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Gianluigi Tosto, quando il teatro è talento e passione Cultura

Intervista di Stefano Miniati

Capita, a volte, di avere cose di valore a portata di mano e non accorgersene; oppure di non saperlo. Gianluigi Tosto vive e lavora a Firenze da sempre, ma, come molti artisti teatrali, non é conosciuto quanto meriterebbe. É una sorte che tocca a molti grandi della scena, che, se non hanno dei passaggi in televisione, oggi non hanno visibilità. Aveva 13 anni Gianluigi quando decise di partecipare a un laboratorio di recitazione tenuto da sua sorella maggiore Arcangela, insegnante e scrittrice. Era un bel gruppo di ragazzini svegli e dotati: ne faceva parte anche Marco Giorgetti, oggi direttore generale del Teatro della Pergola. Questo stesso gruppo poi inizió un percorso di formazione teatrale al Centro di Avviamento all’Espressione, creato da Orazio Costa, nei locali della Pergola, allora diretta da Alfonso Spadoni. Il metodo mimico, che Costa insegnava all’Accademia Silvio D’Amico di Roma, era la base, il presupposto per il mestiere di attore. E Orazio Costa, consacratosi ad una vita di insegnamento, era il sacerdote di questa via, da lui ideata e perfezionata.

Gianluigi ha fatto parte di questa esperienza formativa fino al 1984, diventando nel frattempo insegnante all’interno della bottega di Costa, ed esordendo giovanissimo sulle scene. Comincia da qui lo straordinario cammino professionale di questo uomo così pulito, onesto, impegnato e appassionato. Il suo percorso artistico si snoda su vari piani, in esperienze all’estero e con grandi maestri sia di recitazione che di danza (Jerome Andrews e Traut Streiff Faggioni, Ludwig Flaszen, Gabriella Bartolomei, Jerzy Sthur, Buto Mitsuro Sasaki, Julie Stanzak, Kaya Anderson e Linda Wise del Roy Hart Theatre, John Strasberg dell’Actor’s Studio di New York) e approfondisce lo studio della voce, all’interno di una ricerca sempre in evoluzione sul “corpo dell’attore”. Per molti versi la sua storia può essere accostata a quella di Franco Di Francescantonio, col quale Gianluigi ha lavorato e che é stato, se non un maestro, un punto di riferimento importante non solo sul piano del mestiere, ma anche sul piano umano e dell’amicizia. É di Gianluigi infatti l’iniziativa di creare un sito web per l’amico scomparso. Vi ha dedicato, col cuore, tanto tempo: www.francodifrancescantonio.it. Oggi Gianluigi lavora moltissimo presentando nelle scuole la sua trilogia “Il canto e la memoria”: Iliade, Odissea ed Eneide ridotte e raccontate teatralmente. L’ultimo spettacolo messo in scena, “La malattia della morte” di Marguerite Duras, rappresenta forse il punto più alto della sua ricerca: Gianluigi si é confrontato con un testo difficile, intenso e ricco di suggestioni, in cui compare in pieno l’essenza del pensiero letterario della Duras, l’incomunicabilità e la solitudine; una poetica costruita su un pessimismo radicale tradotto in una scrittura tesa all’essenzialità. Il 4 aprile scorso, per il centenario della nascita della Duras, l’Istituto Francese di Firenze ha ospitato questo spettacolo davanti a un pubblico attento e ammirato per la performance di Tosto, che ha dato vita al dramma della solitudine e dell’impossibilità di amare, quindi di vivere una vita piena. In questo breve testo della Duras, scritto negli ultimi anni della sua vita per il giovane compagno omosessuale, c’è tutta l’ambiguità che ha contraddistinto la vita della scrittrice e il suo ultimo rapporto d’amore. Un uomo solo é in scena, il narratore, che si rivolge ad un interlocutore, non si capisce bene se immaginario e se omosessuale, e gli prospetta una possibile situazione: dovrebbe chiedere ad una donna sconosciuta di recarsi ogni notte, per più notti, presso di lui; il proposito sarebbe incontrarla, conoscere il suo corpo, abituarsi al suo profumo, alla sua pelle nuda; provare, attraverso di lei, ad amare; lui che mai ha amato né desiderato alcuna donna. La vicenda, solo ipotizzata, si dispiega drammaticamente con le parole del narratore, che racconta come l’uomo possa vivere questo amore: “nel solo modo per lui possibile: perdendolo prima che fosse arrivato”.

Nonostante la drammaticità dei temi con cui nel suo mestiere spesso si confronta, Gianluigi é un uomo aperto e allegro, sempre pronto per una serata con gli amici, umile, generoso e disponibile. É quindi davanti a un piatto di spaghetti che inizia la nostra chiacchierata.

Il primo spettacolo che hai visto? E il primo che hai fatto?
“A 12 anni andai a vedere “Il Piccolo Principe”, spettacolo che aveva messo su mia sorella Arcangela, all’epoca insegnante di lettere alle medie, con un gruppo di ragazzi di terza media. Quello spettacolo mi spinse a chiedere a mia sorella di essere inserito nel gruppo che aveva formato. Il 9 maggio del ’78, giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, ci fu il debutto con “La Strega”, un testo di Arcangela molto fantasioso e divertente, in cui tutti ci impegnammo in un lavoro per certi versi sperimentale. Poi proseguimmo con Orazio Costa”.

Il metodo mimico é stato dunque fondamentale nel tuo processo di crescita
Sí, molto importante, anche se a un certo punto ho avuto bisogno di allontanarmene, di “uccidere il maestro”. Sono restato nell’ambito di Costa comunque fino al ’91, pur facendo molte altre cose. Dall’84 avevo iniziato a studiare danza, e poi nel ’92 mi buttai sul versante opposto rispetto alla tradizione: la sperimentazione
che a Pontedera veniva fatta da Grotowski e i suoi insegnanti. A quel punto mi sono distaccato, almeno in parte, dal metodo mimico”.

Oggi tieni dei seminari intitolati “Il corpo dell’attore”, dove ti ispiri molto al metodo mimico. Come formi i tuoi allievi?
“Non ho teorie definitive. L’unica cosa che mi permetto di fare é di provare a comunicare il mio personale pensiero, senza pretendere che sia migliore di altri. Per me la radice corporea é fondamentale. Oggi non insegno più il metodo mimico come lo insegnavo prima, ma la capacità mimesica dell’uomo, prima che dell’attore, di aderire alla realtà é un modo di conoscere sempre valido: l’uomo diventa la realtà che conosce e la assume su di sé per risonanza. La capacità dell’attore é di essere empatico nei confronti della situazione e al tempo stesso la deve saper guardare dal di fuori: totalmente dentro e totalmente fuori. Questo é l’elemento tecnico dell’attore”.

Siamo parzialmente vicini al pensiero di Stanislawski
“Il metodo Stanislawski ha un approccio molto più psicologico, anche se lui nell’ultima parte della sua vita quasi rinnegò tutti questi aspetti psicologici del suo metodo e cominció a sviluppare quella parte di lavoro che poi Grotowski ha portato avanti, dando vita al “metodo delle azioni fisiche”, che io sento appartenere totalmente a me”.

Murakami sostiene che nel mestiere di scrittore il talento é la condizione preliminare, e le qualità che bisogna avere sono perseveranza e capacitá di concentrazione: scrivere é una sfacchinata, dice lui. Per la Duras scrivere é l’inferno. Per il mestiere dell’attore valgono le stesse cose?
” Assolutamente sí. Non si capisce perché un ballerino si debba fare tutti i giorni la sua ora di sbarra, un pianista tutti i giorni le sue scale, e l’ attore no. Si pensa che vada in scena perchè é bravo; invece l’attore deve fare la sua “sbarra” tutti i giorni, almeno due volte la settimana occorre fare un training, fondamentalmente basato sull’ascolto”.

Accetti le critiche? Mi dirai ovviamente di sì, ma spiegami come
Le accetto perchè il confronto é sempre utile, ma non significa fare come dicono gli altri. Le ascolto con interesse, nella misura in cui sono intelligenti, ma poi spesso continuo a fare come prima. A volte cambio, se quella critica risuona in me in qualche modo. In ogni caso non mi danno noia, e penso sempre alle cose che mi dicono”.

Lavori prevalentemente da solo perchè ti piace fare come ti pare?
A me non dispiace collaborare, ma sono estremamente esigente: lo sono prima di tutto con me stesso, quindi lo sono con gli altri. Ho bisogno di confrontarmi con persone di cui riconosco la validità, altrimenti faccio veramente fatica. Siccome purtroppo persone davvero preparate non ce ne sono molte, allora preferisco fare da solo, e rifiuto situazioni che non mi interessano, avendo il lusso di lavorare nelle scuole. La convenzione con le scuole mi dá l’opportunità di avere una tranquillità economica che mi permette di scegliere”.

Non hai mai fatto regie, non ti interessa?
” Non più di tanto: a me fondamentalmente piace andare in scena”

Che effetto ha su di te la parola “innovazione”?
” Non mi ritengo un innovatore. Faccio un lavoro a volte originale, ma non posso dire di lavorare su forme di innovazione dal punto di vista teatrale. Chi riesce a trovare nuove forme é un genio, ma il fatto é che spesso viene venduta come innovazione ciò che innovazione non é. Per innovazione a volte si intende il rifiuto di quello che c’è, solo per far qualcosa di nuovo. I grandi innovatori invece conoscono a perfezione il “vecchio”, e sono molto pochi”.

Tu hai un rapporto particolare col Portogallo: Pessoa, Camões e Tabucchi sono stati e sono autori che hai studiato e messo in scena. Ci hai lavorato per un periodo.
“Lavorando al Metastasio con Finisterra nel 2006, conobbi il suo scenografo portoghese, José, che proprio in quel periodo aveva preso la direzione del teatro Nazionale di Lisbona. José mi propose di portare la trilogia Iliade-Odissea-Eneide, che in quei giorni rappresentavo al Teatro di Antella, alla prima edizione di un festival estivo organizzato dal Teatro Nazionale. Ebbi un successo di pubblico totalmente inaspettato, per cui tornai nella stagione seguente per un mese, tenendo anche un laboratorio. In quel periodo conobbi e studiai l’Ode Marittima di Pessoa, che poi ho portato in scena a Firenze, e mi fu proposto di fare la regia de I Lusiadi di Camões, il loro poema nazionale. Purtroppo poi un sostanzioso taglio ai finanziamenti e un grosso buco di bilancio fecero saltare tutta la stagione. Una tristezza infinita. Ma a Lisbona conobbi Antonio Tabucchi, e da lí sono iniziati con
Angela Torriani dei progetti sulla sua opera. Resta il rimpianto per un progetto sfumato che avrebbe potuto dare una svolta alla mia vita, non solo professionale”.

Stefano Miniati

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