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Giù le mura: il popolo di Monticchiello sfida la paura Spettacoli

Monticchiello – Fa discutere l’ultima pièce del Teatro Povero di Monticchiello che ha mandato in scena il 23 luglio “Notte d’attesa”, l’autodramma che segna il 50° anniversario dell’istituzione della più singolare delle compagnie di attori che popolano le scene italiane.

Bisogna subito dire che il pezzo del cinquantenario contiene una perla assoluta: il monologo del “turismo della paura”, cioè come fare business approfittando del senso di insicurezza e dell’ansia per il futuro che i nostri tempi di crisi globalizzata ci regalano ogni giorno.

In grande sintesi il popolo del borgo della Val d’Orcia quest’anno ci racconta la storia di una comunità che di fronte alla confusione, l’incertezza, il disorientamento, la rabbia, decide di rialzare le mura medievali, di ricreare la solidarietà medievale dell’economia curtense. La scelta è contestata da chi ricorda che la fine dell’economia contadina fu traumatica ma anche l’inizio della libertà e che questa, anche di fronte ai nuovi rischi e alle incertezze del lavoro resta sempre il valore più importante per l’uomo. Tuttavia prevale la paura e le mura vengono innalzate con tanto di sentinella notturna.

Notte di attesa 5 ph Emiliano Migliorucci

C’è chi loda la decisione e anzi la vuole perfezionare (il monologo del business della paura) trasformando la fortezza in una specie di economia dell’accoglienza per coloro che vogliono fuggire dai drammi del mondo, ma la gente si rende sempre più conto che da lontano si vede ancora meno chiaro di prima, che i fatti dell’esistenza si trasformano in paurose fantasmagorie irreali. “Noi il muro si buttò giù quando si fuggì dal podere e finalmente s’era uguali e liberi”. Così gli assediati ci ripensano e “tornano  in piazza” con una allegoria del loro teatro: dall’esterno arrivano i personaggi del loro primo autodramma, quello del 1966, quello dell’arrivo di un esercito fantastico: “Avanti miei prodi! Distruggiamo il nemico senza alcuna pietà, fino alla fine del tempo e della vita!”, dice uno dei capitani vecchio e impiumato. E aggiunge: “’Sta battuta la dissi 50 anni fa. Era la sera della prima, il 25 luglio del 19…Quanta vita… Allora la dissi male. Stasera come l’ho detta?”.

Come a dire: noi di Monticchiello non abbiamo mai rinunciato a denunciare i problemi e i lati oscuri e continueremo a farlo, anche se le tragedie del mondo e i colpi della crisi ci spingono a rifugiarsi in noi stessi. Un testo complesso, difficile che la compagnia del teatro diretta dal regista e drammaturgo Andrea Cresti ha interpretato con momenti di grande intensità. Qualche ritocco probabilmente andrà fatto, nelle repliche, soprattutto per la prima parte, quella che giustifica la decisione di alzare le mura (fra l’altro un cane improvvidamente portato da uno spettatore ha interrotto l’attenzione del pubblico, particolarmente impegnata fino a quel momento).

Notte di attesa 4 ph Emiliano Migliorucci  (1)

Al termine, si è accesa la discussione. Dopo 50 anni funziona ancora la formula di questo apologo annuale  della comunità di Monticchiello? Non diventa quel piccolo popolo una specie di grillo parlante (personaggio per altri presente nel dramma) che dal proprio microcosmo pretende di parlare al mondo? La risposta è decisamente positiva: il loro contributo di fronte a un teatro che difficilmente affronta i temi di oggi e sfida la realtà della vita al tempo delle crisi resta una testimonianza preziosa e irrinunciabile. Anche perché quei testi che nascono dal lavoro collettivo sotto lo guida geniale di Cresti contengono schegge di verità: pallottole che non tornano indietro ma colpiscono i bersagli giusti.

 

Foto 2 e 3 : Emiliano Migliorucci

 

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