà locali (città, territori, regioni) che, fra loro, possono intrecciare relazioni culturali, mettere a punto progetti comuni, sviluppare scambi profittevoli. Certo, per dare forza e significato ad una simile strategia, bisogna che la città (ogni città), conservi la propria vitalità, abbia cura della prosperità (materiale e culturale) della propria comunità e sia pienamente consapevole della propria storia e identità.

Non è questione da poco per Firenze, che oggi è al centro dell’attenzione e che ha il merito di ospitare questo grande incontro sulla questione della convivenza pacifica e solidale nel Mediterraneo, nell’Europa e nel mondo. D’altra parte, come scriveva Ernesto Balducci (di cui in questo 2022 ricorre il centenario della nascita), chi potrebbe dubitare che «nell’intreccio libero delle sue strade, nel dialogo aereo fra le sue torri e i suoi campanili, nella convergenza dei tetti e delle colline circostanti su di un centro prospettico, la cupola del Brunelleschi, (…) Firenze fosse stata costruita secondo un ideale di pace?».

Come ebbe a dire un non fiorentino (che però in questa città era di casa) come il prete-poeta David Maria Turoldo, Firenze ha un’anima speciale che è, insieme «teologale e umana». Parole che emanano una forte suggestione, ma che hanno anche un suono molto impegnativo. Richiamano alla consapevolezza ed alla responsabilità. Le città hanno un’anima e la cultura delle città è una dimensione antica, che sempre deve essere riconosciuta e sempre deve essere rinnovata.

I sindaci, i vescovi, il papa medesimo parleranno di temi importanti e vitali: il Mediterraneo e la convivenza delle sue genti, la difesa dei diritti, l’opposizione a pulsioni aggressive che rischiano di incendiare l’Europa. Sono qui per questo. Ma sono qui, e sono insieme, in nome di un qualcosa che li unisce. La cultura della città. Cioè la consapevolezza, espressa da Agostino di Ippona, che ricordava che «la città non è fatta di pietre e di torri, ma di cittadini». È anche da qui, forse, che bisogna ripartire, per riconoscere dignità alle diverse appartenenze, non per rinchiuderle nei recinti della diffidenza e dell’esclusione, ma per sottolinearne il valore, proiettandole in quell’unica dimensione che, tutti, ci accomuna e che, tutti, ci fa cittadini del mondo.

Severino Saccardi

Foto: Giorgio La Pira

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