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Giovanna D’Arco eroina antica dal volto moderno Spettacoli

Forse un riparo, un rifugio nella savana (come in Koltes), una prigione a cielo aperto, un angolo di accampamento, o forse una enclave della mente dove elaborare progetti di vita o itinerari di morte. Sogni e sconfitte. Già ci smaniava Pinocchio, ci delinqueva Amleto. Ora ci abita e ci si tormenta Giovanna d’Arco. Eroina antica dal volto moderno, santa fanciulla di Francia chiamata a un compito più grande della sua età, che perse non ancora ventenne sul rogo dell’eresia e della ragion di stato nel 1431. Il glorioso Teatro del Carretto di Maria Grazia Cipriani (regista e drammaturga) e Graziano Gregori (scenografo e costumista) si affida a lei, alla sua inesauribile tempra di donna sacrificale e vergine sacrificabile, per la nuova creazione, “Giovanna al rogo”, che ha debuttato in prima nazionale al teatro del Giglio di Lucca. Violentata, profanata, seviziata, torturata, ridotta a strumento nelle mani dei suoi aguzzini (i volitivi Giacomo Vezzani, Nicolò Belliti, Andrea Jonathan Bertolai) Giovanna resa con intensità encomiabile per sfida fisica e immedesimazione spirituale da Elsa Bossi, vive la condizione di tante donne oggi nel mondo (più o meno “civilizzato” non fa differenza) vittime di carnefici interni (i familiari, gli amici, i compagni) e di predatori esterni (sono loro le prime vittime innocenti di qualunque guerra, passata e presente). In questa via crucis che avvampa di battaglie e teste mozzate (bella e suggestiva l’immagine di Giovanna a cavallo, la spada sguainata in campo aperto come San Giorgio contro il drago, alla testa del suo esercito), in questo carosello di violenze, morti e sevizie, di torture visivamente palpabili, in questa terra selvaggia dove la storia passa e abusa di se stessa, suda e si sporca, spremuta e attraversata come tante ghigliottine dalle sonorità metalliche create ad hoc da Hubert Westkemper, Giovanna, vergine guerriera, affiora strenua fra reflui di misticismo e fantasmi di fanatismo, come donna consapevole che cerca di fare i conti col presente, di sopravvivere alle ingiurie dell’estremismo montante, di uscire da questa gabbia smantellata dalle memorie televisive di Abu Ghraib, inghiottita fatalmente dal rogo della follia liberatrice del teatro.

 

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