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Giovanni Capuano (Gruppo Bindella): un Nobile con efficienza svizzera Economia, Interviste alle imprese

Montepulciano – All’estero è percepito come una delle grandi eccellenze italiane, ma negli ultimi 10 anni oltre quattro aziende su dieci (il 42%) sono passate di mano. Il vino Nobile di Montepulciano è sempre meno italiano, e soprattutto parla poco toscano. Al Consorzio del vino Nobile aderiscono 76 produttori e solo uno su quattro appartiene al nostro territorio. Il 60% degli imprenditori proviene da altre regioni e il 15% da altre nazioni. Un esempio fra tutti è la Tenuta Vallocaia: 140 ettari di terra, di cui 45 di vigneto.

Dà lavoro a quindici persone e lo scorso anno ha prodotto 160 mila bottiglie, con un fatturato di 1,6 milioni di euro. Nel 1983 è stata acquistata da un imprenditore svizzero, Rudi Bindella, innamorato della cultura e dell’enogastronomia italiana. Da qui, del resto, proviene la sua fortuna in parte ereditata da padre e nonno: 42 ristoranti in Svizzera dove si mangiano solo eccellenze del nostro Paese. Il gruppo Bindella fattura circa 200 milioni di euro, e la Tenuta di Montepulciano è diventata grande fra le sue mani, grazie a successive acquisizioni e a poderosi investimenti. Ne parliamo con il direttore Giovanni Capuano.

Capuano, ci spieghi perché un imprenditore svizzero decide ad un certo punto di “scendere” nel nostro Paese e investire in enogastronomia.

La motivazione che ha spinto Rudi Bindella è sicuramente l’amore per la nostra cultura e per il nostro Paese. Il gruppo Bindella è un importante importatore di vini italiani in Svizzera, e la Tenuta Vallocaia è nata per capire cosa significa produrre vino. Quando un vino è stata acquistata, nell’’83, era poco più di un fazzoletto di terra con appena 2,5 ettari di vigneto. In seguito, grazie a due importanti acquisizioni del 2006 e 2010, l’azienda si è estesa fino alle dimensioni attuali.

La Cantina sociale produce circa il 30% del vino Nobile, poi ci sono i grandi imbottigliatori (un altro 20%), per il resto sono produttori diretti. Qual è la vostra filosofia produttiva?

Con i nostri vini vogliamo trasmettere la cultura del territorio: facciamo viticoltura, produciamo olio e siamo attivi nell’enoturismo. Fin dalla sua nascita la Tenuta ha messo al centro i principi cardine della sostenibilità, grazie all’agricoltura integrata e un controllo rigoroso di tutta la filiera, dalla produzione all’imbottigliamento. Questa è la forza del nostro brand.

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Questi dieci anni di crisi come hanno mutato le aziende vinicole del territorio?

Fino a quindici anni fa vendere vino era facile, si faceva senza alcuno sforzo. Poi le cose sono cambiate: sono cresciuti i produttori, è aumentata la concorrenza e di conseguenza le aziende hanno avuto sempre più difficoltà a collocare il loro prodotto. Per noi non c’è stata difficoltà perché la produzione è cresciuta gradualmente e la casa madre svizzera importa da sempre circa il 50% della produzione. Attualmente noi esportiamo circa il 75% del vino all’estero, soprattutto in Europa e, in misura crescente negli Stati Uniti.

La preoccupa un eventuale scoppio della guerra dei dazi fra America e Europa?

Ancora, per fortuna, nel nostro settore non vediamo una reale possibilità in tal senso. Devo dire comunque che le produzioni agricole italiane stanno subendo una concorrenza fortissima da Paesi che hanno regole meno stringenti e costi di produzione molto più bassi. Il mercato globale sta distruggendo la produzione di molti paesi sviluppati. Il vino italiano per fortuna è ancora in buona salute e fa da traino a tutto il settore agroalimentare all’estero.

Quali investimenti state programmando?

Fra cinque-sei anni prevediamo una produzione annua di 250mila bottiglie, contro le 160mila attuali, che ci proietterà fra le prime dieci aziende del territorio. Per fare questo abbiamo iniziato a investire nel 2015 per realizzare una nuova cantina e ristrutturare quella esistente. L’investimento complessivo a regime si aggirerà sui 15 milioni di euro e servirà anche a raddoppiare la nostra capacità ricettiva per l’enoturismo che attualmente accoglie circa 1800 presenze all’anno.

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In ogni settore oggi imperversa il concetto di impresa 4.0. Anche per il settore enologico il futuro coincide con la “robotizzazione”?

La nostra cantina, quando sarà ultimata, sarà impostata per una gestione completamente informatizzata. Ma l’incremento di dotazione tecnologica implica anche un incremento di know how delle risorse umane, per cui l’informatizzazione procederà in modo progressivo e modulare, insieme alla capacità di utilizzarle. Sono convinto che per produrre un vino di carattere, il fattore umano sia ancora essenziale. Il vino viene fatto sotto il cielo, e il fiuto e la capacità dell’operatore difficilmente può essere sostituita dalle tecnologie.

Ci spiega come mai anche il vino Nobile, come molti altri brand del settore enologico, sta finendo sempre più in mani straniere?

Gli imprenditori belgi, svizzeri, tedeschi provengono da Paesi in cui le cose vanno molto meglio dal punto di vista economico. Hanno più forza di noi e sono animati da un grande amore per la nostra terra, per la nostra cultura. Per fortuna il nostro appeal all’estero è ancora impressionante, perché la nostra produzione reale fatica ad andare avanti. Senza parlare delle pastoie burocratiche entro cui siamo invischiati. Consideri che per avere un permesso di costruzione in Italia impieghiamo circa due anni: poco meno del tempo che occorre a costruire un immobile…

Foto: Giovanni Capuano 

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