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Gioco, giocattoli, robot e macchine umane, dove finisce la differenza Cultura

Firenze – Anima o animato? Animato ma senz’anima, cosa anima l’animato? Giocattolo, automa, specchio dell’uomo o suo doppio, cosa differenzia l’uomo dall’automa, in periodi di intelligenze artificiali e giocattoli così sofisticati che “sentono” con la propria autonomia fatta di sensori? E infine, cos’è il gioco se non il muovere (animare) soggetti-oggetti sulla scacchiera decisionale di dimensione e limite umano, specchio del Gioco di cui si diletta un divino Giocatore (Bagatto forse) con umane pedine?

Il quesito che Gilberto Pierazzuoli, antropologo e studioso, pone col suo ultimo libro “Gioco, giocattoli, robot e macchine umane” edito da Robin Edizioni pone è intrigante e affascinante per vari motivi. Soprattutto, per la domanda sotterranea che percorre l’intero saggio, domanda alla base dell’intera opera di Pierazzuoli: attraverso l’indagine dei comportamenti e delle “marginalità ontologiche” definire l’uomo attraverso le negazioni, ciò che non è. Operazione intrigante e mai finita, in particolare se come termine di paragone si utilizza quel “doppio” magico che è l’automa, vita insufficiente per definirsi umana, ma troppo abbondante per definirsi macchina.

Esempi e citazioni letterarie e filosofiche abbondano, nell’opera di Pierazzuoli, ma è il primo esempio, semplice e irrisolvibile, quello che ci getta nel caos della differenza percepita ma indicibile. E’ Odradek, ripescato da una racconto di Kafka, ciò che serve all’autore per aprire il tema e lanciarci nel vuoto, al di là di sempre più complesse rappresentazioni  androidi come l’Olimpia di Hoffman, i Robots  di Capek o l’Eva futura di Villier de L’Isle-Adam.

Odradek non è un androide neanche nell’aspetto, è una macchina, anzi, un meccanismo; un movimento meccanico che anima una “cosa” che  “sulle prime ha l’aspetto di un rocchetto di spago piatto a forma di stella e infatti sembra anche che sia rivestito di spago ..”, con un bastoncino che sporge di traverso dal centro della stella e si unisce ad un altro ad angolo retto. Ed ecco che con quest’ultimo bastoncino da una parte e una delle irradiazioni della stella “l’oggetto” cammina. “L’insieme appare privo di significato, ma nel suo genere chiuso in se'”. Altro dato, Odradek è “straordinariamente ” mobile, “impossibile da acchiapparsi”. Qualche volta risponde e ride: “però è soltanto una risata come si può fare senza polmoni”. E soprattutto, Odradek è violentemente sovversivo rispetto alla morte: “E’ sottoposto a morire? Tutto ciò che muore, prima ha avuto una specie di mèta, una specie di attività, e in essa si è consumato; nel caso di Odradek questo non  si avvera”. E’ dunque destinato a sopravvivere, a chi legge,  a chi scrive, e questo crea una sensazione “quasi” dolorosa.

Le caratteristiche del giocattolo sono tutte riunite in Odradek, come le caratteristiche dell’automa, dell’androide, del doppio. Non ha senso, non è funzionale a niente, è. Il gioco dell’uomo ha senso? No, se riguardato in se’. Ma come definizione di ruolo? Sì, dice Pierazzuoli, perché giocando si conosce (individua) chi può essere incluso nel Gioco (chi possiede le caratteristiche o le credenziali del gioco e del ruolo all’interno del gioco) e chi no. A chi vengono riconosciuti i diritti umani, ad esempio. All’uomo, nel senso essere umano, si risponderà. Ma nel grande Gioco, chi è uomo, chi essere umano, quali sono le caratteristiche? Movimento, capacità di parola, anima o animazione? E allora, Odradek? E la morte, è prerogativa o condanna che qualifica l’essere umano? Vantaggio o svantaggio? … Il giocattolo che si rompe, è finito, ma si può aggiustare. L’essere umano, finito, si può aggiustare? Non è forse questo il grande campo della medicina? Infine, un’ultima considerazione: per rendere sempre più simile alla vita il giocattolo, al Tamagotchi fu permesso di morire, salvo poi tornare sui propri passi. Forse perché il reale discrimine, alla fine, fra l’uomo e il suo “doppio” meccanico o virtuale che sia, è proprio la morte. Rubata quella, la sfida è: cosa rimane della vita? …

foto: http://www.kafka.org/

 

 

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