energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Firenze, l’Ufficio casa dal Patrimonio ai Servizi sociali Breaking news, Cronaca

Firenze – Si riorganizza la macchina comunale fiorentina e, fa i vari  riassetti, ecco giungere l’ormai annunciato trasferimento degli uffici casa nella direzione servizi sociali. Di per se’, la cosa potrebbe sembrare di poco momento, visto che, agli effetti pratici, i cittadini non dovrebbero sentire differenze. O no?

Intanto, la ratio del cambiamento. A rispondere, l’assessore alla casa Andrea Vannucci, che, come già specificato in occasione della interrogazione posta dai consiglieri comunali Palagi e Bundu di SPC nell’assemblea comunale, spiega che il cambiamento in realtà viene incontro alla mutazione delle richieste e alla maggiore complessità dell’abitare.  “Siamo di fronte al cambiamento dello scenario rispetto all’abitare, cambiamento che investe sia Firenze che altre città. Per questo si rende necessario inserire nelle politiche abitative una serie di risposte modulari e modulabili sui bisogni persone”.

Da diritto a bisogno? “La casa rimane un diritto, ma il grande tema è rendere questo diritto il più esteso possibile. L’ambizione è che sia universale, ma intanto estendiamolo al più largo numero possibile di persone, con le differenze delle loro richieste e bisogni. E del resto sarebbe miope valutare Firenze alla stessa strgua di 10 anni fa, quando è mutato anche il concetto stesso di residenza”.

In che senso tuttavia il passaggio dal Patrimonio ai Servizi Sociali potrebbe rendere più diversificate e modulabili le risposte, potrebbe rimanere oscuro. Ma l’assessore ricorda che lo spostamento ai servizi sociali “è più efficace perché le antenne più profonde sono la rete di assistenti sociali sul territorio”. Dunque, se per il cittadino non cambia nulla (“l’Erp rimane l’Erp, dice Vannucci, con le regole, le modalità e le norme che lo regolano, tant’è vero che a breve verrà portato in giunta anche il nuovo regolamento applicativo della legge 2/2019 della Regione), l’unica cosa che muta “è avere una cabina di regia unica, capace di porcedere alla modulazione richiesta qualora necessario”. Al centro, dice ancora l’assessore, il bisogno abitativo, che si dispiega in varie forme, dall’edilizia popolare classica con gli assegnatari, alla famosa fascia grigia, con necessità di affitto calmierato o contributo affitto, e via di questo passo. Ma la sfida vera, l’assessore non ne fa mistero, per giungere a una risposta efficace agli sfratti ma anche ai duemila del bando che sono la punta dell’iceberg, è “aumentare l’offerta di abitazioni con un investimento forte sulle case sfitte, come è stato fatto con oltre tremilioni di euro in due anni, un investimento senza precedenti. Questa è la soluzione più rapida, più ragionevole, con l’obiettivo di renderla strutturale e potere procedere a rsitrutturazioni rapide, a assegnazioni rapide”.

Sulla questione del “cambio” di parrocchia della direzione Casa, dal Patrimonio ai Servizi Sociali, esterna tutti i suoi dubbi Laura Grandi, segretaria regionale del Sunia. Intanto, un’obiezione generale: lasciare la casa al patrimonio abitativo comunale ne esalta il profilo di diritto, mentre l’agganciarlo al sociale ne espone la faccia dell'”emergenza”. La segretaria regionale del Sunia precisa: “Mi piacerebbe capire le motivazioni che hanno spinto all’unificazione delle direzioni e spero che ciò non comporti l’idea di considerare la casa esclusivamente come un problema di marginalità sociale, dal momento che ciò è proprio quello che il Sunia ha cercato sempre di chiarire: le politiche abitative non riguardano solo il profilo dell’emergenza, sono per tutti i cittadini”.

Dunque, sebbene il problema dell’emergenza esista, “è legato al fatto che non c’è un problema di persone: è l’abitazione a essere in crisi, ora, vista la scarsa offerta di case, l’alto livello di affitto. La gente impoverisce per la casa, non è povera a prescindere. Per quanto riguarda il diritto all’abitare, non si devono aiutare le perone in quanto in difficoltà, bensì risolvere il problema casa”.

Insomma in quello scenario cambiato di cui parlava anche l’assessore, entrano in frotta i working poors, i pensionati, le donne sole, tutta gente che riuscirebbe a sbarcare il lunario, che magari lavora o ha pensione, ma che i canoni ormai alle stelle depredano oltre il 50% del reddito. Quando la trova, la casa. Dunque, non border line, ma lavoratori, casalinghe e pensionati che fino alla crisi della casa non avrebbero mai pensato di non farcela più. Un problema che va di pari passo anche con il livello sempre più basso degli stipendi e la precarietà del lavoro. Non casi “sociali” come intesi nell’ottica comune, ma semplicemente “poveri di ritorno”.

Ma c’è un altro punto. “La casa dovrebbe essere un diritto di cittadinanza come sanità e istruzione – dice Grandi – non mi piace che venga fatto confluire nell’ottica dell’emergenza. Se si tratta di un diritto di cittadinanza, serve la facilitazione al cittadino per potervi accedere. Assegnazioni veloci, social housing, politiche per favorire la residenzialità al sociale, tutto questo e molto altro è politica abitativa. Il rischio con questo spostamento è secondo me trasformare un diritto in un problema. Spero che questa riorganizzazione non sia stata fatta solo nell’ottica di dare risposta all’emergenza. Perché la casa è un diritto di cittadinanza, e chi è entrato in crisi non sono le persone, ma la capacità di dare soddisfazione a un diritto”.

 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »