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Flexsecurity: e se fossero le Regioni ad attivarla? Opinion leader

 

Si dà il caso, invece, che la Lombardia abbia esattamente la stessa popolazione della Svezia ed esattamente lo stesso reddito pro capite. All’incirca lo stesso si può dire della Danimarca in riferimento al Piemonte, o alla Toscana. Ora, dal 2001 ciascuna delle nostre Regioni ha una competenza legislativa e amministrativa piena in materia di servizi al mercato del lavoro; e il famoso articolo 8 del decreto-legge di Ferragosto consente la sperimentazione del modello flexsecurity anche a legislazione nazionale invariata, mediante la sola contrattazione collettiva (sono disponibili on line sul mio sito le bozze degli accordi regionali e aziendali con cui questo obiettivo potrebbe essere conseguito). Che cosa impedisce, dunque, che le confederazioni imprenditoriali e sindacali maggiori stipulino con una Regione un accordo-quadro regionale, che detti le guidelines per la contrattazione aziendale su questa materia impegnando la Regione stessa a coprire i costi dei servizi di outplacement e di riqualificazione professionale mirata, scelti dalle aziende che si avvarranno di questa possibilità? 

Nelle nostre regioni più avanzate sul piano economico e su quello civile, dove la sperimentazione di questo modello sarebbe più facile, essa consentirebbe di attirare investimenti – soprattutto stranieri – di alta  qualità, offrendo agli imprenditori un "codice del lavoro" semplice, allineato ai migliori standard nord-europei, anche per quel che riguarda la flessibilità in uscita nel caso in cui in futuro sia necessario un ridimensionamento o la chiusura. Ai lavoratori – e soprattutto ai più giovani, ai new entrants – si offrirebbe la prospettiva di un ingresso nel tessuto produttivo per la porta principale: tutti a tempo indeterminato, a tutti le protezioni essenziali, ma nessuno inamovibile; a chi perde il posto un sostegno economico robusto e un investimento sulla sua professionalità, in funzione della ricollocazione più rapida possibile.  

Insomma: un mercato più aperto agli investimenti che arrivano da fuori, nel quale l'aggiustamento industriale può avvenire in modo più fluido, senza i lunghi ritardi che oggi si impongono alle imprese e in condizioni di piena sicurezza per i lavoratori coinvolti. È evidente il vantaggio che ne deriverebbe per l'economia della regione che intenda imboccare questa strada; ma è evidente anche il buon servizio che essa renderebbe al Paese facendo da apripista su questo terreno.

Pietro Ichino è docente alla Statale di Milano di diritto del lavoro e senatore del Pd

Immagine: www.diebrucke.it

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