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Flexsecurity, pilastro della nuova sinistra Opinion leader

E' su questo punto, rilevante dal punto di vista tecnico-organizzativo ma pieno anche di contenuto politico, che Renzi ha chiuso il suo intervento. Ha chiesto ai militanti dei Comitati di non fare del vittimismo, di non continuare nella polemica sulla farraginosità delle regole e di rivolgersi direttamente ai possibili sostenitori per chiedere un minimo sacrificio di tempo e di attenzione per recarsi ai seggi. Dal punto di vista comunicativo il cambio di rotta appare interessante e, forse anche più produttivo. Inutile continuare la polemica avvalorando così la difficoltà a votare che potrebbe tenere lontano proprio gli elettori renziani. Ma dal punto di vista della sostanza rimane il problema di un sistema di norme appositamente costruito per arginare lo sfondamento di Renzi verso l'elettorato più moderato ed anche (lo testimonia la cancellazione al voto dei 17enni) verso l'elettorato più giovane.

E' questa una “ferita” inferta allo svolgimento di queste primarie che è destinata a riemergere, non tanto in una discussione tecnico-elettorale quanto nella sua valenza politica, sia per le primarie ma anche successivamente per le elezioni vere nel caso in cui la partecipazione al voto non sarà, come sarebbe stato possibile, ampia e diffusa e significativamente  al di sopra dei 3 milioni delle precedenti primarie del PD. La discussione che dovrà essere ripresa non è infatti legata alla vicenda di queste primarie e di questi candidati ma piuttosto alla natura politica del PD e al suo posizionamento strategico.

Ebbene il PD deve restare, così come è ora, un partito che racchiude il meglio dell'esperienza del Pci e della Dc e magari che tende a recuperare una parte importante dell'elettorato che si è spostato, a sinistra, nei vari partitini, movimenti e associazioni più radicali. Oppure il PD deve diventare davvero un partito nuovo, post-novecentesco, che non si pone il problema né del recupero dei voti dispersi a sinistra e neppure il dilemma se sia corretto attrarre o no i voti moderati “in libera uscita”, ma che deve aprirsi ad influenze nuove che non stanno esclusivamente nel solco dell'impostazione politico-filosofica tradizionale. E in questa apertura non deve porre limiti alle diverse contaminazioni che provengono dai nuovi trend di sviluppo dell'economia e della società, cercando semmai di coordinarli all'interno di un pensiero strategico unitario ma non monolitico. In queste primarie Renzi ha rappresentato l'apertura, ha rappresentato la diversità rispetto alla tradizione e ha rappresentato la voglia di sovvertire uno “status quo” eccessivamente consolidato. E questa forza di pensiero e di azione non andrebbe, qualsiasi sia l'esito del voto, né demonizzata né sprecata ma anzi messa al servizio della costruzione di un nuovo, più ampio e più forte, PD.

A parte la riproposizione “emotiva” di questa spinta e di questa novità “distruttrice” (di cui la rottamazione ha rappresentato una metafora comunicativa di forte impatto, paragonata nell'intervento di Nannicini all'innovazione distruttrice di Schumpeter), Renzi ha toccato nel suo intervento alcuni punti che lo differenziano nettamente dall'attuale linea di Bersani. E che ne fanno, di fatto, l'unico candidato veramente alternativo.

Il primo riferimento è al Governo Monti e alla sua politica. Renzi, pur criticando alcune derive eccessivamente tecnicistiche di questo Governo e ribadendo ancora una volta di più che la forza dei tecnici è derivata dalla debolezza della politica passata, ha riaffermato la positività dell'azione di Monti. In particolare nei confronti dell'Europa e del ruolo dell'Italia nello scacchiere europeo e mondiale. Ha criticato invece le posizioni ipercritiche sia della destra , che è di fatto responsabile della bancarotta del paese e che quindi dovrebbe usare maggiormente l'autocritica rispetto alla critica, ma anche della sinistra e del PD che non possono nascondere al popolo, con posizioni alternativistiche di fatto velleitarie, la reale condizione del paese. Insomma su questo punto Renzi è riuscito a stare in una posizione autonoma lontano dai populismi della destra e della sinistra radicale, dall'accettazione acritica, e un po' da “ultima spiaggia” dei partiti centristi ed anche dalla posizione ambivalente e un po' “ruffiana”  del PD. Da vecchio partito di lotta e di Governo.

Il secondo riferimento di grande rilievo sia politico che morale, accompagnato anche da una forte accentuazione polemica, è quello relativo ad Ichino e alle sue proposte di politica del lavoro.
Questo è il punto, paradigmaticamente più identificante, della proposta politica di Renzi. Ed è il punto su cui lo scontro fa la “vecchia sinistra” e la “nuova sinistra” assume i toni più elevati. Ichino ha proposto nel programma di Renzi la sua idea della “flexsecurity” in alternativa ad un modello che prevede la difesa dei lavoratori secondo la classica logica della difesa del “posto di lavoro”. Il modello della “difesa del posto di lavoro” è  sempre più messo in discussione sia dalla diminuzione incessante dell'area di applicazione (la grande fabbrica fordista), sia dalla inevitabile perdita di senso in un mondo globale in cui il cambiamento della struttura e della presenza delle imprese è diventato necessario a mantenere i ritmi e la qualità dello sviluppo.

Il modello della flexsecurity ha il pregio, pur richiedendo per una sua completa applicazione una dose massiccia di risorse, di fare i conti con la necessità di mantenere flessibilità alla struttura economica del paese e nello stesso tempo di spostare la difesa del lavoratore dal suo stare in una fabbrica al suo essere lavoratore. Quindi con un allargamento del perimetro di difesa dagli attuali lavoratori della grande impresa anche alla massa crescente di lavoratori delle piccole imprese e del mondo atipico (precari, contratti a tempo, partite iva etc) che è rappresentato in maniera preponderante da  giovani e donne. Ebbene su queste proposte si può discutere. E la discussione è aperta da tempo nel centrosinistra. Ma gli attacchi che vengono a Ichino come persona, certo dagli squallidi rimasugli del terrorismo ma anche da parti importanti del mondo della sinistra dove si arriva a chiedere ad Ichino di andarsene dal PD, rappresentano un elemento inaccettabile nel dibattito politico. E bene ha fatto Renzi a schierarsi senza se e senza ma con Ichino e a difendere la persona, le sue idee e la sua onorabilità di uomo, testa pensante, della sinistra italiana.

Il terzo riferimento è al tema delle alleanze per il futuro Governo. Renzi ha dato, ancora una volta, la sensazione di pensare al PD come partito maggioritario non tanto in termini tattici e di alchimia elettorale. Ma piuttosto in termini di strategia. Il PD deve darsi una politica forte e riconoscibile. Quindi deve andare di fronte agli elettori e chiedere un mandato per governare il paese. E' chiaro che in questo passaggio (presentare una proposta e governare su mandato degli elettori), manca tutto il tema istituzionale e della nuova legge elettorale. Ma è importante pensare e dire che il PD deve prima dialogare con gli elettori e poi, con gli strumenti che ci saranno, occuparsi del tema della governabilità. In questo senso diminuendo drasticamente il potere di interdizione e di annacquamento della proposta tradizionalmente fatta dai piccoli partiti. In Renzi c'è invece un PD che spazia sia verso il mondo moderato di centro sia verso il mondo della sinistra più radicale saltando l'intermediazione dei partitini. E' una sfida alta per il PD. E può aprire una stagione nuova per la politica e per i Governi del paese.

Renzi ha concluso il suo intervento dando a vedere che, sia per le regole imposte alle primarie sia per un difficile rinnovamento della sinistra italiana, non è facile vincere in questa competizione. E che, nonostante la passione che circonda e ha circondato il suo tour, i sondaggi registrano ancora una qualche distanza fra Renzi e  Bersani. A favore del secondo. Ma anche qui la sua conclusione è stata “in avanti”. Ha detto “ un leader non guarda i sondaggi ma li cambia”! In quest'idea di cambiare i sondaggi Renzi ha dato il senso della sua presenza nella sinistra. Un'ondata di ottimismo e di voglia di cambiare in un mondo politico che per troppo tempo, forse a causa del grande fallimento  dell'89,  non riusciva ad uscire dalla difesa e dal mantenimento dello status quo come unico, possibile, obiettivo di azione. Con Renzi il PD può ricominciare ad essere agente di cambiamento e di innovazione. E può smettere di essere indicato nel paese come un partito onesto (nella gran parte dei militanti), serio ma incapace di indicare un futuro alle nuove generazioni.

Dopo queste primarie (e pensare che c'era chi non le voleva) e qualunque sia l'esito del voto si apre per il PD una nuova stagione. Speriamo che questa non inizi con i rancori e gli strascichi, alcuni evitabili, della competizione e utilizzi invece tutti gli spunti e le suggestioni che sono venute dai diversi candidati alle primarie che danno ragione di un partito ampio, diffuso e radicato nella società italiana. E che può essere la base importante per un rilancio dell'Italia nella nuova fase dello sviluppo sia economico che sociale.

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