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A Gaza l’inferno, su Israele pioggia di missili Opinion leader

Pisa  – Il termine ebraico che meglio descrive quanto stia accadendo in Terra Santa, in queste ore, è balagan gadol ovvero una gran confusione. E quando c’è caos in quella parte del mondo vuol dire che non ci sono facili soluzioni, ma solo violenza e sangue: guerra. In luoghi dove non piove da mesi l‘unica cosa che scende dal cielo sono i missili, vuoi che portino la scritta in ebraico o quella in arabo. Per ogni missile assemblato nelle officine di Gaza e lanciato oltre il confine della Striscia, in suolo d’Israele, la risposta sono “bombe intelligenti” gettate da droni, aerei o navi.

Lo scenario di Gaza sono strade poco frequentate da giorni, molti i negozi chiusi. Il rumore dei jet è invece costante, assordante, snervante, tiene sveglia la popolazione da Gaza a Rafah, dall’estremo nord a quello più meridionale della Striscia. Le case colpite dai missili sono disintegrate in pochi secondi, ridotte ad un cumulo di macerie: calcinacci e nuvole di fumo si alzano in cielo, a pochi metri dall’azzurro mar Mediterraneo.

In questi giorni terribili il mondo torna ad occuparsi di Gaza, ogni qual volta i media riportano sulle prime pagine dei giornali o in video nelle immagini dei Tg le notizie che arrivano da questo lembo di terra allora, improvvisamente, torniamo tutti ad occuparci di quello che succede lì. Ma la tragedia di Gaza è purtroppo nella sua terribile, angosciante ed invivibile quotidianità alla violenza. Ecco in numeri dei danni di questa guerra estiva: 127 morti, tra cui il 77% civili inclusi bambini. Mentre i feriti sono 680, 221 bambini e 225 donne. I danni appurati agli edifici parlano di 512 case distrutte o gravemente danneggiate; oltre 3 mila le persone che hanno perso l’abitazione. Il 75% della città di Gaza è senza elettricità. Il porto è stato più volte bombardato, i battelli distrutti.

Attualmente il 28% della popolazione non può accedere a medicinali essenziali. Migliaia di m³ di acque reflue scaricati in mare a causa della distruzione della rete fognaria. 34 scuole danneggiate durante bombardamenti. 1 milione le persone assistite con gli aiuti alimentari in queste ore. 2 mila le persone a cui è stata data una speciale assistenza alimentare. 350 mila le persone che non dispongono di acqua potabile a causa della distruzione delle rete idrica. I prezzi di pane e riso sono incrementati del 30-40% in pochi giorni. I raid aerei da parte israeliana in questa prima settimana di guerra sono stati 700, i missili sganciati su Gaza 110.

Questa è Gaza, con il suo volto segnato, l’inferno. Negli ospedali di Gaza è già emergenza. L’Egitto ha aperto il valico di Rafah, chiuso da mesi, consentendo ai feriti palestinesi di lasciare la Striscia per essere curati. A Gaza le milizie di Hamas furtivamente escono allo scoperto, posizionano le armi e lanciano missili contro Israele, per poi tornare a nascondersi, nell’ombra, nei tunnel, pronti a preparare un nuovo assalto terroristico e facendosi scudo della popolazione civile.

Per difendersi Israele  utilizza la tecnologia militare, Iron Dome è il sistema antimissile, non sempre riesce ad abbatterli e anche la traiettoria è maggiore rispetto ai primi qassam tristemente noti. Oggi i qassamM75 possono compiere un volo di 80 km. E così anche in Israele il silenzio di questa calda estate è rotto dal rumore delle sirene che annunciano l’arrivo dei razzi. La gente fugge nei rifugi, le auto inchiodano e i passeggeri corrono a cercare un riparo. È il panico ovunque, sia nei centri commerciali di Tel Aviv che nelle scuole di Gerusalemme dove l’allarme è suonato più volte.

Nelle ultime 24 ore 340 razzi sono stati lanciati contro Israele, una decina i feriti, alcuni in gravi condizioni. La diplomazia internazionale chiede la tregua, la calma e Obama offre la mediazione. E’ inutile, la decisione è presa, il Primo Ministro Netanyahu non ha intenzione di fermarsi, 20 mila riservisti sono ammassati nel Negev, le truppe si preparano ad una prossima offensiva di terra. Dalla parte palestinese, il portavoce di Hamas annuncia che questo è solo l’inizio e che sono pronti ad uno scontro sul campo, fino all’ultimo uomo. In tutta questa confusione o balagan non sembra esserci spazio per la pace, per la fine di un conflitto troppo lungo e assurdo. E l’odio passa di generazione in generazione, insieme alla paura.

Alfredo De Girolamo

Enrico Catassi

foto: www.rainews.it

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