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Galileo, nel nome del padre Cultura

Un bell’affresco di vita quotidiana a Pisa nel Cinquecento: così si potrebbe definire l’ultimo romanzo storico di Sergio Costanzo. Tutto sommato, una storia normale, insomma. Se non che la famiglia protagonista del libro ha un cognome importante. La Tavola dei Galilei, stampato dall’editore lodigiano Linee Infinite, è un inteso racconto della giovinezza di Galileo Galilei. Costanzo ripercorre i primi anni della vita del genio pisano partendo da lontano ed intrecciando la sua storia con quella, sinceramente meno interessante, del restauratore Marcello Tarelli. Quest’ultimo, ai giorni nostri, si trova a dover decidere cosa fare di un organo che degli sconosciuti dall’accento balcanico hanno lasciato, a pezzi, nel suo giardino. Nonostante si proponga di riconsegnarlo al legittimo proprietario, certo di aver a che fare con un furto, il restauratore si risolve comunque a rimettere insieme lo strumento musicale. E, nel farlo, scopre una tavola con incisi misteriosi disegni ed una scacchiera di lettere. Solo alla fine del volume si scoprirà, proprio ad opera di Galileo, che La Tavola dei Galilei scoperta dal Tarelli è proprio quella sulla quale, utilizzando il linguaggio degli scacchi, il padre del grande scienziato pisano aveva lasciato in eredità al figlio la sua più grande scoperta. Ossia il fondamento matematico per la corretta accordatura (p. 346), come la definisce Costanzo.

Come si diceva, l’autore parte da lontano per raccontare i primi anni di Galileo. Parte da Vincenzo, il padre del grande scienziato. Figura di non poco conto per i suoi tempi, il Galilei padre era un musicista. Massimo Mila, nella sua sempreverde Breve Storia della musica (Einaudi, Torino 1963), lo pone alle origini del melodramma. Autore di un Dialogo della musica antica e della moderna (1581), Vincenzo Galilei (1533-1591) era convinto che “la melopa dell'antica poesia greca si potesse rinnovare rinunciando radicalmente alle complicazioni del contrappunto e piegando la monodia – cui già tendeva la musica del tempo – a una diligente recitazione che mettesse perfettamente in luce la parola e ne amplificasse, col suono, il significato”, scrive Mila. Sempre secondo lo storico della musica, oltre ad aver gettato le basi del melodramma, Galilei padre aveva anche dato “un saggio di quella che, secondo lui, doveva essere stata la melodia greca, intonando il canto del conte Ugolino della Divina Commedia e le Lamentazioni di Geremia”.

Costanzo incentra il suo romanzo proprio sulla figura di Vincenzo, dipingendolo come un Galileo in nuce. Le vicende personali di Galileo padre si intrecciano a quelle di alcuni fra i più importanti personaggi del panorama culturale della sua epoca, da Cellini a Vasari, da Vesalio a Cesalpino. Durante l’ammissione all’Accademia degli Ardenti, Vincenzo si presenta con uno strumento di nuova concezione, molto più simile a un rebab arabo che ad un liuto  (p. 211) e dà un saggio della sua nuova maniera di fare musica suonando una sua personale interpretazione della narrazione dantesca dell’incontro con il gigante Nemrot: La musica che sublimava dalle corde narrava di come Dante e Virgilio, nel canto trentunesimo, avessero incontrato i giganti, di come a Dante fossero sembrati torri immobili d’una cinta e di quanta meraviglia avessero in lui generato. Vincenzo era attratto dal lamento di Nemrot, il gigante legato alla torre di Babele. Questo parlava una lingua incomprensibili e solo a lui nota, la lingua delle origini. Era tanta la pena che Vincenzo provava per uno che parlava e non riusciva a farsi capire da nessuno, che questo episodio lo aveva stregato. Un po’ anche lui, con le sue teorie o fantasie musicali, con l’impossibilità di parlare ad una moglie, con l’oppressione che lo scegliere parole sagge o menzognere potesse condurlo in mano ai frati inquisitori, si sentiva come il gigante Nemrot. E poi c’era Myriam e la sua storia e quella decisione di farsi muta […] Nemrot era come Myriam, come Vincenzo: incarnava un disagio antico, cristallizzava paure, generava terrore e discriminazione. E Vincenzo, soavemente, ne narrava la storia, ne scioglieva la parola, la rendeva udibile e comprensibile anche a chi non voleva intendere. I suoni di quella viola che teneva imbracciata toccavano il cuore e facevano drizzare i capelli alla base della nuca (pp. 211-212).

Nemrot, muto come Myriam. E siamo, qui, al personaggio immaginario che, assieme a Vincenzo ed alla madre occupa, nella finzione del libro, la giovinezza di Galileo. Il libro di Costanzo inizia a Paola, in Calabria. I Saraceni imperversano e trucidano i cittadini durante un assedio guidato dal comandante Dragut. Da qui viene Ginevra, la “serva muta” della quale Vincenzo si innamora perdutamente. Myriam di Porto, scampata miracolosamente alla furia saracena, si è finta muta dopo aver perso la sua famiglia nell’assedio di Paola. Dopo alterne vicende, segnate da sangue e violenza, giunge a Pisa come serva in casa del marchese Giuseppe Bocca e viene chiamata Ginevra. Nella finizione narrativa Vincenzo ha un vero e proprio colpo di fulmine per la bellissima serva che non può parlare e decide di prenderla nella sua casa. Costretto in un matrimonio di comodo e con una donna che non ama, Galilei padre trova in Ginevra l’altra parte di se stesso. Scrive Costanzo, mettendo in scena un immaginario dialogo fra i due innamorati: “Mi amate vero?”. Vincenzo rise e per tutta risposta la cinse con un braccio e la trasse a sé. “Non ho mai capito cosa sia questo amore di cui molto ho letto e tutti parlano. Ma se è la cosa che ti porta a pensare ad una persona ogni volta che chiudi gli occhi prima di dormire, per ritrovarla lì, nei tuoi pensieri appena li riapri, allora ti amo” (p. 306). Ginevra, infatti, dopo qualche tempo si rivela a Vincenzo per quello che è realmente. Cessa di essere muta, almeno di fronte al maestro. Racconta la sua storia e si concede con tutta se stessa all’amore del liutista pisano.

La figura di Ginevra è la vera figura materna che domina i primi anni del giovane Galileo. Sul finire del libro, Costanzo riporta un dialogo fra Vincenzo e Galileo: “Io ci verrei a vivere, con voi e con Ginevra, padre”. […] “Anche se è muta? […]”. “Ma a me, Ginevra mi parla sempre”. Vincenzo deglutì  a fatica […]. “E come ti parla?”. “Con gli occhi. Io la capisco, lei li tiene aperti e ride sempre”. Sollevato, Vincenzo continuò: “Tutti tengono gli occhi aperti, Galileo”. “No, la mamma no. Li chiude, se va bene, e sennò non  mi guarda quando parla” (pp. 313-314). Vincenzo ha timore che anche il figlio sappia che la serva non è muta come tutti credono, ma Galileo non fa altro, in realtà, che contrapporre la figura dell’amante del padre a quella della madre. Giulia Ammannati, così severa e bigotta, è una figura negativa nel volume di Costanzo. Vincenzo la sposa per comodo, sulla base di un consiglio dello zio. Sin dall’inizio il musicista pisano sa che il loro non sarà amore: per la prima volta usciva un nome ed era quello che aveva intuito, ma che non aveva mai pensato di associare alla propria vita (p. 55). Così credente Giulia, così anticonvenzionale lui. La gravidanza della rampolla di casa Ammannati allontana sempre più Galilei dalla consorte. Stanco dei lamenti della moglie e deciso a perseguire il suo sogno di costruire una matematica della musica, Vincenzo affitta una casa dal marchese Bocca ed inizia ad insegnare musica ai figli delle più importanti famiglie della città.

Il matrimonio con Giulia si concretizza soltanto nella nascita, tormentata, di Galileo: Tutte le donne di casa Ammannati erano chiuse nella stanza. Fuori Leone e i suoi cognati e Vincenzo sostenuto dal Viscardi. Frasi ovattate, mormorii, alla fine un grido: “E’ nato!”. Attesa. Vincenzo si trovò di nuovo a fiato sospeso: la lucciola della vita aveva emesso una tenue luce ed ora si attendeva la seconda. Respirò, trattenne il fiato, espirò e  riprese aria come fosse un pesce morente. Guardò il dottor Viscardi. “Non piange?”. “Vedrai che non respira!”. Non ci fu bisogno di licenza o di comando, il Galilei entrò e colse la levatrice col bimbo tenuto in alto per i piedi. Scorrevano le lacrime sui volti delle donne e Giulia appariva pallida e già morta. Vincenzo prese il piccolo e, come fosse un minuscolo strumento, gli soffiò in bocca turandogli il naso con le dita. Attese ancora, come se la vita in quegli ultimi frangenti fosse fatta di pause tra gli eventi. Attese il tempo di una sosta musicale e poi soffiò dolcemente in quei piccoli polmoni. Un vagito, un pianto, sputi meravigliosi di muco e sangue. Viscardi trasse dalla borsa una cannuccia a tre vie ed aspirò le secrezioni del neonato. Pianse il piccino, venuto al mondo asfittico e salvato dal soffio del padre musicista. Giulia dormiva, spossata ma tranquilla. Al quindici di febbraio, martedì, dell’anno del signore 1564, Galileo Galilei fece udire per la prima volta la sua tardiva, ma possente voce. (pp. 163-164).

La nascita del grande scienziato pisano avviene soltanto alla fine del quattordicesimo dei trenta capitoli nei quali è suddiviso il volume di Costanzo. Questo in quanto il libro, più che sulla figura di Galileo, è incentrato su quella di Vincenzo. Galileo, nel nome del padre. Per dirla con un’espressione che, di certo, non sarebbe piaciuta tanto al padre quanto al figlio. Attraverso la vita del musicista, Costanzo ricostruisce la temperie culturale che sta alla base della nascita di un genio. Jacopo della Seta riunisce attorno a sé i migliori letterati della città: ognuno nel suo campo, gli appartenenti all’accademia ricercavano per trovare nuove vie, nelle arti e nelle lettere, così come nelle materie legate al diritto. Quello studiare era faticoso, perché prima di tutto andavano demolite incrostazioni e preconcetti, presunzioni di conoscenza che i secoli e menti bovine o assoggettate ai poteri della Chiesa avevano supinamente accettato e condiviso, al punto tale che uscire dal solco era considerato un abominio (p. 251). Insomma, l’Accademia, come la chiamava il marchese, era un luogo ideale della mente e non segnava certo un’appartenenza fisica, da palesare. Erano le idee il patrimonio comune, era la cultura, era il sapere ciò a cui si doveva tendere, ma non il sapere di facciata ormai trito e stantio che si insegnava nelle università. L’Accademia si apriva a ciò che era insondato, proibito, mai sperimentato e dunque era necessario mascherarsi, occultarsi, rendersi invisibili (p. 207).

È in questo ambiente che Vincenzo fiorisce come uomo di cultura. È qui che concepisce le sue idee. Quelle idee che, poi, trasmetterà con tanta fortuna al figlio. Galileo, infatti, trova idealmente nel padre un antesignano nel suo metodo scientifico, almeno secondo il racconto di Costanzo: Ciò che reputava necessario era un metodo di studio, alla stregua degli speculatori antichi, che osservavano, provavano e poi traevano conclusioni dai loro esperimenti. Non doveva esistere il dogma e nemmeno la più perfida delle figlie da questo generata: la superstizione.  […] Quanto ai fenomeni che si osservavano molti non erano compresi, ma non sarebbe stato corretto negarli o mistificarli solo perché ci si trovava nell’impossibilità di darne spiegazione. L’intento del Galilei era chiaro: costruire una scala musicale nuova con intervalli perfetti e comporre con quel temperamento una composizione mai immaginata fino a quel momento (p. 252). Come per osmosi, nella storia de La Tavola dei Galilei il sapere di Vincenzo si trasmette al giovane figlio. Dal padre lo scienziato pisano la quella mentalità sistematica, quell’amore per la matematica e l’osservazione dei fenomeni che saranno alla base delle sue scoperte.

Ma, Galileo ante litteram, Vincenzo è accomunato al figlio anche da un altro aspetto. Come farà lo scienziato pisano, anche il liutista sente stringere su di sé le strette maglie dell’Inquisizione. La cultura deve essere libera da ogni catena per poter dare i suoi frutti, grida per mezzo di Galilei padre il volume di Costanzo. Messo di fronte alla persecuzione del filosofo Gerolamo Borri, Vincenzo sente vacillare la propria fede nel progresso del sapere: A Vincenzo e forse anche ad altri, venne in mente di recare al prigioniero un po’ d’acqua, ma nessuno si mosse. Anche la cristiana carità, se portata verso un eretico, cessava di essere tale e diventava peccato. Vergognandosi della propria impotenza, Vincenzo si voltò per tornare al suo alloggio: il corteo col povero Borri si stava allontanando e nessuno poteva far niente; nessuno poteva frapporsi fra l’Inquisizione e il destino dei sospettati. Mentre camminava, un senso di angoscia gli tolse il respiro e barcollò per un attimo. Si poggiò al muro del palazzo che stavano fiancheggiando e subito si riprese. Guardò innanzi, nel proprio futuro: era anche lui destinato a finire come il Borri? A causa delle sue idee e delle sue azioni, sarebbe stato preda delle torture e poi del patibolo? Il problema era semplice e complesso al medesimo tempo. Vincenzo sapeva di non aver mai fatto niente di male, ma ciò non era sufficiente a scagionarlo, se mai qualcuno avesse denunciato una sua cattiva azione. Il sapere che la sua vita poteva essere distrutta da un sussurro lo faceva arrabbiare, ma ancor più, gli toglieva le forze. Guardò ad un futuro molto più vicino, a quello che gli sarebbe capitato da lì a cinque giorni: sposare Giulia poteva rivelarsi una benedizione come pure la più grande disdetta della sua vita. Una cosa positiva in quel matrimonio la vedeva: sposando nel rispetto di tutte le disposizioni di santa madre Chiesa e unendosi ad una donna di virtù solidissima e riconosciuta, allontanava da sé il sospetto di essere un credente con poca e traballante fede (pp. 64-65).

Quello con Giulia, in fondo, non è che un matrimonio per “salvare le apparenze”. Come ogni buon cristiano (p. 143), Vincenzo si reca alla funzione della domenica. Ufficialmente segue la dottrina della Chiesa ma, in realtà, fa di tutto per allentarne la presa. Aderisce di nascosto all’accademia del marchese della Seta. Si batte in una silenziosa lotta al principio di autorità. Si ribella ai divieti dell’Inquisizione con la creazione di una teoria musicale ereticale. Fa suo, insomma, il dettame impartito dal medico Vesalio ai dotti Pisani: “In questa sede non si deve disquisire sulla superiorità di un sapere rispetto a un altro. […] Ora, i dotti di quella congrega di tonache e candele, griderebbero alla blasfemia ed userebbero queste stesse notizie che io vo’ magnificando per gettar discredito e ignominia. La calunnia potrebbe generare la condanna e certamente ci sarebbe chi, profittando della situazione, vorrebbe accrescere il suo stato e la propria posizione. Ma, vedete, signori, qui non si tratta di supremazia, ma di un’altra essenza e questa essenza è a noi sconosciuta perché occultata da chi di sapere e conoscenza non vuol sentir parlare. […] Colleghi di questa città meravigliosa, il peso della vostra scienza non deve farvi mai chinare la testa. Perdereste di vista i vostri sogni, finireste per darla vinta a chi avete sempre combattuto” (pp. 151-152).

La figura di Vincenzo cessa di essere un’idealizzazione di Galileo soltanto sul finire del volume. Dopo una partenza piuttosto sommessa, lo scrivere di Costanzo si fa via via più partecipato con l’approssimarsi dell’adolescenza del grande scienziato. Quasi che la sua penna guadagni in lirismo con il crescere di Galileo, lo scrittore trova le pagine più belle proprio alla fine. Ci troviamo qui di fronte ad un Galileo che copre di domande il padre, proprio come ogni altro bambino. Vincenzo si fa amorevole figura paterna. Personaggio più vivo e meno idealizzato. Nella casa del padre il piccolo genio trova un mondo nuovo, fatto d’affetti e di scoperte: Galileo aveva quasi tre anni ed ogni volta che vedeva il padre lo subissava di domande. Giulia lo faceva uscire pochissimo e anche la balia, che nel periodo estivo lo aveva tenuto spesso con sé, ora, a causa della brutta stagione, aveva meno possibilità di intrattenerlo. Così Galileo era passato dalle spensierate giornate estive trascorse con la sorellina di latte, ad una triste prigionia in compagnia dei cugini più grandi, che si stancavano presto di lui. Le visite del padre erano per Galileo momento di euforia e di evasione. Era capitato che Vincenzo lo avesse prelevato da casa e portato con sé nei suoi alloggi. Galileo aveva scoperto un mondo nuovo, fatto di suoni, arnesi, pelli di squalo, misteri. Vincenzo lo lasciava giocare nello studio, mettendogli a disposizione scarti dei legnami adoperati per costruire i suoi strumenti musicali e, in breve, erano nate barche, carri, piccoli oggetti che Galileo portava poi orgoglioso a casa Ammannati e che puntualmente Giulia gli sottraeva (p. 275).

Quelli trascorsi con il padre sono i più felici dei primi anni di Galileo. Indelebile, nella sua infanzia, la prima gita con Vincenzo al mare. Padre e figlio, messi di fronte ad una balena arenatasi sul litorale pisano, ne prelevano alcuni denti. Con uno di essi ed un po’ di legno, Galileo ed il padre costruiscono una catapulta. Di ritorno a casa, Giulia rimprovera i due scapestrati che emanano un tanfo infernale di pesce. Galileo, allora, stringe la forte la mano del padre, cercando conforto e complicità. Per la stessa catapulta, poi, il piccolo Galilei si azzuffa a scuola. Un compagno lo ha fatto cadere ed il gioco costruito con Vincenzo si è rotto. È qui che si trova una delle più belle pagine del volume: Galileo, troppo alto per i suoi anni, appariva un po’ goffo e dinoccolato. Era un bimbone molto ben educato, che i più svegli della classe talvolta prendevano di mira. Quella mattina Galileo aveva portato a scuola una macchinetta, una catapulta che aveva costruito con gli avanzi dei legnami dello studio di suo padre. Vincenzo gli regalava stecche e tavolette e gli lasciava usare i suoi strumenti. Spesso si metteva a lavorare con lui, lo ascoltava e gli sagomava con perizia le parti più difficili delle cose che il bimbo voleva costruire. Quel loro faticare insieme era al contempo cementato da complicità ed amore. […] Quella catapulta l’avevano progettata insieme […], l’avevano costruita usando una delle stecche di balena strappate al mostro tempo prima. Appena giunto in classe, un compagno invidioso l’aveva spinto e Galileo era caduto, mandando in frantumi il suo bel gioco. Ne era nata una rissa e quello era il risultato, ma, a detta del figliolo, l’altro se l’era cavata assai peggio. “Non ti biasimo. Sai che non posso dirti che hai fatto bene, ma al tuo posto avrei tenuto lo stesso atteggiamento […] ma il mio ruolo,  soprattutto al cospetto di tua madre e della sua famiglia, mi impone di essere severo”. Galileo chinò il capo con gli occhi inumiditi. Vincenzo si alzò e gli andò appresso inginocchiandosi di fronte a lui. Lo strinse e gli poggiò il viso nell’incavo del collo. Aveva perso, invero ormai da tempo, quel buon odore di neonato ed anzi gli pareva che puzzasse un poco d’animale, ma era l’odore di suo figlio e s’inebriò come fosse stato un aroma d’oltremare (pp. 303-304).

Nel finale del libro, insomma, quello fra Vincenzo e Galileo diventa un rapporto intenso, amorevole. Un vero rapporto fra padre e figlio. La tenerezza dei gesti reciproci pervade le pagine di Costanzo. Tanto che Vincenzo, da maestro ed esempio di vita culturale, diventa genitore a tutti gli effetti. Un genitore che non lesina carezze e che è sempre pronto a cercare di comprendere i disagi del figlio. A quattrocentocinquanta anni dalla nascita di Galileo Galilei, questo eccellente racconto di vita familiare è un tributo a quel musicista che ebbe il merito di dare i natali ad uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi.  Ma, soprattutto, è una bella idealizzazione, storicamente non priva di fondamento, della nascita di un genio.

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