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Giovani architetti: il futuro è degli audaci Società

All’ombra del Duomo, tanti piccoli architetti crescono. Forse troppi. Schiacciati tra burocrazia, crisi edilizia e concorrenza, gli eredi di Brunelleschi possono contare solo nella più italiana delle virtù, ovvero l’arte di arrangiarsi. A poco servono la laurea a pieni voti e le capacità, il lavoro è esiguo e i soldi ancora di più. “Essere giovani e laureati in Italia è una condanna, all’estero una risorsa”- esordisce Jacopo, 33 anni, da quattro socio di uno studio d’architettura, con una sede anche negli Emirati Arabi. “Due anni fa, dovevamo scegliere se chiudere o provare a rinnovarci. Abbiamo deciso di fare il grande salto, aprendo uno studio a Dubai. È stato un successo”.

Mentre racconta, sfoglia un book pieno zeppo di fotografie dei progetti realizzati, tutti costruiti con materiali innovativi e tutti, rigorosamente, all'estero. È quasi contagioso il suo entusiasmo per il lavoro svolto, ma anche la sua amarezza nei confronti dell'Italia, così sorda e indifferente alle capacità dei suoi giovani talenti. “Una volta arrivati a Dubai ci siamo resi conto delle differenze con il nostro Paese. Innanzitutto c’è meno burocrazia, e inoltre essere giovani, all’estero, è un pregio non un difetto: siamo stati ascoltati con interesse, non guardati come fossimo dei bambini presuntuosi”. La scelta (obbligata) di lavorare fuori, per questo studio interamente composto da trentenni, è risultata talmente positiva che presto apriranno una sede anche in Cina. Se la crisi è stata superata, o quantomeno scongiurata, è stato quindi merito del desiderio di vedere riconosciuta la propria professionalità. “Purtroppo in Italia lavorano sempre i soliti, e non è detto che siano i più bravi” commenta, con un pizzico di acredine. Vicino allo studio di Jacopo, incontriamo per caso altri due architetti, Cristiano e Francesco, amici e colleghi, che condividono lo stesso ambiente di lavoro per ridurre le spese. Inizia a parlare Cristiano, trentenne, precario da sempre, ponendo una domanda tanto semplice quanto difficile: “A Firenze ci sono zone urbane problematiche, che hanno bisogno di essere recuperate. Ecco, mi piacerebbe capire perché non vengono indetti dei concorsi d'idee, magari per i più giovani, per il recupero di queste aree”.

Un esempio? “L’area ex Fiat di Novoli, che si è rivelata una grande occasione mancata per la città. Se ci fosse stata maggiore partecipazione e condivisione di idee per migliorare quello spazio importante, vissuto da tante persone ogni giorno, avremmo forse potuto anche riscattare la nostra figura professionale, che continua a pagare lo scotto per gli errori passati”. Difficile dargli torto: al momento gli architetti non sembrano infatti godere di troppa fiducia, soprattutto a Firenze. Come non ricordare, tanto per citare la vicenda più nota, lo scandalo Quadra che ha visto politici e tecnici inquisiti, per presunti favoritismi nel rilascio di permessi edilizi? E così, i giovani del mestiere cercano, oltre al lavoro, anche il riscatto da gravi errori, o leggerezze, commessi da altri. Oltre il danno la beffa, quindi? “Certamente. In un certo senso si può sostenere che paghiamo le colpe dei 'nostri' padri. Vorrei precisare, però, che spesso vengono scaricate sull’architetto tutte le responsabilità, quando sappiamo che sull’edilizia si concentrano molti interessi, sia economici sia politici”.

Toltosi il sassolino dalla scarpa, Cristiano riprende il discorso del problema generazionale: “Quello del concorso è uno strumento importante, perché attraverso di esso si seleziona il miglior progetto, non il miglior progettista. È per questo motivo che noi, piccolissimi di fronte alle irraggiungibili archistar, lo chiediamo a gran voce”. Ma alla burocrazia e alla mancanza di concorsi d'idee, si aggiungono altri due problemi. Innanzitutto quello numerico: secondo i dati dell'Ordine degli Architetti di Firenze in Italia ci sono infatti circa 135mila architetti, e quasi 5mila sono gli iscritti all’Ordine fiorentino. Tanti. Forse troppi. E poi ce n'è un altro, di ordine qualitativo, relativo alla ripartizione tra le competenze dei geometri da quelle degli architetti: “È significativo ricordare che solo il 15% degli interventi di edilizia sono firmati dagli architetti, il resto ha la firma di un geometra- precisa Francesco, 34 anni – In Francia c’è una legge che risolve il problema alla radice, stabilendo quali sono i relativi ambiti di competenza. Alcuni lavori possono essere eseguiti dai geometri, altri solo dagli architetti. Non è un caso se anche il mio studio lavora soprattutto con l’estero. Negli altri settori non si vive lo stesso pregiudizio: sarebbe impensabile un'infermiera che sostituisse un medico”.

E sempre Oltralpe, un neolaureato guadagna fin da subito mille euro che, dopo qualche anno di esperienza, diventano più del doppio. “Quando ho iniziato a lavorare, 5 anni fa- ricorda Elisabetta, 34 anni, una laurea a pieni voti, e oggi collaboratrice a partita Iva in uno studio- ricevevo appena 300euro, che non coprivano neanche le spese sostenute. Solo dopo alcuni anni sono arrivata a prenderne mille”. Finalmente una buona notizia, insomma? No. “Una mia collega, avuta la possibilità di lavorare in Francia, ora guadagna più di 2mila euro al mese, e ha un contratto a tempo indeterminato. Una bella differenza, vero?”.

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