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Focus carcere/1, Massimo Lensi: “Il covid ha reso le urgenze improrogabili” Breaking news, Cronaca

Firenze – L’ondata covid, in qualche maniera, non ha devastato le prigioni toscane come è accaduto in altri istituti sul suolo nazionale, spiega il radicale Massimo Lensi, fra i fondatori di Progetto Firenze, esperto delle problematiche carcerarie esistenti in Italia.  “Problemi di proteste si sono avuti a Sollicciano e a Prato, ma niente di paragonabile alle rivolte avvenute in altre carceri italiane. Del resto, in Toscana gli istituti non presentano dimensioni enormi; il più grande è Sollicciano, alle porte di Firenze, con una popolazione che attualmente oscilla sui 700 detenuti, per una capienza regolamentare di 500”.

A livello generale, nei 17 istituti penitenziari toscani, è urgente occuparsi dei problemi strutturali lasciati in sospeso: dalla seconda cucina di Sollicciano, alla struttura per la semilibertà di Pistoia, all’importante centro clinico del don Bosco di Pisa che sta perdendo, a quanto denunciano operatori e associazioni, funzionalità,  a San Gimignano, un carcere molto complesso,  fino al carcere minorile a Firenze, che ha ancora il piano terra da rifare. Sempre operando i distinguo e non accontentandosi di semplificazioni: il sovraffollamento, ad esempio, è insostenibile in alcune sezioni delle carceri regionali, ma cambia a seconda delle sezioni. Sollicciano, ad esempio, ha delle sezioni “normali” e sezioni sovraffollate. “Il sovraffollamento di Sollicciano – dice Lensi – insiste in particolare nel giudiziario e nel femminile, mentre i livelli del penale si mantengono bassi”. Del resto, i dati cambiano di giorno in giorno: “Ciò significa che a Sollicciano ogni giorno, in tempi normali, entrano 50 detenuti. Ma non si tratta solo di un discorso di quantità. Bisogna pensare al senso dello spazio dentro il carcere. Un carcere costruito con spazi comuni utili per il trattamento, oppure un carcere a sezioni allineate, a pettine, dà l’idea di come l’architettura carceraria torni in ballo facendo cambiare le prospettive da carcere a carcere”.

Tuttavia, in questi mesi di lockdown e dell’insediamento del nuovo garante regionale, Giuseppe Fanfani, molto è successo, nel panorama carcere regionale. Ci sono stati 3 (forse 4) suicidi in carcere  in circa due mesi (Sollicciano, Prato e Siena), l’emergenza covid, il peggioramento dei problemi strutturali, l’arrivo delle temperature africane che fanno segnare anche 50 gradi nelle celle all’ultimo piano di Sollicciano, ma anche fatti politici. A ottobre dell’anno scorso, il consiglio regionale ha infatti votato all’unanimità le nuove linee di indirizzo della funzione del garante per uniformare il garante toscano a tutti gli altri garanti d’Italia,  un piccolo passo in avanti verso una normalizzazione delle funzioni e dei poteri dei garanti stessi, rendendoli uguali per ogni regione. La mozione,  presentata dalla consigliera Spinelli, fu approvata all’unanimità.  Nell’attesa del nuovo consiglio regionale, dice Lensi, “vanno fatte le necessarie esplorazioni politiche affinché la mozione sia tradotta in legge, sostituendo  la legge 69”.

Un altro dato scatena una serie di interrogativi fondamentali per la questione carceraria. A Sollicciano, il più grande carcere della Toscana, l’area trattamentale, vale a dire quella  in cui si dovrebbero realizzare i progetti per la funzione rieducativa della pena, vede in attività 6-7 operatori. Ricordiamo che la popolazione del carcere fiorentino è abitualmente sulle 700 unità.  E le cose stanno peggiorando.

“Oggi la funzione rieducativa della pena è una chimera, buona solo per i convegni, non esiste in carcere – dice Lensi – il carcere è afflittivo, è punitivo. Ieri è stata divulgata un’ulteriore circolare del Dap che parla addirittura di isolamento preventivo in casi di urgenza per alcuni detenuti”. Misure dal sapore ottocentesco, che riportano alla mente le rivolte del mese scorso. “Per fortuna in Toscana non ci sono stati episodi gravi – ricorda il nostro interlocutore – ma a livello nazionale ci sono stati 14 morti. E’ un’esigenza normale in una democrazia sapere cosa è accaduto durante quel periodo e averne la percezione. Per ora, risultano tutti morti per overdose di metadone. Qualche domanda bisognerà, onestamente, porsela”.

Sul punto specifico della funzione rieducativa della pena, il problema è, secondo Lensi,  ab origine. “Non ha senso parlare di funzione rieducativa della pena in un luogo desocializzante. Come si fa a introdurre programmi di socializzazione in un’istituzione totale? Dov’è il punto di caduta quando alla base c’è l’nfantilizzazione del detenuto e la sua deresponsabilizzazione? La funzione rieducativa della pena può sussistere la dove c’è l’autodeterminazione del detenuto, la sua responsabilizzazione, nei paesi del Nord Europa, dove il detenuto ha un suo lavoro al di fuori della struttura. Ma qui da noi, dal momento in cui si è deciso di puntare sull’infantilizzazione del detenuto e sulla sua deresponsabilizzazione, i processi della carcerizzazione hanno provocato l’annullamento di qualsiasi tentativo positivo di introdurre la funzione rieducativa della pena”.

Un punto che si ritrova pari pari in Toscana e che, unito alla logica della premialità (misure alternative se fai il buono, punizioni se fai il “cattivo”), produce un fenomeno psicologico molto pesante, vale a dire la uniformazione dei processi vitali-esistenziali ai meccanismi della carcerizzazione. Una patologia, combattuta da psicologi specializzati, che ovviamente diventa profonda e via via sempre più difficile da estirpare col prolungarsi della pena. E che, secondo analisi e studi, come riporta Lensi, è anche responsabile dell’innalzamento del fenomeno delle recidive, ovvero  del ritorno a delinquere una volta scontata la pena. E ora, anche le ipocrisie della funzione rieducativa stanno scomparendo. Rimane solo l’afflizione tout court.

Allora, cosa dev’essere il carcere? “Utile – risponde l’esperto – il carcere non dev’essere né rieducativo né punitivo, deve essere utile, deve essere in qualche maniera legato a una visione di possibilità di convertire la propria vita al futuro. Il carcere dev’essere efficace. Cosa vuol dire efficace? Abbattere la recidiva, dare l’opportunità a un detenuto, attraverso il percorso che deve fare in esecuzione di pena, di una nuova vita”.

Insomma, il carcere sta diventando invece un contenitore multiuso, la soluzione finale di problemi sociali complessi, che accoglie sia il barbone che chi viola la quarantena da covid, come auspicato pochi giorni fa dal governatore Zaia. Il concetto che sfugge, dice Lensi, è quello del carcere come luogo di cura.  

“Il carcere dovrebbe essere come un ospedale, è una struttura dello stato in cui sei sotto custodia dello stato. Vi si finisce non per essere puniti, ma per essere curati e tornare alla socializzazione. In tutto questo i garanti regionali sono fondamentali. Sono la rete territoriale su cui tutte le associazioni che si occupano di carcere possono appoggiarsi per costruire, ognuno nel proprio territorio,  programmi nuovi e innovativi, fino ad arrivare anche alla revisione dei luoghi dello spazio carcerario”.

Questione solo apparentemente ininfluente, quella dell’architettura carceraria. “Chi conosce Sollicciano sa che è un carcere molto particolare, che nacque con il Panopticon di Jeremy Bentham nella testa degli architetti, fatto a forma di giglio dall’alto – dice l’esponente di Progetto Firenze – ci sono degli spazi dentro il carcere allucinanti. Bisogna valorizzare alcuni spazi comuni dove poter reintrodurre la realtà associativa, fare una battaglia sulla sorveglianza dinamica, cioè a celle aperte, e avere la possibilità di innestare in luoghi comuni programmi che siano realmente di risocializzazione. Curarsi di tutto ciò è lo scopo della figura del garante”.

In Toscana tutto questo si trova ai minimi termini, come nelle altre regioni. La realtà toscana, costituita da 17 istituti penitenziari non eccezionali a livello di numeri ma molto complessi a livello trattamentale, vede  tutta una serie di problemi annosi irrisolti. E’ questo il vuoto, l’assenza che secondo quanto spiega a Stamptoscana  Massimo Lensi, il nuovo garante regionale dovrebbe riempire. “Non vorrei che fosse intimidito dalla mole di problemi che ha di fronte e magari non si sentisse all’altezza di chi ha occupato prima quel ruolo, che è stato il ruolo di Alessandro Margara”. Alessandro Margara, ovvero un monumento per il “nuovo corso” che, dagli anni 70 agli anni 80 si cercò di dare all’idea stessa di reclusione, al concetto di carcere.  “Una figura di riferimento per chiunque vada a ricoprire il ruolo di garante regionale – sottolinea Lensi –  portatore di idee ancora illuminanti, in cui si coglie una lucidità  e un’attualità incredibili. Fu il primo di quel nucleo bello che nacque a Firenze con Meucci, Gozzini, Michelucci, che dette il via a una stagione di riforme poi arrivata, negli anni 70-80, al regolamento penitenziario del 2000. Ebbene, tutto è stato tradito. C’è stato un tradimento collettivo. Il movimento fiorentino, che si ritrovava con padre Balducci, portava avanti una riflessione sul carcere dei cui risultati ancora noi godiamo. Una fantastica stagione che ha prodotto testi importanti tutti traditi, uno dopo l’altro. Il garante su questo può fare tanto, specialmente in una città come Firenze”.

Ma di tutto questo, la politica parla? “Siamo all’inizio della campagna amministrativa regionale, ma del carcere la politica non si occupa. Il carcere non porta voti. Eppure c’è un problema vero, che è il problema dei problemi, su cui i ruolo della politica è fondamentale e che  un garante dovrebbe affrontare di petto, ovvero la salute in carcere.

“La sanità in carcere è una competenza squisitamente regionale, passata alle regioni con il dpcm 2008 che, dall’amministrazione carceraria, l’ha fatta transitare al servizio sanitario nazionale, il che significa Regioni, tant’è vero che la direzione carcere si trova nell’assessorato regionale alla sanità – dice Lensi –  Quindi il centro clinico del Don Bosco, i presidi dentro Sollicciano e San Gimignano, la prevenzione della salute in carcere sono temi che riguardano la Regione. L’Ars toscana produce ogni due anni un dossier sulla salute in carcere. Oltre alle malattie psichiche, le più problematiche, si calcola che uno su due detenuti soffra di problemi di salute. Aggiungo malattie psichiche sopravvenute, perché se si è malati psichici prima della detenzione non si va in carcere, si va nelle Rems”.

 Il detenuto è adeguatamente curato? No. Di chi è la competenza? Della Regione. “Il problema è urgente, non può aspettare. Quando arriva il caldo, preventivamente, il garante dovrebbe capire se per esempio è possibile aprire le celle, perché non si può rimanere in cella 22 ore, con temperature che raggiungono i 50 gradi agli ultimi piani di Sollicciano e rimanere sani”. Celle aperte,, sorveglianza dinamica, ma anche ventilatori nelle celle (non si è ancora spento l’eco della battaglia 4 anni fa),  docce nei passeggi. “Il garante li ha visti i  passeggi nel carcere di Sollicciano? Sono luoghi dove ci sono pozze con escrementi di piccione, piccioni morti, rifiuti che arrivano da ogni dove, a parte pochi, ristrutturati, nel penale. I passeggi del giudiziario sono da inferno”.

Capitolo a parte, la psichiatria in carcere.  Le strutture che sono chiamate Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) riguardano i folli rei, non i rei folli. “I primi sono persone che sono state assolte per vizio mentale totale o parziale, ma sottoposte a misure di sicurezza per pericolosità sociale. Queste persone, assolte, non sono detenuti, o come si chiamavano ai tempi delle Opg, internati. Sono pazienti in cura”, spiega Lensi. Per loro la legge 81 ha introdotto le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le Rems appunto. Ne è stata inaugurata tre giorni fa una al Pozzale in provincia di Firenze, che era l’ex femminile, adibita a 17 maschi e tre femmine. Ma c’è un’altra battaglia aperta, che riguarda la previsione, nel codice penale, del cosiddetto “doppio binario”: si sgancia l’imputabilità delle persone assolte per vizi di mente più o meno gravi dando l’assoluzione, ma nello stesso tempo sottoponendole alle misure di sicurezza.

Mantenendo questo meccanismo, che è quello del codice Rocco di epoca fascista, dove la devianza era comunque già di per se’ sinonimo di “colpa”, il proliferare di Rems rischia di diventare il proliferare di piccoli Opg,  in definitiva piccoli manicomi criminali. “E’ necessario potenziare strutture piccole, di secondo livello, con percorsi individuali, ma manca la volontà politica – dice Lensi – Bisogna riprendere in mano il concetto di imputabilità, come aveva cominciato Corleone, l’ultimo garante prima di Fanfani. Il garante ha infatti competenza anche sulle Rems”.

Per i rei folli, invece, vale a dire per coloro che sono detenuti (non sono stati assolti) e c’è una sopravvenuta esigenza psichiatrica, non c’è più, come un tempo, l’internamento negli Opg, bensì rimangono in osservazione psichiatrica in carcere, e per i casi in cui è stabilita la malattia, son previsti i trasferimenti nelle cosiddette Articolazioni per la tutela della salute mentale (Atsm). Ne è stata aperta due anni fa una a Sollicciano. Sono i cosiddetti repartini. “Vecchia eredità – ricorda Lensi – perché anche negli anni ’70 c’erano i vecchi repartini psichiatrici”.

Infine c’è il famoso “carrello”. Si tratta del carrello delle medicine che di solito vengono somministrate ai detenuti “normali”, per richiesta da parte di loro stessi o per ricetta medica, o per prescrizione da parte del medico curante. Per la maggior parte, si tratta di medicinali psichiatrici. Quasi sempre richiesti dal detenuto.  “Se si deresponsabilizza la persona detenuta, questa, per superare la giornata,  ha bisogno del carrello. E il bisogno del carrello, è il fallimento del carcere. La carcerazione non ha più nessun senso. Perciò non lamentiamoci se aumentano le recidive, i suicidi, le rivolte”.

“Capisco, e lo dico con sincerità, che il nuovo garante – conclude Massimo Lensi – abbia ammesso, nella sua prima e unica intervista, di non avere molta esperienza sul campo, di non aver mai visitato un carcere toscano e che nel suo programma ci sia l’intenzione di visitare tutti gli stabilimenti penitenziari regionali . Da parte mia gli offro quella che è la mia esperienza e la mia disponibilità, un sentimento senz’altro comune a quello di tutte le associazioni”.

Foto: delegazione radicale davanti a Sollicciano. Nella foto, il leader Marco Pannella con Massimo Lensi

 

 

 

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