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Francesco Guccini, grande poesia in forma di canzone Cultura, Opinion leader

Firenze – Non ho mai detto che a canzoni […] si possa far poesia”. Così Guccini nell’ “Avvelenata”. Invece, la sua attività di cantautore ha prodotto vera poesia e si spera che il ritorno in sala d’incisione con Roberto Vecchioni preluda anche a una ripresa della sua attività di autore perché il grande Francesco ha ancora molto da  dire.

E Gabriella  Fenocchio  che ha  curato  il recente  libro “Francesco Guccini Canzoniedito da Bompiani scrive nell’introduzione: “ le canzoni del  cantautore-mito di Pavana possono autonomamente e a buon diritto collocarsi nel panorama poetico del Novecento italiano.“

Filologa e studiosa di letteratura italiana del Novecento, Gabriella Fenocchio analizza i testi di ben 43  canzoni di Guccini e ci mostra i segreti stilistici, ritmici, retorici nascosti tra i versi, grazie anche alla conoscenza profonda del cantautore e della sua esperienza artistica.

Un’antologia con note verso per verso e significativi commenti: un libro che ci svela come la sapiente tessitura compiuta da Guccini contribuisca in modo fondamentale a suscitare emozioni. L’apparato di note esplicative è un aspetto assai rilevante perché Guccini mostra un  “serbatoio ricchissimo” di  vocaboli, da quelli di  uso quotidiano  a espressioni alte oppure  appartenenti a età trascorse, con citazioni letterarie  evidenti o dissimulate.

Il commento si è  avvalso anche delle opere del Guccini narratore, delle sue autobiografie,  dei romanzi a sfondo autobiografico. E un rilevante contributo è stato apportato dagli   autografi di Guccini,  in particolare delle prime stesure di cui si riportano alcune foto  come esempio – osserva Gabriella Fenocchio  “del procedimento correttorio”  e del modo di composizione “ teso a diffidare della parole usurate,  a ricondurre  ogni scelta lessicale alla pregnanza  del significato e a ricercare una “sonorità che si irradia al di là dei propri confini”

“Le parole del testo” – rileva  la Prof. Fenocchio – “ risuonano  della musica  con cui si sono impresse nella memoria. Come se l’avessero  incorporata in sé ,assimilata fino a farne la prioria sostanza sonora”.

La curatrice nota poi che la poesia di Guccini si distingue non solo per la qualità dell’elaborazione formale ma anche per la densità letteraria e i molteplici echi intertestuali di cui la gran parte delle parole risuona.

E in questo libro viene data una significativa spiegazione su un motivo  spesso dibattuto quando si parla di canzoni d’autore ovvero quale autonomia possa avere il testo. “Se è vero  – sottolinea la Prof Fenocchio – che lo statuto della canzone s’identifica con l’intreccio di parole, musica e voce, in molti casi appare piuttosto evidente che al testo possa essere riconosciuta  una vita autonoma soprattutto quando, depositato sulla pagina, sia in grado  di svelare con maggiore intensità  propria fisionomia  letteraria”.

Tra l’altro, l’ “osservazione ravvicinata”  dei versi ha consentito di cogliere elementi di novità di testi forse troppo vittime di una fama che ha contributo a sbiadirli e di ritrovare quei componimenti magari molto cari all’autore che hanno avuto minore sensibilità.

Nei commenti  alle canzoni si ritrovano poi alcune costanti del  pensiero di Guccini:   il dubbio, l’antidogmatismo,  la  provvisorietà,  che  esclude  ogni intento definitorio  e  che  evita le insidie  della retorica   e  la  “voragine dell’insignificanza “ .

Il dubbio come “fulcro della riflessione” di Guccini evoca il “volto misterioso e inconoscibile delle cose” che segna l’incertezza della condizione umana e che – scrive la Prof Fenocchio- “si unisce al motivo “del trascorrere del  tempo che nella vita “rende tutto provvisorio e precario” e determina una sorta di spaesamento, un’indecifrabile inquietudine di interrogativi senza risposta.

I concetti affrontati in questo testo  mi  hanno ricordato la prima  intervista che mi rilasciò  Francesco Guccini nel novembre 1981.  Nella mitica Via Paolo Fabbri 43  il cantautore  mi  parlò di una canzone che aveva appena scritto : Shomèr ma mi-llailah? (quanto resta della notte?)  che sarebbe stata inserita all’inizio dell’album  Guccini del 1983 e nella quale si esortava a chiedere sempre, a cercare la luce oltre il buio.

Del libro merita poi rilevare che ognuno dei 43 testi riportati, oltre che dalle note esplicative  è  corredato da pagine di commento che  analizzano come l’autore abbia costruito  il componimento  poetico sia sul piano  dei contenuti che della struttura letteraria. Troviamo poi l’ esposizione  del contesto socio culturale in cui  il testo si colloca  ma anche  di come la canzone s’inserisce  nella  poetica di Guccini,  nella sua riflessione, quali sono i riferimenti  letterari  (da Borges ad Allen Ginsberg, da Seneca a Montale  per citarne solo alcuni). E  le suggestioni derivanti da  eventi storici , fatti di cronaca,  testi letterari che hanno contribuito alla genesi dei testi

Inoltre, dalla struttura dei versi si comprendono molte altri aspetti. Ad esempio, il commento  rileva   la forza  che  assume  in  Auschwitz   il  triplice  “io chiedo”.

Io chiedo, come può un uomo /  Uccidere un suo fratello

Io chiedo quando sarà  /Che l’uomo potrà imparare/  A vivere senza ammazzare

E in Dio è morto l’uso di figure retoriche che entrano nel testo come la triplice epifora  (parola che viene ripetuta a fine di ogni frase)  per ottenere un effetto rafforzativo.

Analizzare, quindi, forme espressive dense di significati, che suscitano sentimenti ed emozioni è molto importante per ogni ulteriore studio sulla poetica di Guccini  “burattinaio di parole”, come si è  autodefinito in Samantha, con un’ espressione tipica del suo  undestatement.

 

 

 

 

                                                          

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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