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Fiume 1919: simbolo di tutte le delusioni (e di tante illusioni) Cultura

Firenze – L’Italia del 1919 aveva vinto la guerra ma stava perdendo la pace; era un Paese  amareggiato, attraversato da tensioni politiche e sociali. E  la questione di Fiume divenne la sintesi di tutte le frustrazioni  – ha rilevato Marco Mondini nel suo recente saggio Fiume 1919. Una guerra civile italiana (Salerno Editrice, 2020) – ponendo in evidenza che in pochi casi un’invenzione mediatica ha pesato così tanto sul destino di un paese intero.

La fine del primo conflitto mondiale aveva lasciato ovunque difficoltà e malumori In particolare, l’Italia, nel corso della Conferenza di pace di Parigi, sentiva venir meno le aspettative di divenire una grande potenza.

Marco Mondini, che insegna Storia dei conflitti nell’Università di Padova osserva che la questione di Fiume, città di lingua e cultura italiana divenne simbolo di tutte le delusioni di un dopoguerra amaro dove la morte dei tanti giovani e i sacrifici sofferti dalla popolazione civile apparivano vani.

Questo libro, ricco di spunti interessanti e di analisi puntuali come quelle sul mito dell’occasione perduta  e sulla leggenda della vittoria mutilata, e sottolinea anche che lungi dall’essere una questione italiana (o italo-slava), Fiume fu un teatro mondiale, la messa in scena di una comunità di giovani sedotta dalle parole di cattivi maestri e convinta di poter scatenare la rivoluzione contro il vecchio ordine.

Abbiamo approfondito  con l’autore alcune problematiche oggetto di questo saggio.

In che misura per la questione di Fiume si può parlare di guerra civile ?

Possiamo pensare a Fiume come un portale, la soglia che separa l’Italia mobilitata per la guerra totale dal paese sull’orlo della guerra civile. Intendiamoci, le fratture, i conflitti interni che squassano lo stato nazionale sono ben antecedenti la questione fiumana. Risalgono a prima della scelta dell’intervento, quando nella penisola imperversa lo scontro tra neutralisti e interventisti, e per affermare le proprie ragioni ideologiche si ricorre ad una retorica sempre più violenta, sempre più radicale, per arrivare infine allo scontro fisico. Per l’Italia la Grande guerra inizia molto prima del maggio 1915: nell’autunno 1914 gli italiani si scontrano brutalmente per far pendere la bilancia a favore o contro l’intervento, e il primo morto italiano non è un soldato al fronte ma un militante neutralista ucciso dalle truppe regie in servizio di ordine pubblico a Reggio Emilia.

Questo profondo conflitto interno non si placa con la Vittoria. Le vecchie divisioni riemergono e la radicalizzazione dei movimenti di sinistra, influenzati dal mito della rivoluzione russa, non aiuta a ricomporre l’unita nazionale. Ma a Fiume queste lacerazioni striscianti assumono una nuova forma. Lo scontro sale di livello. Soldati dell’esercito regolare si ribellano agli ordini – ed è la prima volta che succede – e sparano addosso ad altri soldati dell’esercito regolare. In nome di un leader carismatico come D’Annunzio alcuni italiani (pochi, in quel caso, per fortuna) si ritengono in diritto di violare la legalità e di ricorrere alla forza, convinti di combattere una crociata contro i traditori della patria. E l’aspetto più grottesco è la simpatia che ricevono, e la consequenziale e progressiva delegittimazione del potere politico legittimo. Da Fiume in poi, la strada per lo squadrismo e per la marcia su Roma è aperta.

Perché di Fiume si cominciò a parlare solo alla fine delle guerra ?

Fiume era una città portuale di una certa importanza all’interno della Duplice Monarchia austro-ungarica, culturalmente italiana (su questo non ci devono essere dubbi), ma anche tradizionalmente estranea agli orizzonti politici dello stato nazionale. Parte del Regno d’Ungheria, e suo porto principale, Fiume aveva una antica vocazione autonomistica, e la sua classe dirigente locale tutta di lingua italiana, propugnava da tempo la conquista di una maggiore indipendenza, pur senza rinnegare il vincolo di fedeltà alla dinastia asburgica. Non c’erano legami importanti col nazionalismo risorgimentale, né con il movimento irredentista. Per questo, nel 1915 Fiume non era un obiettivo simbolico, come Trento o Trieste o persino Zara. Gli italiani ne sapevano ben poco, e i fiumani non avevano alcun interesse immediato nel chiedere di far parte del Regno d’Italia.

Perché nel suo libro considera la vicenda un evento mediatico?

Proprio per l’irrilevanza di Fiume, da un punto di vista strategico ed economico. Nel clima isterico di quei mesi, caratterizzato da un’opinione pubblica nutrita di slogan nazionalistici, Fiume diviene il simbolo di ciò che l’Italia potrebbe e dovrebbe diventare: una grande potenza che si assicura un’egemonia imperiale nell’area dell’Adriatico. Naturalmente, è una prospettiva illogica. L’Italia non avrebbe mai potuto pretendere alla lettera l’applicazione del patto di Londra del 1915. Intanto, perché il mondo era cambiato, e il continente europeo era ora affollato da piccoli e litigiosi stati nazionali che reclamavano un posto al tavolo dei vincitori. E poi perché il Regno d’Italia non aveva le risorse militari o economiche per controllare e difendere le enormi richieste avanzate da Sonnino e Salandra per l’intervento. Questo paradosso si intrecciò con il mito della “Vittoria mutilata”. Perché di un mito si tratta. Di un’invenzione scientemente creata a tavolino da Gabriele D’Annunzio per motivi molto più personali che politici. La formula dannunziana ebbe una straordinaria fortuna tra una massa di italiani poco informati, inclini a credere a chi urlava più forte, sedotti dagli slogan nazionalistici e dalle illusioni di un’Italia grande e imperiale. I media, soprattutto quelli della destra nazionalista ma anche il più moderato “Corriere della Sera” diedero voce a questo grumo di frustrazioni, miti, ambizioni e ignoranza. E, come scrisse Ferdinando Martini, si convinsero che il possesso di Fiume fosse l’essenza stessa della guerra e della vittoria. La prima, grande fake news della storia nazionale.

La dottrina Wilson dava priorità al principio di nazionalità perché allora Fiume non trovò udienza alla Conferenza di pace?

 Il governo di Roma vuole l’applicazione letterale di un trattato in cui i diritti nazionali sono l’ultima delle priorità. Insieme agli italiani di Trento, di Trieste e del Litorale, l’Italia annette infatti terre abitate da centinaia di migliaia di germanofoni (il distretto di Bolzano, che diventerà poi l’Alto Adige) e slavofoni (l’entro terra istriano ad esempio). Di fatto, a Sonnino e ai suoi colleghi di governo delle idealità del Risorgimento non importa né tanto né poco, loro mirano a creare un’area imperiale ed egemonica per il Regno d’Italia nel teatro dell’Adriatico e dei Balcani. Un vecchio sogno a Roma.

Contemporaneamente, però, l’appello dei fiumani, motivato dal panico di ritrovarsi dominati dai croati, spinge gli italiani a chiedere anche quella città, in base al principio di autodeterminazione dei popoli. E’ evidente che si tratta di due pretese che non possono stare insieme. O si formula un preciso piano imperiale, o si rivendicano i diritti nazionali delle comunità italiane sparse lungo l’intera costa adriatica.

Si tratta di ridisegnare l’intera carta politica d’Europa e di riempire il vuoto lasciato dall’Austria-Ungheria. L’Italia potrebbe contribuire a stabilizzare l’area, assumendosi un ruolo non solo egemone ma pacificatore, ma per farlo dovrebbe rinunciare ad alcune pretese eccessive e soprattutto coltivare buoni rapporti con i vecchi Alleati, i quali hanno certamente i loro interessi da seguire (anche la Francia non è immune da ipocrisie e ha ambizioni sull’area danubiana) ma non sono pregiudizialmente contrari a rafforzare la posizione internazionale del Regno d’Italia come nuova potenza. Un vero peccato che la pochezza culturale e l’ottusità dei nostri rappresentanti al tavolo della pace abbia vanificato questa occasione.

Quale atmosfera c’era a Fiume durante l’avventura dannunziana?

Dobbiamo distinguere i “fiumani” – i legionari e gli altri volontari accorsi a Fiume tra 1919 e 1920 – dalla popolazione fiumana. I primi si possono un po’ approssimativamente distinguere in due gruppi. I giovanissimi scalmanati, e i rivoluzionari sinceri. Tra i giovanissimi si contano molti intellettuali e artisti che hanno combattuto, spesso con la divisa da ufficiale, per i quali Fiume è soprattutto una scelta di libertà e un sinonimo di avventura.  I rivoluzionari sinceri, come Alceste de Ambris (a cui bisogna ricondurre soprattutto la stesura della Carta del Carnaro) sono invece convinti che Fiume possa essere la prima tappa di un moto radicale di trasformazione della società e delle istituzioni italiane, se non europee. Non sono meno miopi dei giovani in cerca di avventura facili: lungi dall’essere un trampolino di lancio per la rivoluzione, Fiume è poco più che una riserva indiana assediata, affascinante ma ininfluente, e del resto al leader di questo caravanserraglio, D’Annunzio, del futuro politico e della rivoluzione interessa molto poco.

Per quanto riguarda la Carta, basta leggerlo al di là delle belle formule di facciata per rendersi conto del suo carattere profondamente anacronistico e regressivo: per dirne una, è un attacco alla democrazia rappresentativa e un’esaltazione della democrazia diretta, uno dei grandi mali del nostro presente

Alle roboanti invettive di D’Annunzio si può far risalire il clima di violenza verbale che avrebbe caratterizzato il fascismo?

Sicuramente sì. D’Annunzio è per molti versi il vero maestro della retorica dell’odio e di una politica mediatica basata su un clima di guerra continua. D’altra parte, è dal 1914 che il poeta si è arruolato tra i trascinatori di folle nazionalisti, che incitano all’uso della violenza come normale arma per la conquista del potere politico e del consenso. Nel lungo anno della neutralità, che coincide di fatto con una guerra civile tra interventisti e neutralisti, D’Annunzio si conquista un ruolo inedito di uomo pubblico e leader, abbandonando i panni del letterato – un ruolo che ormai gli va stretto, anche perché come poeta e romanziere è di fatto ormai finito, in piena crisi creativa e ormai fuori moda. Durante il conflitto, D’Annunzio rivela invece il proprio talento come moderno comunicatore di massa. E’ un genio della pubblicità, istrione, brutale, sempre sopra le righe: un teatrante di quella grande battaglia di parole e immagini che è la propaganda organizzata del 1915-18. La guerra gli regala una seconda giovinezza, e una stagione inattesa di popolarità. Alla fine del 1918 questo paradiso di celebrità potrebbe finire. Ma il paese scivola ben presto in un clima di esaltazione nazionalistica, di ricorso alla forza bruta per dirimere le molte questioni aperte. Il mito della “Vittoria mutilata”, che D’Annunzio medesimo si inventa è una nuova bandiera per scatenare una guerra dopo la guerra, un conflitto civile che durerà fino a lungo. In questi anni, D’Annunzio arringa folle esaltate, inveisce contro i propri nemici interni, accusa di tradimento chiunque, minaccia di morte i vertici della politica parlamentare e di rovesciamento con le armi le istituzioni. E rimane impunito. La sua banda di scalmanati rivoluzionari, i legionari, non avranno mai la forza organizzativa delle squadre fasciste, ma sono disposti a morire per seguire le parole esaltate del loro “Comandante” da operetta. Che non ha alcun progetto politico in testa, e se predica la guerra santa lo fa solo per posa, ma che è capace di infiammare gli animi. Un’abilità e un carisma che Benito Mussolini copierà, appropriandosi di molte parole e simboli. Ancora di più, Mussolini percorrerà la strada che D’Annunzio ha aperto delegittimando lo Stato liberale, mettendo in ridicolo la rappresentanza politica legittima e prendendo le armi contro le istituzioni: una strada che porta diretto fino a Roma, nell’ottobre 1922.

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