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Giustizia e politica nella seconda Repubblica Opinion leader

Fu accusato dell’omicidio del giornalista Pecorelli, ma si difese sempre nei processi senza mai dire una parola che suonasse come accusa ai magistrati per faziosità o per intenti persecutori.
Al contrario, il personaggio simbolo della Seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, nel cosiddetto processo Ruby che lo vede imputato per concussione e prostituzione minorile, ha chiesto molte volte il rinvio per legittimo impedimento, ma ha partecipato solo a due delle 47 udienze tenute, preferendo difendersi fuori del processo con la ripetizione ossessiva di generiche accuse ai magistrati di accanimento giudiziario contro di lui. Analogo il suo atteggiamento per gli altri numerosi processi penali ancora in corso o già definiti. In ogni occasione Berlusconi e i suoi fedeli ripetono come un mantra la denuncia di una strategia giudiziaria per eliminarlo dalla scena politica e l’accusa alla magistratura di essere un cancro della democrazia.  Si è arrivati a inscenare un corteo di protesta di parlamentari PDL nel palazzo di giustizia milanese dove si celebrava il processo Ruby.

Se si considera da una parte che l’art. 420 ter del codice di procedura penale impone al giudice di rinviare il processo per legittimo impedimento dell’imputato solo se questi è nella “assoluta impossibilità di comparire” (e la giurisprudenza è stata sempre molto restrittiva al riguardo per scongiurare manovre dilatorie); e dall’altra che Berlusconi è arrivato ad addurre come legittimo impedimento una modesta  uveite (patologia oculare) che non gli aveva impedito di svolgere una intensissima campagna elettorale e per la quale ha addirittura richiesto – contrariamente alle necessità terapeutiche generalmente riconosciute – un ricovero presso un ospedale “amico”, si deve serenamente riconoscere che queste ripetute richieste di rinvio hanno chiaramente un intento dilatorio e che i giudici al riguardo sono stati più che comprensivi verso l’imputato eccellente.

Questa conclusione alla fine è, o può essere, implicitamente accettata anche dai berlusconiani, nonostante che molti di essi abbiano gridato allo scandalo solo perché i giudici hanno disposto la visita medica fiscale per accertare il carattere invalidante della patologia sanitaria addotta, cioè per aver semplicemente fatto quello che la legge e la prassi giudiziaria impongono di fare.  Infatti, anche i “tifosi” più accesi dell’innocenza berlusconiana, messi di fronte alla serietà delle argomentazioni giuridiche che smontano la legittimità delle richieste di rinvio, finiscono per ripiegare generalmente sulla ragione sostanziale della loro indignazione: la tattica dilatoria nei processi è l’unico modo che Berlusconi ha per difendersi da un accanimento accusatorio infondato e da un complotto giudiziario per emarginarlo politicamente.

E’ questo il nocciolo serio della questione: tanto serio per alcuni da giustificare la richiesta di audizione col Presidente della Repubblica, come garante degli equilibri costituzionali, o addirittura la reazione di una manifestazione di protesta popolare. Ma, a tutto concedere, questa serietà sussiste solo se è reale e non meramente asserito il suo presupposto, cioè l’esistenza di un complotto politico della magistratura contro Berlusconi.

Se il presupposto è irreale, o addirittura irrealistico, la serietà si trasforma in leggerezza politica o peggio in eversione istituzionale. Tutto fa pensare che siamo a questo secondo caso; e nulla fa pensare che siamo al primo. Perché se ci fosse un complotto giudiziario, dopo tanti anni di tensione, sarebbero inevitabilmente emerse prove concrete o almeno indizi di una certa consistenza. Se Berlusconi avesse elementi probatori concreti per avallare ipotesi di complotto contro di lui, potrebbe attivare controlli disciplinari o penali contro magistrati nominativamente individuati e non contro generiche cosche comuniste. Ma Berlusconi non ha attivato alcun controllo di questo genere, almeno sino a quando non penserà di attivarlo a scopo puramente minatorio, anche senza alcun fondamento. Siamo ancora nella pura sfera propagandistica, nella mera argomentazione a priori, senza seri riscontri empirici. Dalla costituzionale presunzione di non colpevolezza dell’imputato, siamo passati alla incostituzionale presunzione di colpevolezza dei magistrati – quando l’imputato è eccellente.

Di questa pericolosa tensione istituzionale si è fatto carico il Comitato di Presidenza del CSM quando il 4 febbraio scorso ha auspicato pubblicamente “sia lo svolgimento della consultazione elettorale in corso sia la celebrazione dei processi in condizione di maggiore serenità” evitando nei limiti del possibile “interferenze tra vicende processuali e vicende politiche”. Personalmente, ho salutato questa dichiarazione come segno di saggezza e di prudenza istituzionale, anche se ho avvertito subito il pericolo, che vi era implicito, di introdurre considerazioni di opportunità in un procedimento come quello penale che richiede solo l’osservanza della legalità sostanziale e processuale. L’opportunità, e peggio l’opportunismo, è un attentato all’uguaglianza di tutti davanti alla legge.

E infatti, questo pericolo si è materializzato subito dopo le elezioni, quando il Presidente Napolitano, di fronte all’irruento pressing del PDL (invasione dei suoi parlamentari nel palazzo di giustizia milanese, seguita dalla udienza al Colle del suo segretario e dei presidenti uscenti dei suoi gruppi parlamentari), ha finito per considerare “comprensibile” che un importante schieramento politico veda “garantito” al suo leader di poter “partecipare alla complessa fase politico-istituzionale già in pieno svolgimento, che si proietterà fino alla seconda metà del prossimo mese di aprile”, alludendo agli adempimenti  per l’insediamento del nuovo parlamento, alla nomina del Governo e alla elezione del prossimo Presidente della Repubblica. E ciò – si badi – pur riconoscendo che è fuori dal mondo “l’aberrante ipotesi” di una manovra tendente a escludere il presidente del PDL dalla scena politica.

E’ facile prevedere – come la cronaca ha dimostrato – che ci saranno sempre nuove esigenze politiche atte a paralizzare il corretto svolgimento dei processi. In tal modo si viene a configurare di fatto un’impropria immunità parlamentare. La realtà è che a Berlusconi, se concedi un dito, si prende il braccio. Misconoscere questa realtà è molto pericoloso e rende precaria qualsiasi onesta intenzione di governare correttamente l’attuale tensione istituzionale.

Pierluigi Onorato

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