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Florendipity: formula magica per abbellire la città Cultura

 

Pare che "Serendipity" significhi "fare per caso una scoperta felice", non è un fonema ma piuttosto un'invenzione rasserenante. Applicata sabato scorso alla citta di Firenze – Florendipity – nel seminario alle Murate sugli spazi urbani da riprogettare, denominava la sezione più interessante e creativa. Il seminario è stato indetto dall'assessore Giuliano da Empoli per stimolare riflessioni di architetti e d'altri esperti, sull'irrisolto e controverso problema delle aree pedonali, vedi via Martelli e via Tornabuoni, da riqualificare, tenendo ben presente che siamo in una città d'arte. Dopo l'introduzione di Carlo Francini dell'Ufficio Unesco che ha parlato di cultura della città, basata su regole, qualità e benessere, si sono susseguiti vari interventi, e quindi una gamma di suggerimenti da cui estrarre alcune indicazioni. Come quella di Rossi Prodi che ha sostenuto sia meglio rispettare l'identità dei luoghi, "ripulire e togliere, piuttosto che aggiungere con interventi guastatori", e concentrarsi sulle aree esterne alla cerchia dei viali. Un discorso corredato dalla proiezione di belle immagini di architetture e soluzioni affascinanti di zone pedonali, che però niente hanno a che fare con la nostra città. Hanno parlato tra gli altri Raffaello Napoleone, che di problemi d'una città d'arte se ne intende, essendo tra i partner della Fondazione Palazzo Strozzi, e la soprintendente ai Beni architettonici Alessandra Marino che crede nella formula concorso di idee. Sono state le sezioni seguenti a portare una ventata di creatività e di provocazione: Andrea Branzi, illustre designer fiorentino, rifugiatosi a Milano, ha giustamente fatto rilevare che da noi si parla di arredo urbano per una città d'arte "dove per gli artisti non esistono infrastrutture, cioè atelier o spazi analoghi dove possano ritrovarsi". Invece Firenze dovrebbe tornare ad attrarre "questa straordinaria risorsa civile e intellettuale". Branzi non sa che modello suggerire, però rispondendo come ha fatto a un bando parigino su tematiche simili, introdurrebbe in città "qualche migliaio di vacche sacre e intoccabili"! E veniamo a Florendipity. Riccardo Ventrella ha ricordato precedenti esperimenti di bellissimi "giardini sonori", installazioni che applicate in spazi verdi cittadini, hanno creato a Firenze aree di serenità contro l'inquinamento acustico. Francesca Sarti del gruppo di giovani "architette" Arabeschi di latte, ha raccontato alcuni dei tanti loro bei progetti che hanno il cibo come tema: " Dal pic cnic sulla spiaggia in riva all'Arno, alla guida Fruitfulflorence, alla cena interattiva al museo, che costituiscono la nostra filosofia di ricerca. Ricerca che attaverso il cibo, utilizzato come strumento di comunicazione e relazione, tende a creare dei momenti di socialità ed esperienze intereattive che possono anche diventare urbane. Concentriamoci sulla parola "food" e ipotizziamo che Firenze possa produrre del cibo, magari col marchio "Florendipity", così come a Londra si producono verdure e altro in locali sfitti, vedi i "farm shop", oppure si coltiva il grano per  poi macinarlo e preparare del pane cittadino; o come a Los Angeles dove si preparano marmellate collettive con la frutta di giardini di ville cittadine. Un progetto di produzione urbana del cibo, ci può far ritrovare anche il piacere di una comunità che condivide il momento conviviale mentre apprezza la propria città, conoscendola meglio".

 

Nella foto: le due architette di Arabeschi di latte: Francesca Sarti (a destra), Silvia Allori (a sinistra)  

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