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Firenze, la denuncia delle guide turistiche: “Siamo merce di scambio” Cronaca

Firenze – Tempi duri per il patrimonio storico-artistico italiano. Tempi duri per quello fiorentino, che da solo basterebbe a buttar giù un bilancio comunale degno di un emirato arabo. “Stiamo svendendo la nostra anima”: è questo il cuore della denuncia che si leva dalle guide turistiche della città, che si sentono immolate sull’altare maggiore di un territorio che sembrerebbe non avere arte né parte. Di arte, però, ce n’è da togliersene la voglia. A scricchiolare – in realtà – è la parte, una struttura apparentemente lussata dall’inconsapevolezza del proprio patrimonio, e che dunque arranca, storta, con l’andatura ruspante del boiardo in decadenza. È quella parte che, per esempio, nel corso degli anni ha lentamente ceduto il passo alla scaltrezza dello straniero in visita. “Chi ha acquisito una competenza sull’incoming in Italia non sono certo gli italiani”.

Chi, allora? “Intanto  i tour operator stranieri, tedeschi e inglesi per primi, lobby che qui “comprano” per 100, ma che poi investono a casa loro per 250”. Creiamo dunque una ricchezza di cui non godiamo? Si, così sembrerebbe, e la declinazione di questa ricchezza in termini di fiscalità e occupazione non parla certo l’italiano. È qui che si inserisce anche la figura della nostra guida turistica – testa (mozzata) di ponte su cui ricadono gli effetti tra i più evidenti di un simile laissez-faire – mortificata dalla frequente confusione del proprio ruolo con quello dell’“accompagnatore”: rappresentante dell’agenzia straniera, quest’ultimo dovrebbe limitarsi a verificare che i servizi acquistati in loco corrispondano agli standard contrattati, oltre a fornire indicazioni di carattere generale; la guida turistica ha una conoscenza professionale dell’arte, che racconta e spiega con quella capacità di sedurre tipica di chi è capace d’osmosi.

“Se l’accompagnatore mette anche la giacchetta da guida – come da diktat dell’agenzia pagante – è la fine”. Ma è ciò che accade, a Firenze come a Roma e ovunque in Italia, da almeno 25 anni, in barba al più spicciolo principio di turismo sostenibile. “Sono pochissime le agenzie nostrane che fanno incoming rispettandone le linee guida; in compenso sono moltissimi gli accompagnatori con gli appunti in mano davanti al Tondo Doni”. Ma questo è solo un lato del soldo pagato dalle guide fiorentine, una sorta di minaccia endogena mal gestita a cui, nel tempo, si sono sommati autentici ceffoni provenienti dall’interno. Il primo – la modifica al Testo Unico sul Turismo della Regione, del 2007 – ne ha mortificato le competenze, attraverso l’attribuzione ad agenzie formative della facoltà a tenere corsi abilitanti per la professione. Niente di male, se non fosse che l’esaurimento dei voucher e dei fondi europei per la formazione (di cui queste avevano vissuto fino ad allora) ha di fatto calato il ponte levatoio su una moltitudine di iscrizioni – a pagamento, ovvio – e quindi di abilitazioni à la volée, spesso firmate saltando a piè pari le prove attitudinali preliminari e, peggio, tentando anche di relegare parte dei corsi alla formazione a distanza. 600 nel 1998, le guide turistiche fiorentine abilitate sono oggi oltre 4mila. Di queste, il 30% sono straniere. Quelle abusive non si contano, ma i controlli latitano. “Gira la leggenda che le guide turistiche guadagnino un sacco di soldi”. Una leggenda, appunto, forse strascico degli anni 90, quando su Firenze di guide ce n’erano 150 e il lavoro non mancava. Non manca neanche oggi, certo, ma conquistarlo è diventata una lotta tra rapsodi e aedi, aventi o meno partita iva. Gira una leggenda, insomma, da stracciare, o quanto meno da rivedere al ribasso: quella secondo cui, viste le spese necessarie a tenere aperta una partita iva, si cerchi addirittura di lavorare meno per rientrare nel regime dei minimi.

Malgrado il fuoco incrociato dei tour operator e delle abilitazioni all’acqua di rose, è tuttavia da Roma che è arrivata la vera mazzata sulla categoria. La vicenda è nota e riguarda la legge 97/2013 che – promulgata in risposta ad un principio d’infrazione firmato Bruxelles – tra le altre cose consente alle guide di altri paesi europei, abilitati nei rispettivi paesi d’appartenenza, di esercitare la loro professione in Italia senza alcuna autorizzazione o abilitazione suppletiva (art.3). Inutili gli appelli dei diretti interessati per impedire la firma della legge d’emanazione, con cui il paese non solo ha incassato, carponi, un principio d’infrazione circa la presunta applicazione della direttiva sbagliata, ma ha anche istituito, di fatto, la figura della guida turistica nazionale. Come parziale contentino, la legge prevede tuttavia l’elaborazione di un elenco di siti protetti – in via di stesura – a cui possano accedere soltanto le guide in possesso di una specifica abilitazione o previo riconoscimento dei titoli.

Vero è che Confesercenti Federagit (Federazione Guide Turistiche, Accompagnatori e Interpreti) non è stata a guardare, tanto per una serie di emendamenti da apportare al il Testo Unico quanto per quelli relativi alla 97/2013. Ma, nel primo caso, l’elenco delle modifiche – accettato dalla Regione Toscana – non è neanche andato in votazione (poi la legislatura è finita). Quanto al decreto ministeriale, qualcosa è stato ottenuto, come ad esempio la concessione dell’arco temporale di un anno – a partire dalla pubblicazione ufficiale della lista di siti protetti – dell’esclusiva sui siti stessi senza “ri-certificazioni” di sorta, ma il percorso è ancora lungo e somiglia in tutto e per tutto alla novella dello stento. Intanto perché l’emendamento per la sospensione dell’articolo 3 è stato – tra il 2013 e il 2014 – più volte rispedito al mittente senza troppe spiegazioni; poi perché la lista provvisoria dei siti è a dir poco ruspante e, anche qui, gli sforzi per un corposo ritocchino (che, per dirne una, contempli, soltanto a Firenze, Palazzo Medici Riccardi o la Loggia dei Lanzi) sono ancora lontani dal placarsi.
Si è, piuttosto, ancora alla fase del sollazzo, in cui la vicenda che ha segnato il punto ha visto il Mibact accogliere, in prima battuta, una lista integrata di siti riveduta dalle associazioni di categoria, salvo poi  “..in seguito a colloqui informali con l’Europa – chiedere – un taglio lineare sulla Toscana del 15%”. Sull’elenco aggiornato, si penserà. No, su quello vecchio. Inutile dire che ogni successiva rassicurazione di “fare il possibile” è poi svanita come fumo nel nulla. È spontaneo chiedersi perché, se fino ad oggi il principio di libera circolazione di persone, merci e professioni (su cui pare poggiare cotanto altruismo nostrano) abbia avuto delle briglie ragionevoli a contenerlo, oggi si stia trasformando in un fuori-tutto da fine stagione. È poi evidente che, se su 28 paesi europei “beneficianti”, ce n’è uno che fa da mamma chioccia, con flussi turistici inimmaginabili ai più, questo è l’Italia. Eppure pare il convitato di pietra o peggio, una mucca da mungere.

Ma cosa dicono le nostre guide? Respirano aria di complottismo, ed è cosa comprensibile: come si legge nel loro documento del 7 agosto, l’ultimo inviato a Roma, “per nessun’altra professione e in nessun altro paese europeo, è stato richiesto di ri-certificare le abilitazioni professionali già conseguite”. Eppure il vento che pare stia vampirizzando il nostro immenso patrimonio artistico (sapere, e saper trasmettere compresi), non scompiglia loro i capelli: “le nostre richieste sono legittime, non vogliamo tutelare il nostro orticello. In ballo c’è tanto: c’è chi lavora e deve poter continuare a lavorare, ci sono le competenze, i musei e un patrimonio che non può essere messo in mano a chiunque. L’impressione è che siamo merce di scambio”.
Difficile anche qui dar loro torto: riecheggia ancora la (presunta) frase del ministro Franceschini, che rivolgendosi a una guida specializzata di Firenze pare abbia detto “Veda il vantaggio di stare in Europa, vada a lavorare in Slovenia!”. In Slovenia. Una guida di Firenze. Perché, allora, non rompere le noci con le uova Fabergé?

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