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Forteto: una buona risoluzione e una cattiva politica Opinion leader

Firenze –  Il Consiglio regionale della Toscana ha approvato all’unanimità una risoluzione sui fatti del Forteto che impegna la Giunta a mantenere alta l’attenzione sulla condizione dei minori in Toscana, a monitorare lo stato dei servizi di affido e a potenziare il sostegno e il risarcimento delle vittime delle violenze sessuali e di tutti gli altri abusi di cui si sono resi colpevoli Rodolfo Fiesoli e altri vertici della comunità agricola.

Nello stesso tempo  il Consiglio chiede al Presidente Enrico Rossi di promuovere un’azione presso il Governo nazionale a favore della reintroduzione del reato di plagio e di intraprendere tutte le azioni possibili perché sia raggiunta la massima discontinuità fra la nuova gestione e quella dei condannati  in modo che “all’interno della cooperativa il Forteto, le vittime di abusi non debbano per nessun  motivo lavorare fianco a fianco con gli abusatori”.

Un documento importante, dunque, che ribadisce l’attenzione e la vicinanza della principale  istituzione regionale nei confronti delle vittime di uno spregevole esteso caso di violenza morale e fisica protratta impunemente per tanti anni.

La rilevanza di questo atto, tuttavia, nulla toglie al fatto che nell’Assemblea toscana è andato in scena uno dei più incredibili e sciagurati episodi di confusione politica che si siano mai visti a Palazzo Panciatichi. La Commissione d’inchiesta per la “Individuazione e analisi delle responsabilità politiche e istituzionali relativamente alla vicenda del Forteto” (35 sedute con 102 audizioni fra il 28 luglio 2015 e il 22 giugno 2016), infatti, si è trasformata in una sorta di trappola nella quale il partito di maggioranza, nella ricerca di un impossibile unanimismo – condito anche di lacrime e di alte quanto sospette dichiarazioni di oggettività e trasparenza – ha finito per infilarsi.

Per non prestare il fianco ad accuse di “insabbiamento”, “copertura”, o semplicemente di debolezza nei confronti  di coloro che fino a qualche anno fa venivano considerati un fiore all’occhiello, e che poi si sono rivelati dei malfattori (manca però ancora il terzo grado di giudizio), il Pd ha preferito abbandonare al fuoco incrociato delle opposizioni il modo nel quale ha governato questa regione e i valori ai quali si è riferito, pur dovendo comunque riconoscere il grave errore di valutazione sulla personalità deviata di Fiesoli. Alla retorica della destra di Giovanni Donzelli (Fdi) e Stefano Mugnai (Fi), i cui toni un po’ più buonisti  del solito avevano il sapore rilassato di chi ha vinto (ecco come governava la sinistra!), alle formulette del Movimento 5 Stelle, e all’analisi da compunto priore di Paolo Sarti (Sì Toscana), “siamo tutti un po’ colpevoli”.

Scoprendosi il petto di fronte al plotone di esecuzione, il partito di maggioranza ha favorito tante altre operazioni e regolamenti di conti paralleli. Come interpretare l’ennesima chiamata in causa di Gian Paolo Meucci presidente del Tribunale per i minorenni dal 1966 al 1985 (morto il 19 marzo 1986), l’unico nome risuonato in aula con quelli dei condannati nelle parole del presidente della commissione Paolo Bambagioni (Pd) e di Mugnai,mentre gli altri lo hanno citato indirettamente, per un estremo quanto involontario scrupolo morale?

Nessuno si è accorto (né si voleva accorgere) dell’incongruenza. Tutti, compreso il capogruppo del Pd Leonardo Marras, si sono dilungati sul fatto che la Corte di Appello ha ribadito qualche giorno fa le condanne contro i principali imputati, come la conferma di avere visto giusto, ma si imputava al giudice Meucci di non avere subito creduto alla colpevolezza di Fiesoli quando nel 1978 fu arrestato per la prima volta, in un processo che è passato due volte dalla Corte di Appello che lo assolse in secondo grado nel 1984, per poi condannarlo definitivamente nel 1985, proprio quando il giudice era in via di trasferimento a Venezia e si ammalò di tumore al cervello.

Dopo la sua scomparsa furono 56 i bambini affidati alla comunità/setta, ma lui di questi non porta alcuna responsabilità. Però, ha detto Bambagioni, “è stato lui a dare l’in-printing” e dunque sarebbe lui il motore primo di quanto è accaduto. E i successori che non hanno tenuto conto della condanna definitiva? La risposta implicita di Bambagioni paradossalmente è che erano dei poveretti  senza personalità (si potrebbe dire anche con scarsa professionalità) che subivano l’autorità di un defunto. Ma, ecco un’altra incongruenza uscita dal dibattito, la responsabilità – lo hanno riconosciuto più o meno tutti  – è individuale, non è riferibile a grandi e generiche categorie professionali: i magistrati minorili, i servizi sociali, i politici, le istituzioni.

Questo vale per tutti ma non per Gian Paolo Meucci, ovviamente: lui è l’unico individuo che può essere citato per nome e cognome. Del resto è facile e tutt’altro che coraggioso e lodevole, e certo poco dignitoso, attaccare una personalità scomparsa da trent’anni, mentre si tace di persone in attività, comunque influenti, che possono rivalersi, querelare, creare dissenso.

C’è anche un altro aspetto che denuncia il livello di qualità del lavoro della seconda Commissione sul Forteto. Il dottor Sarti ha detto che la Commissione ha lavorato con freddezza e oggettività scientifica e che non un filo di interesse personale e politico avrebbe inquinato i loro ragionamenti.  Qui subentra una nuova perplessità: perché non è stato fatto un approfondimento sulla situazione dei minori in grave disagio alla fine degli anni 70, quando l’unica soluzione era la istituzionalizzazione (al Cottolengo?), quando non c’era alcuna legge sull’affidamento (approvate nel 1993) , quando le decisioni le doveva prendere tutte il Tribunale per i minorenni? Quando quest’ultimo aveva cercato di creare una rete di protezione con realtà in grado di tutelarli e proteggerli ? Come è venuto fuori il Forteto e perché all’inizio era una struttura autorevole?

La conclusione suona dunque estremamente critica per chi ha preferito una falsa e autolesionista unanimità invece di predisporre una relazione di minoranza, come avviene dovunque la politica sia una cosa seria. E comunque, per quanto riguarda la risoluzione, era necessaria una nuova commissione d’inchiesta per arrivare ad un atto dovuto, forte e impegnato, al fianco delle vittime?

Foto: l’intervento di Paolo Bambagioni

 

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