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Forugh Farrokhzad, la poetessa trasgressiva che sfidò l’ipocrisia della società iraniana Spettacoli

A più quarant’anni dalla morte (1967) Forugh Farrokhzad rimane un punto di riferimento importante nell’ambito della poesia iraniana: basta guardare il sito a lei dedicato, creato per “offrire un forum internazionale aperto a tutti coloro che sono stati toccati dalla [sua] poesia, dalla vita e dalla liberazione”, e i tanti, tantissimi richiami e citazioni di cui pullula il web.
D’altra parte quella di Forugh Farrokhzad fu una vita breve ma intensamente vissuta, con cui anticipò la lotta delle donne iraniane di oggi, caratterizzata da scelte personali ed artistiche di assoluto anticonformismo rispetto alla morale della società persiana dell'epoca.
Nata a Teheran, terza di sette figli, in una famiglia di classe media, a sedici anni sposa per amore il caricaturista Parviz Shapur, un lontano cugino da cui un anno dopo ha il figlio Kamyar. Dopo tre anni di matrimonio decide di divorziare per dedicarsi alla poesia, pur perdendo per sempre la possibilità di rivedere il figlio che fu cresciuto dalla famiglia del marito.
Forugh riversò tutte le emozioni drammatiche di questa fase della sua vita nella prima raccolta poetica, La prigioniera (1955), un’opera che se rappresenta una rielaborazione di un’esperienza vissuta in prima persona, alza anche il velo di tutte le donne iraniane, – come ha detto la studiosa irano-americana Farzaneh Milani – su realtà sociali ed emotive fino ad allora confinate e nascoste dietro le pareti domestiche.
La prigioniera, per quanto diffusa in appena cento esemplari, divenne una sorta di “manifesto rivoluzionario” in cui, per la prima volta nella poesia persiana, una donna parlava di se stessa, trattando senza vergogna argomenti “forti” come la sessualità e il desiderio.
Forugh divenne così “la poetessa del peccato” e pagò duramente le sue scelte di libertà con il disprezzo che le attribuì la morale corrente e una depressione che la portò ad un breve ricovero in un ospedale psichiatrico.
Poi, nel 1958, l’incontro con il regista-scrittore Ebrahim Golestan che, pur già sposato, rimarrà con lei fino alla sua morte. A lui nel 1964 dedica la raccolta di poesie Un'altra nascita e, sempre nello stesso anno, gira La casa nera, un documentario ambientato in una colonia di lebbrosi con cui vince il primo premio per la regia al festival di Uberhausen. Lì incontra il regista Bernardo Bertolucci, che ne fa la protagonista di un suo cortometraggio.
Nel 1956 durante un lungo viaggio in Europa visita anche Firenze, Roma e altre città italiane, registrandone le emozioni in un diario di viaggio le cui tappe sono oggi ripercorse dall’attrice teatrale Setareh Eskandari per un documentario sulla vita di Golestan.
Forugh morì a Teheran nel 1967, al culmine della sua creatività artistica, nel corso di un incidente automobilistico le cui circostanze rimangono avvolte nel mistero. 
Autrice di liriche nelle quali i sentimenti e l'amore fisico sono espressi in un linguaggio esplicito e sensuale e i temi della morte e della solitudine sembrano quasi oscuri presagi, Forugh Farrokhzad è diventata negli anni un'icona per molte donne iraniane. E’ la poetessa più tradotta all'estero e quella più amata in patria, i suoi versi sono citati da cineasti famosi come Abbas Kiarostami e ispirano artiste di paesi come l'Afghanistan. 
La voce di Forugh Farrokhzad risuonerà al Caffè Letterario delle Murate mercoledì 3 ottobre alle 19 a Firenze nel recital Appenderò alle mie orecchie due rosse ciliegie, organizzato da Murmuris Teatro, Map of Creation, Ponte33 Edizioni. Interpreti Laura Croce, Luisa Bosi e Settareh Eskandari.

Contatti:
Murmuris Teatro  tel.:  055 2321754
  cell.: (+39) 349 1269251  
info@murmuris.it
Map of Creation  tel.: +39 333 7840736  cell.: +39  338 9868969  info@middleastnow.it
Ponte33 Edizioni  cell.:  +39 340 4037908  info@ponte33.it

Giovanna Focardi Nicita

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