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Gerusalemme: la rivolta di una generazione di disperati Opinion leader

Gerusalemme – Ancora una volta gli occhi del mondo guardano inermi la scena della recita della Gerusalemme contesa. Il teatro è il Monte del Tempio o Spianata delle Moschee due nomi per il luogo da settimane al centro delle cronache e degli equilibri diplomatici internazionali. La protesta in Terra Santa si muove di qua e di là dal muro di separazione. Scontri in Palestina, nei campi profughi di Ramallah e Betlemme, negli insediamenti e poi sino alla Striscia di Gaza, colpita dai raid aerei israeliani.

In Israele la violenza corre dalla Galilea sino al deserto del Neghev. Anche a Jaffa e Tel Aviv le due città contigue e laboratorio storico di coesistenza interreligiosa sono contagiate dall’ondata di protesta. A Gerusalemme le sirene delle camionette e delle ambulanze non smettono di suonare nemmeno al calar del sole. Il conto dei feriti e dei morti cambia di ora in ora. La causa scatenante di questa nuova Intifada, quella dei giovani con i coltelli che si parlano attraverso i social, l’Intifada 2.0,  è il presunto tentativo da parte del governo Netanyahu di cambiare lo status quo della Spianata.

Andando al centro del problema emerge che questa è una “rivolta” fomentata dalla frustrazione di una generazione di nati disperati. Uomini e donne, dai 16 ai 30 anni. Impugnano coltelli e si scagliano sui passanti per poi essere, nella maggior parte dei casi, crivellati di colpi. Sono pronti a morire non tanto e solo per una causa ma quanto per una religione, per il suo simbolo: la moschea di Al Aqsa e la Spianata. Su quelle rocce la tradizione biblica vuole che si svolse il sacrificio di Isacco e che per l’Islam fosse il punto dell’ascesa del profeta Maometto ai 7 cieli. Nell’antichità il re Salomone vi eresse un tempio per ospitare l’arca dell’alleanza. Distrutto dai babilonesi e ricostruito ancora più grande da Erode.

I romani sulle macerie del tempio israelita edificarono un luogo di culto a Giove. Nel Medioevo ospitò i cavalieri templari dopo che la città venne conquistata dai crociati espugnando le mura proprio in quel preciso lato della città. Quasi un secolo dopo nel settembre del 1187, entrava vittorioso tra le sue mura il Saladino che fece purificare i luoghi sacri dell’Islam con acqua di petali di rose. Con l’arrivo degli Ottomani il Kotel – Muro del Pianto – divenne venerato dagli ebrei.

Ma per quel luogo conteso la pace è una sottile linea rossa, tenue e labile. Al centro di violenti durante il mandato britannico della Palestina tra ebrei e arabi. Re Abd Allah I di Giordania nel luglio del 1951 giaceva a terra colpito a morte da un palestinese. Il 7 giugno del 1967 mentre imperversava la guerra dei Sei giorni i paracadutisti della 55° brigata israeliana prendevano la città vecchia e issavano nella Spianata la bandiera con la stella di Davide. Poi rimossa per volontà dello stesso generale Dayan, conoscitore e attento alle sensibilità arabe. Con gli accordi di pace all’area della Spianata venne garantita piena indipendenza da Israele, che mantiene il diritto di controllo, dalla porta di Mughrabi, dell’accesso al luogo santo per motivi di sicurezza. Il sito, aperto al pubblico, è gestito de jure da una fondazione islamica, la Waqf che fa capo alla famiglia reale giordana e che mantiene l’ordine, regola le visite e proibisce la preghiera ai fedeli di altre religioni, tuttavia, numerosi sono gli ortodossi ebrei che vi si recano a pregare.

Nel 1990 la Spianata fu teatro di una rivolta palestinese causata dalla posa di una pietra angolare da parte di un gruppo ebraico di ultra ortodossi che proprio lì vorrebbe la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme per la venuta del Messia. Le violente proteste da parte palestinese e la reazione israeliana provocarono la morte di una ventina di persone e centinaia di feriti. L’episodio passò alla storia come il lunedì nero. Il 28 settembre del 2000, l’allora leader dell’opposizione in parlamento, nella Knesset, Ariel Sharon, accompagnato da una scorta armata, passeggiò nella Spianata, fu l’inizio della seconda Intifada. La realtà del contesto complica e amplifica. Basta camminare per il quartiere ebraico della città vecchia, dove la vetrina di un negozio espone un modellino della città: nuove architetture compongono il plastico ed è ben visibile la costruzione del nuovo tempio ebraico, che colpisce perché è collocato proprio sull’attuale spianata delle moschee. A qualche metro di distanza nella zona araba e musulmana in un bar del suk campeggia un poster: è una recente mappa della Palestina, ma senza lo stato di Israele. Tre mila anni di discordia e molti altri giorni di violenza a venire nel nome di un piccolo lembo di roccia.

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