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Giornata dei diritti, Toscana in piazza per l’Iran, l’urlo più forte: “Libertà” Breaking news, Cronaca

Firenze – Toscana in piazza nella giornata mondiale dei diritti umani. E quest’anno, la piazza non poteva non essere dedicata al popolo dell’Iran, alle sue donne guerriere, ai suoi uomini che dicono basta, ai ragazzi che muoiono in carcere e per le strade. Eugenio Giani, il presidente della Regione Toscana,  scopre un manifesto alle sue spalle e un brivido prende alla schiena, incontrando i volti dei nuovi martiri, ragazzini appena adolescenti, in qualche caso bambini, già morti o condannati per mano della Repubblica Islamica, impegnata a macellare i suoi figli perché chiedono ‘libertà’.  Nella giornata mondiale dei diritti umani, ‘La Toscana delle donne’  onora così l’impegno preso davanti alle donne iraniane del Movimento donne vita e libertà: “Saremo in piazza accanto a voi”. Decine di giovani iraniani si presentano con felpa bianca scritta in arabo e italiano, legati tra loro con una corda, alcuni con un cappio al collo, altri con le mani legate, altri ancora con una benda sugli occhi, a simboleggiare tortura, condanna e prigionia del regime. Occupano l’intero scalone del palazzo, mentre al piano terra suona il quartetto Gynaikos della Scuola di musica di Fiesole che esegue musiche di J. Haydin. Alle spalle delle giovani musiciste il silenzio e i singhiozzi di chi sfila mostrando al mondo i volti di vittime. Ragazzi, bambini, donne e uomini.

Giani  porta la solidrietà a coloro che stanno soffrendo in Iran “per una tirannia che il mondo non può più accettare. Dallo sgomento bisogna passare a dare voce alla lotta, alla libertà e ai diritti, dobbiamo stringerci tutti insieme a queste donne iraniane”.

“I morti sono centinaia, non possiamo vedere un paese che porta alla morte i suoi figli minori. Serve una campagna a livello internazionale che blocchi quello che sta accadendo” aggiunge Giani

Le giovani donne iraniane prendono voce accanto a Giani, davanti alla platea che inneggia slogan in iraniano e in italiano: “No alla dittatura”. “Grazie alla Regione Toscana per aver fatto un atto concreto per dimostrare che sono dalla nostra parte” dicono le esponenti del movimento. Alle loro spalle il manifesto enorme dove campeggiano le facce e i numeri del regime. Giani si rivolge ad Alessandra Nardini: la manifestazione, concorda con l’assessora ai diritti umani, si deve fare anche nelle città della Toscana. Fra gli interventi, il presidente del Consiglio regionale Antonio Mazzeo; il consigliere Vincenzo Ceccarelli; le consigliere comunali Federica Giuliani e Sara Funaro.

La lotta del popolo iraniano arriva così a Firenze, in piazza Duomo, abbracciata da tutta la città. Ancora prima delle storie, del cordogli, della volontà di dare solidarietà e capire come fare pressione, ecco i  numeri: in tre mesi, ovvero dal dal 13 settembre, da quando sono scoppiate le proteste contro la teocrazia che guida dal 1979 il paese,  in Iran sono stati uccisi almeno cinquecento manifestanti. Sessantatrè erano minorenni. In ventimila sono stati rinchiusi in carcere ed almeno ventotto persone sono state condannate a morte, solo per aver partecipato a quelle manifestazioni. Undicimila sono stati nei decenni i prigionieri politici annientati.

Dietro i numeri, i volti, i nomi e le storie che li rendono concreti. E quindi si scopre il volto e l’esistenza stroncata di Asra Panahi, sedici anni, uccisa per essersi rifiutata di cantare la canzone dedicata al guida suprema; di Kian Pirfala, un bambino di dieci anni, piccolo inventore che sognava di diventare da grande uno scienziato, ucciso da un proiettile mentre era in auto con i genitori; Mona Naghib, sette anni, che era in strada con la sorella quando si è accasciata: mano nella mano, mentre tornavano da scuola; Meheran, ventiseienne, felice perché si stava per sposare e quella maledetta sera era in piazza a festeggiare la sconfitta della nazionale degli ayatollah ai mondiali di calcio del Qatar: ha semplicemente suonato il clacson della sua auto e gli hanno sparato.

Senza dimenticare Mohsen, 23 anni, il ragazzo che il giorno dell’8 dicembre è stato portato a morte, colpevole di aver bloccato con la sua auto una via ed aver graffiato un poliziotto che lo voleva far arrestare. Era in piazza per protestare contro la morte  di Mahsa Amini, la ragazza ‘colpevole’ di aver mal indossato il burqa, la scintilla che a settembre ha svegliato un intero popolo e ha dato inizio ad una rivoluzione. Mohsen è stato accusato di ‘guerra contro dio” e giustiziato.

E perché non raccontare la storia di Hamid e Farzaneh Qare Hasanlu, coppia di medici da tutti ritenuti benefattori. Hanno partecipato alla commemorazione di Hadis Najafi, altra ragazza uccisa in questa rivoluzione.  Lui è stato condannato a morte, lei a venticinque anni di carcere. E il figlio di dieci è rimasto solo.

A raccontare, due donne del movimento “Donne, vita, Libertà”, una rete di immigrati di prima e seconda generazione.  “Via i tiranni dall’Iran” si legge sui cartelli appesi al collo di alcuni manifestanti. “Diritti umani uguali per tutti”. E poi sei, dodici, quindici ed ancor più foto, con un nome e un’età, per dare una volto a condannati e morti, giovani e spesso anche bambini. Una rappresentazione plastica delle promesse tradite di un regime che quarantatrè anni fa si era impegnato, raccontano gli iraniani della Toscana, a portare sulle tavole delle famiglie i soldi ricavati dalla vendita del petrolio, con acqua, gas e luce e gratis per tutti. Ma niente di tutto questo è stato, continuano: “l’economia è allo sfascio e l’ambiente distrutto”.

 “Libertà, libertà, libertà”. “Combattiamo, moriamo, ripartiamo” echeggia sotto la pioggia, gridato da centinia di voci. Un invito netto a prendere posizione:  dalla parte di un popolo che lotta o dalla parte di un governo criminale. La Toscana, che per prima nel mondo ha abolito nel Settecento la pena di morte, non può rimanere silente. “La protesta – racconta Sanaz Parto, una delle militanti di “Donne, Vita e Libertà” –  è nata a settembre dalle donne, ma ha poi coinvolto tutto il popolo”.  L’Occidente magari credeva che sarebbe finita dopo qualche giorno: come le rivolte studentesche del 1999, come l’onda verde del 2009, come le proteste per il carovita  del 2019. E invece no. “A noi – racconta Sanaz – era chiaro: sapevamo che era l’esplosione di una rabbia cresciuta e covata negli anni. All’inizio è stata descritta come la protesta di donne contro uomini. Ma non era così. Sono partite le donne, ma da subito gli uomini sono stati accanto a loro. Il 90 per cento dei morti sono uomini, i condannati a morte lo stesso.  Questo è un regime che opprime tutti e tutti insieme stanno combattendo”.

Ma è importante dar loro voce. “Dopo settembre – dice Sanaz – comunicare con chi è rimasto in Iran è diventato più difficile: il regime ha spento internet. Accedere al web si è fatto complicato e siccome  la libertà di stampa non esiste è solo attraverso la rete che ragazze e ragazzi che protestano riescono a raccontare cosa sta succedendo. Qualcuno però ancora ci riesce”.  Storie e volti che oggi hanno ripreso vita in Toscana.

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