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Francesco Papafava: l’impegno culturale al servizio della società civile Cultura, Opinion leader

Firenze – Quattro anni fa, il 23 maggio 2013, moriva nella sua casa dell’Antella Francesco Papafava, editore e pubblicista, una delle figure più interessanti del  mondo culturale di Firenze a cavallo del secolo. Padovano di nascita, discendente di una famiglia aristocratica, i Carraresi, di grande importanza nella storia della Città del Santo, prima di stabilirsi con la famiglia nella campagna fiorentina Papafava aveva trascorso alcuni anni a  Milano per lavorare nel campo dell’editoria. Direttore per venti anni della Scala, Istituto Fotografico editoriale, di cui era socio, ha fondato alcune società editoriali con l’obiettivo di approfondire i temi a lui più cari: l’urbanistica, il territorio, i beni culturali.  

Fra le tante iniziative la pubblicazione del mensile “Mutamenti. Laboratorio per la città” nel 1993. Di questa esperienza parla l’articolo seguente tratto dal volume “Francesco Papafava – Scritti e Interviste 2000-2013” a cura di Giovanna Dolcetti e della redazione della rivista “Una Città”, che ha ospitato molti articoli di Papafava, pubblicato da Una città società editoriale

 

Uscì nel gennaio 1993 e fu  l’unico tentativo toscano di dare vita a un luogo di riflessione aperta e senza pregiudizi su ciò che accadeva  in quei mesi in Italia, quando le indagini del pool Mani Pulite diretto da Francesco Saverio Borrelli stavano decretando la fine del  sistema politico che aveva guidato l’Italia nel dopoguerra.

Era una rivistina di piccolo formato, 16 pagine, pubblicata da Francesco Papafava editore e distribuito nelle edicole di Firenze e del suo territorio al prezzo di 1.500 lire. L’editoriale si augurava che il foglio potesse diventare “l’eco di coloro che a Firenze si adoperano per ridare alla gestione della cosa pubblica il decoro dell’autonomia dei partiti, della competenza, della razionalità, dell’attenzione alle richieste della cittadinanza”.

I promotori si proponevano  di ritrovare la “voglia di fare politica” e trasmetterla alle nuove generazioni per quanto fosse nelle possibilità di un  piccolo gruppo che aveva dato vita alla rivistina. Il primo articolo di Francesco “Come scegliere chi ci rappresenta” , ragionava sul dibattito in corso in vista del referendum promosso da Mario Segni per cambiare la legge elettorale in senso maggioritario e uninominale, comparando i diversi sistemi seguiti dai grandi Paesi europei.

Questo era  il suo metodo di approccio ai problemi in uno  stile rigoroso e oggettivo,  proprio di un giornalista che conosce i fondamenti e gli strumenti del mestiere. Ed è stata questa la base sulla quale ci siamo ritrovati ogni volta, anche a distanza di anni, che le mie scelte professionali incrociavano le sue idee e i suoi progetti .

Avvicinati per conoscenze di famiglia, ci incontrammo professionalmente la prima volta nella sede dell’edizione fiorentina di Paese Sera, in via Borgo Pinti, nel Palazzo Geddes, incredibilmente somigliante alla idea che ci potremmo fare della redazione di un vivace newspaper della provincia americana. Era il 1987 e Francesco era un editore conosciuto per  la sua innovativa casa editrice La Scala e per l’inestimabile patrimonio di fotografie d’arte.

Seduto di fronte alla mia scrivania di capo della redazione,  mi propose una collaborazione su temi urbanistici e sociali, idea che naturalmente presi al balzo, anche perché, grazie a firme autorevoli, cercavo di dare prestigio a un giornale che stava sperimentando strade nuove per sopravvivere ai mutamenti politici ed editoriali che si stavano annunciando.

Il salvataggio fallì e poco dopo me ne andai in Lombardia al Sole 24 Ore. Fu nel corridoio di un Intercity Milano – Firenze che Francesco mi parlò dell’idea di fondare una rivista mensile di “riflessioni sulla cosa pubblica”, sul modello di “Reset” il mensile fondato da  Giancarlo Bosetti, appena lanciato a Roma.

“Mutamenti”  fu lo sviluppo coraggioso dei suoi interventi civili scritti per Paese Sera.  Nel discorso che mi fece, e che bastò ad arruolarmi nell’impresa,  parlava di una rifondazione della politica partendo dalla società civile e dalle sue competenze tecnico professionali. Il nuovo giornale avrebbe dovuto dunque offrire spunti per un diverso approccio ai problemi del territorio, con analisi rigorose, e soprattutto al di sopra degli interessi particolaristici.

Sostenuto da lui e da Ivan Nicoletti, l’esperimento durò due anni e il suo risultato più importante fu  l’aggregazione di un gruppo che animò il movimento di opinione che portò Mario Primicerio a Palazzo Vecchio.

Dopo qualche anno, prima come direttore della Comunicazione della Regione Toscana e poi come direttore del Corriere di Firenze, ritrovai Francesco impegnato allora, con tutti i mezzi di comunicazione possibili, video e scrittura, a sensibilizzare l’Occidente sulla necessità di salvare e restaurare il grande patrimonio artistico e monumentale (chiese, monasteri, cappelle) del Kossovo martoriato dalle guerre succedute alla disintegrazione della Jugoslavia.

Sulle colonne del Corrierino, come era chiamato il foglio locale del Gruppo Donati, Francesco pubblicò alcuni articoli che raccontavano del suo censimento minuzioso, della catalogazione dei pezzi più importanti, del suo appello alle autorità internazionali, al Governo e alle Organizzazioni non governative,  perché intervenissero prima che andassero perduti. Il suo obiettivo era di smuovere il più possibile l’opinione pubblica, utilizzando qualunque strumento di informazione fosse interessato e dunque anche  il giornale locale poteva dare una mano.

Alla fine del 2011 Francesco mi telefonò dopo che aveva saputo che avevo fondato un giornale online, StampToscana.it. Mi propose di seguire con regolarità per il canale Opinion Leader gli avvenimenti in Medio Oriente.  Mi spiegò che i suoi viaggi in Israele e Palestina erano cominciati già negli anni 90 e anche successivamente  non aveva mai cessato di seguire una vicenda nella quale intravedeva tutte le contraddizioni e le debolezze dell’assetto geopolitico mondiale.

Le radici di questo suo interesse, i rapporti che aveva avviato con storici israeliani, i suoi viaggi, i suoi incontri, sono ben illustrati nell’articolo di Stefano Majnoni  pubblicato da “Una Città” nell’aprile 2014, a un anno dalla sua morte. La stessa rivista che aveva pubblicato i suoi reportage scritti nell’ arco di dieci anni.

Majnoni cita una lettera nella quale Francesco spiega il suo approccio di cronista di lusso: “Indignarsi oppure documentare? Io ho scelto: vado sui luoghi, guardo interrogo, leggo, confronto e poi, quando me ne danno l’occasione, lo racconto, astenendomi il più possibile dal giudicare, lasciando a chi mi ascolta l’onere di aggiungerlo alle altre notizie e di tenerne, o no, conto”.  Che è una sintesi  efficace del manuale del buon giornalista.

Con questo taglio professionale, Francesco aveva intravisto le potenzialità informative di un quotidiano online, in grado di offrire un osservatorio in tempo reale di quanto accade in quei territori. Tuttora consultabili nel sito del giornale, scrisse 11 articoli. Il primo “Venti di guerra in Medio Oriente” fu pubblicato il 6 dicembre 2011; l’ultimo “Israele e il Medio Oriente dopo la visita di Obama”, il 7 aprile 2013, un mese e mezzo prima di morire.

Si tratta di articoli di una qualità così chiaramente diversa dalla normale pubblicistica che appare sul web, da poter mantenere vitalità e forza informativa a distanza di anni. Ed è fortunato il sito che può contenere nel suo archivio pezzi di questo tipo che rappresentano altrettanti contributi per chiunque, anche uno storico  di professione, volesse ricostruire il succedersi degli eventi di quei due anni.

A ripercorrere quasi trent’anni di consuetudine professionale, seppure interrotti da cesure nelle quali comunque proseguiva e si rafforzava il rapporto di amicizia, mi rendo ancora più conto di quanto sia stato fortunato nell’aver potuto contare sulla fiducia di persone come Francesco Papafava, dotate di profondità di pensiero e di onestà intellettuale, associate alla capacità operativa che le porta a lasciare segni duraturi del loro percorso esistenziale.

 

Foto: Francesco Papafava (copyright Una città

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