energee3
logo stamptoscana
badzar
energee3
badzar

Foreste toscane, salvaguardia del territorio e opportunità di sviluppo Ambiente, Breaking news, Economia

Firenze – Foreste, magica parola che però non deve essere limitata solo alla sua forza evocativa: la foresta è un mondo, non solo di tradizioni antiche, ma anche di ricerca, innovazione e produzione economica. Già, perché l’intera filiera forestale mischia insieme antichi saperi, innovazioni, e un’economia diffusa che proprio ai nostri tempi può diventare un motore importante di sviluppo e conservazione del territorio, connesso con l’occupazione e il lavoro. Un’opportunità che per la Toscana è particolarmente importante e presente, dal momento che la nostra regione è per metà un bosco: oltre 1 milione e 200.000 ettari (la più ampia superficie boscata in Italia), che coinvolge, solo per la filiera legno, oltre 40.000 addetti. Un mondo che è stato presentato stamattina,presso la Presidenza della Regione, in un Rapporto sullo stato delle foreste in Toscana alla presenza del presidente Enrico Rossi e dell’assessore all’agricoltura e foreste Marco Remaschi. 

Centosessanta pagine di rapporto che, dopo un inquadramento generale delle aree boscate nella regione, prendono in esame gli aspetti legati alla gestione, al clima, alla lotta agli incendi boschivi, alle imprese e al lavoro nel bosco, al rapporto tra bosco ambiente e società. Da sottolineare il coinvolgimento di numerosissimi attori del settore forestale, appartenenti al mondo della pubblica amministrazione (Regione, Unioni di Comuni, Ente Terre di Toscana), della ricerca (Università, Consiglio per la Ricerca in Agricoltura), della libera professione, dell’imprenditoria agro forestale, delle organizzazioni professionali, dei consorzi forestali, dell’associazionismo, della cooperazione forestale, e del sistema dei parchi e delle aree protette.

In sintesi, ciò che è emerso dal convegno di presentazione, è in buona sostanza un doppio aspetto: da un lato, come salvaguardare e tutelare questo immenso polmone verde che assicura stabilità al territorio, combatte il rischio idrogelogico, fornisce ossigeno e umidità all’ecosistema, oltre a una serie infinita di benefici che vanno dal contributo alla biodiversità di flora e fauna, all’aspetto paesaggistico delle colline e montagne toscane;  dall’altro, la necessità di mettere “a frutto” a livello economico, con uno sviluppo e gestione sostenibili, il patrimonio toscano. Il che significa in soldoni non solo aiutare la filiera, intervenendo con aiuti per le imprese , le comunità, le associazioni produttive, le popolazioni, la valorizzazione dei prodotti e delle attività produttive, ma anche dare la possibilità ai residenti di mantenersi sul territorio senza arretrare “d’un passo” come ricorda lo stesso governatore toscano Enrico Rossi, riguardo ai servizi alle comunità. Un discorso circolare, dal momento che se non ci sono opportunità di lavoro la gente è costretta a lasciare le zone boscate, interrompendo così un processo virtuoso che vede nella possibilità occupazionale e nella capacità di fornire servizi da parte delle amministrazioni uno dei tasselli indispensabili.

La necessità di lavorare sull’aspetto economico del manto boschivo che copre la regione porta inevitabilmente la questione al “famoso” decreto legislativo, Revisione e armonizzazione normativa nazionale  in materia di foreste art.5 Legge 28.07.16 n.154,  che in realtà riguarda la sola relazione  illustrativa di questo decreto. Una legge già contestata tuttavia (anche se alcuni operatori prudentemente ricordano che in realtà il testo finale non è ancora stato diffuso) soprattutto su alcuni punti. Uno di questi è quello che riguarda ciò che la legge chiama la “gestione attiva”  vale a dire la necessità di una gestione attiva del patrimonio forestale per la prevenzione dal dissesto. In realtà la gestione attiva, se non opportunamente declinata (es. conservazione dei pascoli e delle radure) , rischia di creare dissesto e degrado, come ricorda Italia Nostra, che si schiera contro la nuova normativa. “Gestione attiva … – commenta un tecnico e operatore della filiera – forse sarebbe stato meglio parlare di gestione sostenibile. Il rischio è che la gestione delle nostre foreste passi alle grandi multinazionali del legno o del pellet, o via di questo passo”. Insomma si rischia di mettere in moto, per venire incontro alle esigenze importanti delle comunità montane o alla necessità di creare una bilancia commerciale che non veda gran parte del nostro materiale verde andarsene a incrementare, ad esempio, la produzione di energia di altre regioni (è successo con il Trentino), a un intervento legislativo “tritacarne” o meglio “tritaboschi” del nostro amato e gigantesco “polmone verde”. 

enrico rossiA dire il vero, di “gestione attiva e sostenibile” dei boschi parlano in tanti, fra i vari soggetti intervenuti al convegno. Fra questi, Leonardo Bottai di Alleanza Cooperative, che aggiunge anche come, per affrontare gli ultimi, negativi 5 anni, si sia prodotta una reazione che ha l’obiettivo di “alzare di più la capacità del sistema”, mettendo in campo sperimentazioni e ricerca, ma anche cercando la cooperazione con altre società cooperative.

Torna invece sull’importanza della “coltivazione della foresta” il governatore Rossi che chiude la mattinata. si parte dal ruolo del manto boscoso, il 50% della Toscana sia per quanto riguarda gli equilibri idrogeologici sia il microclima, per prendere di petto la questione della gestione “economica”. Rifacendosi alla “grande tradizione toscana di coltivazione della montagna”, Rossi ricorda  che è proprio lo “sviluppo economico” il punto debole, il tallone d’Achille di un sistema, quello toscano, che si presenta come uno dei migliori a livello italiano. Con una conseguenza be precisa: se la montagna non porta occupazione, si impoverisce, viene abbandonata, con ulteriore spesa pubblica per interventi necessari.

L’economia boschivo-forestale, soprattutto dell’Appennino e della montagna toscana, è, dice Rossi, “un punto politico”. E dunque, come punto politico va trattato, costruendo un progetto di scelta politica. Il primo passo? “Appuntamento con associazioni e imprese. Un confronto in cui è necessario ad esempio capire quale utilizzo al meglio può essere attuato per quanto riguarda i fondi europei, quale scelte operare”. Un esempio Rossi lo porta, parlando della scelta, nel settore dell’industria, di investire con contributi e aiuti sulle imprese già dinamiche e produttive, per creare un effetto traino sul settore. I fondi europei, gli investimenti regionali dovranno seguire un “piano”. Un altro passo, rimettere il punto sulla funzione di ente Terra, rafforzandone magari il ruolo di cooordinamento delle 16 comunità montane. Altro punto ancora, dice Rossi, “rafforzare anche il numero degli operai forestali: 350 sembrano pochi, arriviamo a un numero adeguato”. Obiettivo: “Bisognerebbe portare almeno in equilibrio quegli ettari di foreste che sono pubblici, mettendo sul tavolo un master plan che guardi allo sviluppo”. Infine, anche un accenno a una questione storica della Toscana, vale a dire lo spezzettamento della proprietà, da rimettere in pista favorendo “l’associazionismo e i consorzi fra piccoli proprietari”.

rapporto foreste-7

Il presidente Rossi, al termine del convegno, ha firmato la legge di modifica della normativa regionale sulle foreste e nell’occasione ha sottolineato ancora una volta: “Il coinvolgimento delle categorie e degli operatori deve avvenire a partire dai 100 mila ettari di proprietà pubblica per i quali gli enti interessati, dall’Ente Terre toscane alle Comunità montane, potranno presentare un piano di coltivazione. Dobbiamo inoltre aumentare gli operatori forestali. I 350 di oggi sono troppo pochi. Dobbiamo arrivare almeno a 500 addetti. Nei prossimi mesi, stileremo un piano strutturale sui boschi toscani. Valuteremo se le risorse vanno del prossimo settennato dei fondi comunitari ed aiuteremo in particolare le imprese già dinamiche e produttive”.

 

 

Print Friendly, PDF & Email

Translate »