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Firenze underground, niente casa, lavoro al nero, la storia di Iona Breaking news, Cronaca, Opinion leader

Firenze – “Sono stanco. Stanco. Stanco”. Eppure Iona, un cittadino romeno residente in Italia da decenni, ha fatto di tutto da quando, nel 2003, toccò per la prima volta il suolo nazionale. Distributore di volantini per un’agenzia pubblicitaria, manovale, muratore, assistente come badante. Attualmente, raccoglie, con due furgoni, ferro, svuota cantine, fa traslochi. Tutto per riuscire a inviare qualche soldo ai due figli, entrambi sotto i trent’anni, affetti da una grave patologia psichiatrica, per le medicine. Il resto non basta per pagare un affitto e si mangia solo tirando la cinghia. Unico “vizio” rimasto, le sigarette.

Iona, 48 anni, fa parte di quella grande schiera di cittadini che pur lavorando da mattina a sera, non sono riusciti a “svoltare” nella loro vita. Un esempio classico di “working poor”, quella categoria in espansione che sta per creare uno dei grandi problemi esplosivi a livello sociale conseguenza della crisi. Anche perché si tratta di una situazione che va a inficiare le basi stesse di un’esistenza “normale”: mancano i soldi per la casa, ad esempio, ma anche per le bollette e per quella vita dignitosa che è l’unica aspirazione di Iona. Ad esempio, come dice lui, “due stanze per andare a dormire tranquillo”.

Ma la stanchezza di Iona non è solo quella naturale del lavoro. La sua vita è un classico esempio di situazioni che, senza l’aiuto di uno stato sociale, conducono dritti dritti all’esclusione. Arrivato in Italia, cerca subito lavoro. e lo trova, sotto forma di distribuzione di volantini. chiaramente al nero. Tuttavia abbastanza per tornare in Romania, un anno dopo e portarsi in Italia moglie e figli. Un nuovo carico, ma la necessità di avere l famiglia unita è troppo forte. Ma la malasorte è in agguato.

La moglie, che trova immediatamente lavoro come badante, si ammala di una malattia terribile nel 2007. Una patologia che parte dal cervello, e che conduce la donna ad avere bisogno continuo di assistenza. La donna, va da se’, deve lasciare il lavoro. Così Iona ricorda quegli anni terribili: “L’attività di distribuzione di volantini finisce. così mi ritrovo a dover reinventare un lavoro, e comincia la mia attività di manovale”. Al nero, un’altra volta. Si fanno i tunri. Quando c’è lavoro, sul cantiere, poi, una volta a casa, di corsa a Careggi, dove, nelf rattmepo la donna è curata. Anche perché la sentenza dei medici romeni, dove Iona è tornato un’altra volta per cercare una speranza di guarigione, non lascia scampo: “Mi dissero che potevo portarla a casa, perché non c’erano speranze”. Iona non si arrende al verdetto di morte: vende la casa in Romania e con il ricavato torna in Italia definitivamente e comincia la trafila delle cure ospedaliere.

ionaNel frattempo, c’è anche da trovare un tetto sotto cui ricoverare la famiglia. I soldi per pagare l’affitto sono infatti finiti e la famiglia rumena si rivolge ai servizi sociali del Comune. “Niente – dice Iona – finimmo per strada”. L’unica soluzione, il Movimento di lotta per la Casa, Lorenzo Bargellini, Marzia. Se lo vedono arrivare in lacrime. E una soluzione, pur provvisoria, viene trovata: una stanza, in una prima occupazione. “Sono gli unici che ci hanno aiutato”, racconta Iona, ancora commosso.

Certo, ma le occupazioni entrano nel mirino della legalità e vengono sgomberati. Allora la famiglia fa richiesta di alloggio popolare. Due figli, una donna malata, ma per ragioni burocratiche, la casa rimane un miraggio. Altra occupazione, altra precarietà. Intanto, Iona alza l’asticella e diventa muratore. Sempre quando c’è lavoro, sempre al nero.

La moglie si avvia a un declino sempre più rapido, che costringe il marito a lasciare il lavoro per assisterla. Gli ultimi 4 mesi di vita della donna sono terribili per tutti: per lei, che si trasforma a poco a poco in un malato terminale, per Iona, che non può più lavorare e resta giorno e notte accanto alla moglie, per i figli. Nel frattempo, altri sgomberi, nuove occupazioni, nuove “stanze”. “Siamo vissuti a Careggi per 4 mesi”, racconta ancora Iona. Casa, rimane un miraggio.

Nel  2013, a 39 anni, la moglie muore. Iona non ha neanche i soldi per il funerale e dal momento che è sempre in contatto con i servizi sociali, chiede almeno un aiuto per la cerimonia. Ma anche questa volta non arriva niente. Seppellita la moglie grazie agli amici, può pensare ai due figli (il più grande ha attualmente 27 anni) che con la morte della madre cominciano ad accusare un forte disturbo psichico. A quel punto, Iona decide: i due figli tornano in Romania, a casa della nonna, dove hanno almeno il sostegno del nucleo famigliare. Quanto a lui senza casa, senza lavoro, distrutto dal dolore, si rimbocca le maniche un’altra volta. Perché le medicine costano. “Per guadagnare i soldi non solo per sopravvivere, ma per pagare le cure ai miei figli e per potere parlare qualche volta con loro, al telefonino”.  Casa? Sempre più un miraggio.

In questo momento, Iona si trova in una vecchia fabbrica dismessa, accanto a Sesto Fiorentino, con un piccolo gruppo di romeni anche loro gettati ai margini. Grazie al fratello, che lavora in Inghilterra, ha potuto comprare due furgoni con cui cerca di sbarcare il lunario, facendo tutto ciò che è possibile, dai traslochi, allo “svuota cantine”, alla raccolta dei metalli. La sua casa è ricavata in due piccoli locali una volta di servizio per la fabbrica. Due stanze in cui sono raccolte le sue poche cose, un letto matrimoniale, una tavola, due sedie. Tutto tenuto in ordine e pulito, “perché lo spazio è piccolo, e bisogna arrangiarsi”. Ma questa vita di stenti,  lavoro mai riconosciuto e tragedie famigliari ha lasciato i suoi strascichi anche su di lui. Ha 48 anni, ma ha crisi respiratorie, e a volte il suo cuore segnala che qualcosa non va. “Non importa – ripete, riuscendo persino a sorridere – mantengo la mia fiducia in Dio e lo ringrazio tutti i giorni”. Per cosa? chiediamo increduli. “Perché tutte le volte che sono stato alla disperazione, mi ha sempre fatto trovare una via di uscita, amici o opportunità per ricominciare”. Ed è questa fede indomabile a sostenerlo, laggiù nelle due stanze senza luce e riscaldamento, senza acqua, dove continua ancora a combattere. “Sperando in Dio”. Che non conosce,  almeno Lui, pastoie burocratiche.

Foto: Luca Grillandini

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