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Giulio Andreotti, la missione più difficile Opinion leader

Immaginatevi Giulio Andreotti assicurato con cintura a un seggiolino di un elicottero dell’esercito regolare libanese in volo da Larnaka (Cipro) a Beirut.

Siamo nel 1985 e questa missione del ministro degli Esteri del governo Craxi è una delle più rischiose della sua lunga attività politica: deve incontrare Amin Gemayel, presidente del Libano mentre i campi palestinesi di Sabra e Shatila sono ancora in fiamme e i drusi di Walid Jumblatt sparano cannonate dai monti vicini. Andreotti scrive: messaggi per le comunità cattoliche dell’area, messaggi per vescovi e patriarchi, saluti per tutte le persone che abbiano (o che potrebbero avere in futuro) un qualsiasi ruolo, politico, istituzionale o religioso. Poi tocca alle dieci righe utili per confenzionare un lancio Ansa che vengono consegnate al giornalista. 

L’elicottero vola a pelo d’acqua: “Perchè non venga inquadrato dalle mitragliere dei nemici”, avverte il comandante, un militare libanese cristiano che si è fatto il segno della Croce prima di decollare. Mancano ormai pochi minuti all’atterraggio e Andreotti si riposa. Cosa legge? Un giallo Mondadori sezionato in tante parti. Una di queste, una ventina di pagine, è la dose che il Ministro si concede nell’elicottero libanese che adesso sta sorvolando i campi palestinesi teatro di un terribile massacro da parte dei falangisti: un fumo nero denso e inquietante si sprigiona da quelle misere costruzioni che per tanto tempo sono state la casa dei profughi.

L’elicottero scende, ma non spenge i motori per essere pronto a ripartire subito qualora qualcuno aprisse il fuoco. Andreotti con fretta controllata sale sulla macchina presidenziale: seguono in un’altra auto i giornalisti dell’Agi, Paolo Lepri, e il sottoscritto cronista dell’Ansa. Si arriva al palazzo presidenziale, nella zona cristiana. Andreotti viene ricevuto con sollecitudine e accompagnato dal Presidente. E’ latore di una proposta europea per far cessare massacri e combattimenti, qualcosa quindi che può non piacere ai guerrafondai di tutte le parti  impegnate nella guerra civile libanese.

I giornalisti attendono in un’ala del palazzo, pronti a raccogliere i commenti del Ministro. Il tutto dura poco più di un’ora. Alla fine, il volto impenetrabile di Andreotti che si appresta senza alcun commento a fare il percorso di ritorno all’elicottero che intanto è andato a farsi un giretto per non rimanere inquadrato nei telemetri dei cannoni di Jumblatt. Stessa concitazione nervosa ma controllata, poi il decollo e di nuovo sul mare a pelo d’acqua. Andreotti riprende a scrivere: completa la sua corrispondenza che consegna al suo capo di gabinetto Luigi Cavalchini. I giornalisti aspettano. Si manderanno informazioni da Larnaka o anche da Damasco dove è diretto il Ministro per continuare la sua missione di pace, in una condizione che nella Siria di allora era di assoluta tranquillità.

Si saprà solo qualche giorno dopo che il Presidente Pertini ha ringraziato ufficialmente  il Ministro e i suoi accompagnatori per il coraggio dimostrato a recarsi sul campo di battaglia. Non era una lode esagerata. Due settimane dopo un’ala del palazzo presidenziale di Beirut fu distrutta dalle bombe di Jumblatt. Era quella dove aveva sostato la delegazione italiana. Ma nessuno dei partecipanti alla missione aveva avuto un solo attimo di paura: era mai possibile che si potesse abbattere l’elicottero sul quale volava Giulio Andreotti?

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