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Geno Pampaloni: omaggio a un “critico giornaliero” Cultura, Opinion leader

Firenze –  Una “minoranza di galantuomini”, fra il 1943 e il 1970, si impegnò e riuscì a dare un segno positivo alla storia del Paese. Fu la prima classe dirigente all’altezza dei problemi, le persone migliori portate alla gestione della cosa pubblica.

Tra queste persone c’era anche Geno Pampaloni (1918 – 2001), “critico giornaliero” come amava definirsi , scrittore e giornalista, che nel secondo dopoguerra influenzò e orientò l’arte della letteratura in Italia.

Così, con un chiaro riferimento al diverso spessore culturale delle attuali classi dirigenti, Goffredo Fofi critico cinematografico e letterario, ha iniziato la sua testimonianza per Pampaloni, ricordato al Gabinetto G.P. Vieusseux di cui fu direttore  dal 1984 al 1985, nel centenario della nascita.

Ripercorrere le tappe principali della sua vita, i premi, gli incontri, la sua attività di giornalista per le grandi testate (il Corriere della Sera, l’Espresso, il Giornale di Montanelli, la Fiera letteraria)  e quella di direttore editoriale di Vallecchi e De Agostini, è come un’immersione in un’altra Italia nella quale le case editrici sfornavano un libro capolavoro la settimana e la qualità del dibattito politico e culturale si innestava sulla qualità umana degli intellettuali e degli artisti.

Tra coloro che si erano imposti come indiscussi promotori di produzioni e ricerche letterarie di livello internazionale, Pampaloni  spiccava soprattutto “per l’onestà intellettuale e l’insofferenza verso il conformismo” (ancora Fofi). Del resto in quest’altra Italia di giganti, compare insieme a lui Adriano Olivetti con il quale collaborò per 12 anni a Ivrea come responsabile dei servizi culturali e segretario del movimento di Comunità.

Contribuì perciò alla definizione di quegli ideali olivettiani che negli anni 50 rappresentarono una delle esperienze più importanti di un’impresa industriale che nello stesso tempo anticipava nuove e più avanzate relazioni industriali e aveva la capacità di attrarre e sostenere alcuni fra i migliori talenti del tempo.

A quella storia – ha detto Beniamino de’ Liguori, nipote dell’industriale piemontese e direttore delle edizioni di Comunità – “rimase fedele, allo spirito creativo dell’esperienza olivettiana, quello che affermava che la giustizia sociale è l’unica forma di progresso ammissibile”.

Autore di saggi su esponenti di spicco della letteratura italiana del Novecento come Italo Svevo, Gabriele D’Annunzio e Cesare Pavese, nonché di opere di impianto autobiografico come i godibilissimi (parola da lui ammessa come commento critico sintetico) Fedele alle amicizie e I giorni in fuga, Pampaloni è stato prima di tutto un grande professionista della critica letteraria.

Ha rappresentato un modello di operatore culturale del quale oggi per lo più si sono perse le tracce sia per la mediocrità complessiva della produzione artistica, sia per il venir meno della vitalità e del “volontarismo etico” del contesto sociale. “E’ cambiata la società letteraria di cui i critici erano allora interlocutori”, ha detto Paolo Mauri, critico letterario di Repubblica, in un contesto come quello di oggi nel quale prevalgono logiche commerciali da supermercato.

La vera vocazione del critico alla Pampaloni è per Mauri avere “un rapporto particolare di sfida col tempo”, perché sta a lui distinguere in tempi stretti ciò che è degno di attenzione da ciò che è destinato alla sparizione”.

Foto: Geno Pampaloni

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