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Firenze-laboratorio, Potere al Popolo e la città duale Opinion leader

Firenze – Potere al Popolo, meglio, l’esperimento PaP. Esperimento, sperimentazione, tutte parole che ancora non danno la dimensione di questa nuova forza, che si è data, fin dalla nascita “in corsa” nel 2018, un modulo di partecipazione degli iscritti innovativo, almeno per i tempi politici odierni, tutti schiacciati sulla figura del “leader”.

Infatti, Potere al Popolo decide per assemblee territoriali, come è stato evidente anche nell’ultima grossa decisione politica, vale a dire quella di convergere nel tavolo unico della sinistra sulla candidata comune Antonella Bundu. Ebbene, dov’è la novità rispetto a circa un anno fa, si chiederanno in molti.

Eppure la novità c’è, ed è stata resa evidente ieri, all’appuntamento con Viola Carofalo allo Spazio Inkiostro, una sorta di “endorsement” ufficiale rispetto alla candidata fiorentina alla poltrona di sindaco. La novità del modello di partecipazione che comunque, nel bene e nel male, PaP sta sdoganando, è quello di portare le voci di chi lavora, di chi s’impegna nella difesa degli “interessi perdenti” o dei perdenti  rispetto al sistema, immettendo direttamente nel circuito politico le nuove generazioni alle prese con precarietà, sfruttamento, perdita di diritti del lavoro.

Perché, inutile nasconderselo, Potere al Popolo è sbilanciato. E’ sbilanciato in quanto suo interesse primario è il lavoro e la difesa dei diritti ormai annacquati di cui è punto d’incontro; lavoro che conduce alla difesa della casa, al diritto all’istruzione, al diritto alla sanità. Insomma il tridente dello stato sociale necessario per rendere effettiva la dignità dell’essere umano: lavoro che consenta un’esistenza dignitosa, scuola pubblica di valore, sanità per tutti. Tirando le fila, un richiamo quasi rousseauiano al ruolo dello Stato: se l’individuo cede parte del suo bene più prezioso, ovvero la libertà, a  un’organismo sovrano, è per ricevere in cambio “almeno” il minimo sindacale, vale a dire, appunto lavoro educazione e diritto alle cure (considerando la casa corollario necessario e imprescindibile al lavoro). Se ciò non avviene, sicuramente il patto sociale s’incrina nel profondo. Per questo è così difficile ed entusiasmante la democrazia.

Dunque, tornando alla novità: i ragazzi e le ragazze che ieri hanno preso la parola non erano “delegati”. Nel senso: portavano le istanze dei colleghi, ma soprattutto erano loro stessi “dentro” al lavoro, immersi fino al collo in quel tessuto del lavoro precario e sfruttato che spesso rende impossibile la speranza nel futuro. Rider, educatori degli appalti, gente che deve cavarsela tutti i giorni per arrivare alla fine del mese, magari con l’incubo che accada qualcosa e la perdita del lavoro, seppure precario e malpagato, li riporti indietro, verso una famiglia che ormai conta sulla pensione dei “vecchi” per far tirare avanti ai “giovani”.

Voci nuove, tutto sommato, non degli “sdraiati” o dei “bamboccioni”, voci di una realtà in movimento che spesso non si sono fatte sentire, o forse non sono state ascoltate. E queste voci raccontavano le iniziative concrete, compresa la partecipazione ai “vecchi” strumenti di aggregazione e formazione collettiva che ancora, simili ad ombre, sono gli ultimi presidi sul territorio, svuotati da un centrosinistra brillante e arrampicatore, come le Case del Popolo. Udite udite, gente con ancora il numero venti nella propria età che partecipa al consiglio di una Casa del Popolo… chi l’avrebbe mai detto, pochi mesi fa? …

Allora, tirando le fila. Potere al Popolo sta dimostrando che stavolta si parte davvero dai giovani e dal lavoro. Che a parlare sono i fattorini di Zara, i lavoratori di Eataly in lotta, sono quelli che stanno dietro i retrobottega dell’industria turistica, sono i lavoratori degli appalti. Che mostrano la faccia e si presentano lì, magari con la voce tremante all’inizio e poi via via sempre più franca, magari con qualche parola non proprio precisa o, nella fretta, con un verbo improbabile. Ma sono loro, quelli che davvero vivono la città. E sono loro, l’esercito a cui attingere per mettere insieme quei 36 nomi della lista d maggio.

Ecco, ma da quale Firenze provengono? Dalla “seconda”. Vale a dire, come spiegano da PaP, nella Firenze duale, con due anime, quella degli affari e quella invisibile dell’ingranaggio che manda avanti anche quell’altra, “noi stiamo con la seconda”. Last but not least. A conti fatti, forse, è proprio questa la città che la “sinistra” ha dimenticato. E PaP, al di là dei risultati elettorali e degli stessi numeri che rimbalzano sui sondaggi e sugli inevitabili confronti, ha scelto non solo di darle voce, ma di esserlo, quella città. Last but not least.

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