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Fondazione Caponnetto, scuole “sentinelle” contro la violenza Breaking news, Cultura, Notizie dalla toscana

Firenze – I numeri sono alti, come sempre quando la Fondazione Antonino Caponnetto “apre” la sua iniziativa annuale che riguarda il punto d’avvio dell’attività nelle scuole. Si parla di circa mille ragazzi in collegamento dalla Sicilia al Piemonte e oltre 200 in presenza all’Auditorium di via San Gallo a Firenze, provenienti dalle scuole, oltre a Bagno a Ripoli, di Prato, San Sepolcro, Montemurlo, Cascina, Pescia e tante altre  che hanno riempito la sala.

L’attività della Fondazione Antonino Caponnetto, col progetto “Sentinelle della Legalità” ha continuato, nei suoi 13 anni di esistenza, a contribuire a tenere accesa la testimonianza di quella stagione terribile che vide l’Italia assediata da un vero e proprio attacco militare mafioso, che vide cadere sotto le bombe e il piombo delle cosche magistrati, giornalisti, uomini politici. La Fondazione utilizza una modalità che non solo attacca la mafia sul terreno della denuncia e della testimonianza, ma si adopera anche per far crescere la cultura della legalità, per seccare alle fonti l’humus in cui attecchisce e si rinnova la  Piovra. Così, emergono i progetti e le proposte dei ragazzi, che spaziano da temi ambientali (l’eliminazione delle bottigliette di plastica per l’acqua), al femminicidio, al bullismo, alla mancanza di spazi di aggregazione.

Presenti in sala, il presidente della Fondazione Salvatore Calleri che ha aperto i lavori,  il neo parlamentare on. Andrea Quartini, l’ex ministro della giustizia Alfonso Bonafede, il procuratore del tribunale dei minori Antonio Sangermano, il sindaco di Moteroni d’Arbia sul cui territorio si trova la tenuta di Suvignano, uno dei primi beni confiscati alla mafia in Toscana, Gabriele Berni, l’assessora all’anagrafe del Comune di Firenze Elisabetta Meucci, Angelo Corbo, ex poliziotto e servitore dello Stato, sopravvissuto alla strage della scorta di Giovanni Falcone , la responsabile della sezione violenza di genere della Fondazione Claudia d’Agnone, il responsabile nazionale Progetto Scuola e direttore del progetto Domenico Bilotta, il responsabile nazionale beni confiscati -Fondazione Caponnetto Maurizio Pascucci, e il direttore di Ente Terre Toscane Giovanni Sordi.

Ma i veri protagonisti della giornata erano le scuole, ovvero studenti e professori il cui spazio purtroppo (anche con qualche polemica) è rimasto un po’ stritolato dagli interventi dei relatori. Del resto, il grande fulcro dell’incontro era un tema quantomai complesso e pervasivo, ovvero, scelto dalle scuole, quello della violenza di genere e del femminicidio. Un argomento su cui sono stati tanti gli interventi, che tuttavia si sono allargati sia alla mission propria della Fondazione, ovvero il contrasto alla cultura mafiosa e il valore della legalità, ma anche alla concreta attuazione dei diritti che sottendono una, eguale, attenzione ai doveri, come ha spiegato il procuratore Sangermano, nel corso della sua relazione sulla violenza di genere. Un bilanciamento che sottende la comprensione di fondo di ciò che ha ricordato l’ex ministro alla giustizia Alfonso Bonafede, ovvero che la lotta contro la cultura mafiosa è quella quotidiana della legalità, unico bastione che permette davvero di mettere in moto l’aspirazione fondante di tutte le democrazie, ovvero che sia consentito concretamente a tutti i cittadini di scegliere i propri sogni e attuarli nella propria esistenza. Una riflessione che si deve avvalere, per trasformarsi in risultato, anche di una serie di strumenti sociali che attenuino le disuguaglianze di partenza, ma è innnanzitutto necessario che non soggiaccia alle volontà criminali che distorcono e ricostruiscono a propria immagine di violenza e sopraffazione il tessuto sociale ed economico degli ambienti in cui operano. Sottrarre il futuro a intere generazioni, piegarlo ai propri voleri e rendere impossibile la scelta è uno, forse il più grave in prospettiva, dei frutti avvelenati della società infiltrata dalle mafie. Ancora più sconcertante e spaventoso se assume l’aspetto della politica o, caso sempre più frequente, dell’alta burocrazia.

Il diffondersi della cultura di contrasto alla criminalità organizzata è fondamentale anche perché, come hanno concluso tutti i relatori, è la cultura del rispetto delle regole e degli altri a neutralizzare gli iput ossessivi che parlano di violenza, sopraffazione, potere verso il proprio prossimo. I tre elementi che rendono simile a se stessa la violenza, tutta la violenza, da quella perpetrata ai danni delle donne a quella propria del potere mafioso, ma anche a quella dello Stato quando perde i suoi connotati di democraticità; ovvero, di osservanza delle leggi, condivise e uguali per tutti. Proprio per portare avanti questa battaglia  a un tempo culturale sociale e anche economica (le mafie seguono i soldi, come diceva Falcone, ma spesso la manovalanza proviene da settori sempre più ampi di disagio sociale) negli anni scorsi, dalle istituzioni venivano banditi dei fondi che sostenenevano  progetti delle associazioni e fondazioni antimafia, bandi di cui quest’anno, come ricorda Domenico Bilotta, non si è vista traccia sia a livello nazionale che della regione Toscana, nonostante per 13 anni la nostra Regine avesse sostenuto i progetti sulla legalità e la cittadinanza attiva. Un vuoto che è “pericolosa espressione di una sottovalutazione del pericolo sociale delle mafie da parte delle istituzioni, tant’è vero che nelle agende politiche è sparita la parola mafia”. La resistenza che la società civile oppone a questo trend è testimoniata in Toscana dalla decisione di alcuni comuni, dalla Garfagnana a Cascina, che hanno deciso di finanziare il progetto delle Sentinelle nelle proprie scuole, in autonomia. “Ma il segnale che viene dalla politica – conclude Bilotta – non è per niente rassicurante”.

 

 

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